L’elezione di Benazir Bhutto in Pakistan nel 1988 ha dato vita a un dibattito sulla leadership femminile nei Paesi a maggioranza musulmana

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Ultimo aggiornamento: 18/06/2024 15:25:44

Nel 1988, con la vittoria elettorale di Benazir Bhutto in Pakistan, per la prima volta in epoca moderna una donna raggiungeva una posizione di vertice in un Paese musulmano. Se la legittimità della sua elezione è stata contestata dagli ambienti religiosi conservatori, alcune studiose hanno cercato di dimostrare che il tabù della leadership femminile è legato a un’interpretazione maschilista dei testi sacri dell’Islam.

 

In Occidente, si ha generalmente la percezione che nelle società a maggioranza musulmana le donne siano trattate come cittadine di seconda classe titolari di meno diritti rispetto agli uomini. Eppure, dal 1988 a oggi, nove Stati a maggioranza musulmana hanno avuto donne capi di Stato o del governo. Mauritius e Singapore, due Stati a maggioranza non musulmana, hanno eletto una donna musulmana come Presidente. Il Bangladesh e il Senegal hanno avuto entrambi due donne Primo Ministro. Tre donne musulmane sono state in carica per più di un mandato. La situazione delle leader politiche musulmane è riassunta nella tabella qui sotto.

 

Paese (con l’asterisco i Paesi a maggioranza non-musulmana) Donne leader (e rispettiva carica) Periodo del mandato
Pakistan Benazir Bhutto, Primo Ministro 1988-1989 e 1993-1996
Bangladesh Khaleda Zia, Primo Ministro 1991-1996 e 2001-2006
Turchia Tansu Çiller, Primo Ministro 1993-1996
Bangladesh Sheikh Hasina, Primo Ministro 1996-2001 e 2009-
Senegal Mame Madior Boye, Primo Ministro 2001-2002
Indonesia Megawati Sukarnoputri, Presidente 2001-2004
Kyrgyzstan Roza Otunbayeva, Presidente 2010-2011
Kosovo Atifete Jahjaga, Presidente 2011-2016
Mali  Cissé Mariam Kaïdama Sidibé, Primo Ministro 2011-2012
Cipro Nord Sibel Siber, Primo Ministro Giugno-Settembre 2013
Senegal Aminata Touré, Primo Ministro 2013-2014
Mauritius* Ameenah Gurib-Fakim, Presidente 2015-2018
Singapore* Halima Yacob, Presidente 2017-

 

Alcuni Stati a maggioranza musulmana hanno inoltre avuto o hanno donne in posizioni di vertice, appena sotto il capo di Stato o del governo; la Malesia ha un vice-Primo Ministro donna, l’Iran e la Siria hanno vice-Presidenti donne. L’Albania ha avuto un Ministro della Difesa donna. Nel parlamento iraniano ci sono attualmente più donne che chierici. Guida il mondo arabo la Tunisia, dove il 33,7% dei membri del precedente Parlamento erano donne (una percentuale superiore alla media degli Stati membri dell’Unione Europea) e dove una donna è sindaco di Tunisi. Sono donne anche il 47% dei consiglieri comunali tunisini. Al momento, il Senegal è l’undicesimo Paese al mondo per percentuale di donne in parlamento e il primo tra quelli a maggioranza musulmana[1]. Fino a oggi, 59 Stati del mondo hanno avuto leader donne.

Nonostante l’opposizione di alcuni musulmani, le donne musulmane hanno raggiunto traguardi straordinari nella leadership politica

 

Da un lato, lo statuto della donna varia a seconda dei diversi contesti islamici ed è un importante tema di discussione tra gli studiosi e gli attivisti dei diritti umani che invocano una riforma in questo ambito. Il dibattito è spesso incentrato sulla disparità giuridica tra uomini e donne in materia di divorzio, di eredità e di rispetto dei codici di abbigliamento. Per esempio, in Arabia Saudita solo nel 2018 è stato permesso alle donne di guidare. Dall’altro lato, nonostante l’opposizione di alcuni musulmani, le donne musulmane hanno raggiunto traguardi straordinari nella leadership politica, mentre gli Stati Uniti, la Cina e la Federazione Russa, tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, restano tra i Paesi che devono ancora eleggere o nominare una donna come capo del governo o capo di Stato.

 

Nel 1988, con la vittoria elettorale di Benazir Bhutto in Pakistan, per la prima volta in epoca moderna una donna musulmana ha raggiunto una posizione politica di vertice. Coloro che hanno contestato la sua nomina a Primo Ministro hanno fatto riferimento a diversi versetti coranici e hadīth (detti di Muhammad), oltre a opinioni tradizionali sulle donne, per cercare di impedirle di assumere questo incarico e, successivamente, per rimuoverla. Dal momento che dopo il 1988 altre donne musulmane hanno vinto elezioni od ottenuto incarichi politici, per gli oppositori è diventato sempre più difficile contestare il loro ruolo di leadership. L’elezione di Bhutto ha anche dato un nuovo impulso al lavoro delle studiose musulmane femministe che contestano le interpretazioni androcentriche dell’Islam. Tra queste, Fatima Mernissi (1940-2015) si è messa a interrogare la storia per scoprire che, indipendentemente dal titolo che esse assumevano, un numero sorprendentemente elevato di donne musulmane ha esercitato il potere politico in epoca premoderna. La sociologa marocchina ha inoltre fatto molto per depotenziare l’opposizione degli uomini alla leadership femminile, riesaminando in modo critico l’autenticità di alcune delle tradizioni che essi citano, mentre Amina Wadud ha passato in rassegna i versetti coranici che gli uomini generalmente usano per porre fine al dibattito. Leila Ahmad ha utilizzato il metodo dell’analisi storica per affermare che la tendenza riformista originaria dell’Islam è stata contrastata dal ritorno del privilegio maschile durante l’espansione militare del primo califfato.

 

Partendo dall’elezione di Bhutto nel 1988 e dalle circostanze che l’hanno determinata, esamineremo il dibattito sulla questione della leadership femminile nell’Islam suscitato da questo evento fondamentale, con particolare riferimento ai contributi di Mernissi, Wadud e Ahmed. Sono queste donne musulmane ad avere messo in discussione l’affermazione di alcuni secondo la quale il “femminismo islamico” sarebbe una contraddizione in termini, un ossimoro. Mentre alcune scrittrici che si occupano di Islam non si identificano più come musulmane, affermando che l’Islam è fondamentalmente anti-femminile, queste studiose lavorano dall’interno per reinterpretare una tradizione in cui i ruoli di governo sono stati dominati dagli uomini. La stessa Bhutto merita più attenzione di quanta ne abbia ricevuta come pensatrice musulmana. Un recente libro sui grandi pensatori politici musulmani, curato da due eminenti studiosi di Islam, parla di dieci uomini[2]. Tuttavia, si può sostenere che gli scritti e i discorsi di Bhutto le valgano di essere inclusa, come donna, tra coloro che hanno contribuito al pensiero politico dell’Islam.

 

La fine di un tabù

 

Benazir Bhutto nacque a Karachi, in Pakistan, il 21 giugno del 1953. Suo padre, Zulfikar Ali Bhutto, leader del Partito Popolare Pakistano (PPP), fu Presidente dello Stato asiatico dal 1971 al 1973 e Primo Ministro dal 1973 al 1977. All’età di sedici anni, Benazir iniziò a studiare al Radcliff College di Harvard, laureandosi in studi politici comparati nel 1973. Nel corso dello stesso anno si trasferì a Oxford dove, nel 1977, conseguì una seconda laurea in Filosofia, Politica ed Economia presso il Lady Margaret Hall. È stata la prima donna asiatica a svolgere la funzione di Presidente dell’Oxford Union e, come numerosi ex-Presidenti di quest’organizzazione, avrebbe poi ricoperto incarichi politici di rilievo. Subito dopo il suo rientro in Pakistan, il generale Zia-ul-Haq depose suo padre con un colpo militare e lo fece giustiziare. Nel corso degli anni, Benazir fu più volte arrestata e poi incarcerata nel 1981, dopo che i suoi fratelli avevano dato avvio all’opposizione armata. Liberata nel 1984, lasciò il Pakistan per andare in esilio volontario a Londra. La politica d’islamizzazione messa in atto da Zia garantì a quest’ultimo l’appoggio di partiti islamisti come la Jamaat-e-Islami e del suo leader Abul A‘la Mawdudi (1903-1979), che aveva posizioni molto conservatrici sul ruolo della donna nell’Islam. Spesso definito il padre del fondamentalismo islamico, nel 1965 Mawdudi aveva in realtà sostenuto la candidatura alla Presidenza di Fatima Jinnah contro Ayub Khan, che lui detestava. Mawdudi fu inoltre presto deluso da Zia, perché continuava a posticipare le elezioni promesse.

 

Nel 1986, anno in cui Zia abolì la legge marziale, Benazir tornò in Pakistan. Quando nel 1988 vennero finalmente indette le elezioni, Benazir guidò il PPP in quella che si sarebbe rivelata una campagna di successo incentrata su un programma di riforma economica. Zia morì in un incidente aereo il 17 agosto del 1988. Il 18 novembre, quando, con un ritardo di due mesi, le elezioni ebbero luogo, il PPP ottenne la maggioranza dei seggi, 94 contro i 56 conquistati dalla coalizione islamista. Benazir avrebbe dovuto ricevere subito l’invito a formare un governo da parte del Presidente Ghulam Ishaq Khan, ma, a causa delle obiezioni sollevate all’idea di un Primo Ministro donna, fu tutto rimandato al 2 dicembre. Nel corso della campagna, gli avversari di Benazir avevano diffuso come prova della sua condotta non islamica una foto che la ritraeva mentre danzava in un nightclub durante un viaggio a Parigi, e avevano sostenuto che l’Islam proibisce alle donne di esercitare la leadership politica. Il 7 febbraio del 1989, il Consiglio degli ulema del Pakistan invitò i cittadini a rifiutare la nomina di Benazir a Primo Ministro perché anti-islamica, citando un hadīth tratto dalla raccolta di al-Bukhārī: «Un popolo che affida i suoi affari a una donna non prospererà mai»[3]. Gli studiosi sciiti presenti, tuttavia, dichiararono di non essere contrari al governo delle donne[4]. Gli ulema citarono anche Cor. 4,34, affermando che gli uomini sono responsabili delle donne e chiesero al Consiglio Supremo della Sharīʻa di dichiarare nulla l’elezione di Benazir. Sia lo hadīth precedentemente citato sia Cor. 4,34 sono spesso utilizzati per giustificare la posizione secondo la quale una donna musulmana non può occupare un’alta carica politica. Alcuni sostengono anche che l’Islam non consenta a uomini e donne di radunarsi insieme, facendo sì che, a livello pratico, le donne siano impossibilitate a presiedere gli incontri in cui siano presenti gli uomini oppure a guidare la loro preghiera.

I musulmani conservatori sostengono che guidare uno Stato è un compito assegnato agli uomini

 

Nel suo libro sul Purdah (la reclusione delle donne, NdR), Mawdudi afferma che le donne sono emotivamente inadeguate a questo tipo di posizioni dal momento che, essendo soggette a periodi di instabilità durante le mestruazioni, potrebbero prendere decisioni irrazionali e pericolose[5]. Un argomento simile è stato utilizzato in Arabia Saudita per giustificare il divieto di guida per le donne. I musulmani conservatori sostengono che gli uomini e le donne sono biologicamente portati a svolgere mansioni differenti e che guidare uno Stato è uno dei compiti che la natura ha assegnato agli uomini. I criteri classici per poter diventare un califfo includevano l’essere uomo. Secondo questa prospettiva, non coinvolgendo le donne nei compiti degli uomini l’Islam le onora e le rispetta, mentre il mondo occidentale avrebbe compromesso le distinzioni naturali tra i generi.

 

Dopo nove giorni di discussione, però, la corte stabilì con una maggioranza di quattro persone, contro due voti contrari e un astenuto, che Benazir poteva restare in carica. Ciò la rendeva comunque soggetta alle decisioni del Presidente, un uomo che aveva l’autorità di revocarla[6]. Nella loro discussione, i giudici declassarono lo hadīth precedentemente citato da sano a debole, anche se storicamente tutti gli hadīth della collezione di Bukhārī erano considerati autentici[7].

 

Una lettura femminile della tradizione

 

Mernissi ha esaminato questa tradizione in maniera dettagliata, sviluppando la scienza della critica degli hadīth e utilizzando al contempo alcuni dei criteri più antichi per valutarne l’autenticità. L’hadīth in questione sembra essere apparso dopo che ‘Ā’isha, una delle vedove di Muhammad, aveva guidato la ribellione del 656 contro ‘Alī, il quarto califfo. Il suo narratore, Abū Bakra, aveva ricordato opportunisticamente questo evento 25 anni dopo la morte di Muhammad, collegandolo alla circostanza in cui il Profeta aveva sentito che una donna era salita al potere in Iran[8]. Mernissi attribuisce questo e altri hadīth misogini ai loro narratori piuttosto che a Muhammad, che lei considera un femminista. Anche altri narratori disprezzavano ‘Ā’isha e desideravano minarne la leadership. Il suo ruolo nella rivolta fu utilizzato per sostenere la tesi secondo cui le donne leader si rivelerebbero problematiche e socialmente perturbanti. La stessa ‘Ā’isha ha contraddetto i loro racconti in alcuni hadīth da lei riportati, raccolti dall’illustre studioso al-Zarkashī (m. 1392) nella sua Replica al Resoconto delle correzioni di ‘Ā’isha alle narrazioni dei compagni, che fu dimenticata fino alla sua riscoperta nel XIX secolo[9]. Mernissi, inoltre, trovò le prove del fatto che Abu Bakra e almeno un altro trasmettitore di hadīth misogini non fossero del tutto affidabili. Abu Bakra era infatti stato frustato per avere reso falsa testimonianza, fatto che, secondo i criteri classici di autenticazione degli hadīth, avrebbe dovuto squalificarlo come trasmettitore[10].

 

Nel suo lavoro, Wadud ha analizzato a fondo il versetto coranico 4,34, spesso citato per mettere fine alla discussione sulla leadership delle donne musulmane, oltre che essere utilizzato da alcuni uomini musulmani per giustificare la possibilità di correggere le loro mogli picchiandole. In particolare Wadud contesta il modo in cui gli esegeti hanno utilizzato due termini coranici per sostenere la sottomissione delle donne, nello specifico daraja e faddala. Daraja (letteralmente “grado”) si riferisce al fatto che Dio eleva alcune persone al di sopra di altre, per esempio gli uomini al di sopra delle donne, come suggerisce Cor. 2,228. Tuttavia, secondo l’interpretazione di Wadud, questo versetto si riferisce al modo in cui l’acquisizione della conoscenza e il compimento delle azioni possono portare sia le donne che gli uomini a essere “elevati di grado”[11]. Faddala (ha preferito) è la parola che in 4,34 viene utilizzata per giustificare la tutela degli uomini sulle donne, ma Wadud la riconduce alle responsabilità che gli uomini devono assumersi verso le loro mogli durante la gravidanza e la crescita dei figli, compensando l’iniqua distribuzione dei compiti che, in questo caso, sono biologicamente determinati[12]. Per Mawdudi, invece, faddala significa che le donne sono inferiori agli uomini, i quali pertanto gestiscono gli affari delle prime[13]. Wadud contesta anche l’interpretazione di daraba come “colpire”, indicando altri significati lessicali, tra i quali “dare l’esempio” o “partire... per un viaggio”[14].

 

Nonostante musulmani conservatori continuassero a contestarne la leadership, Benazir ricoprì il posto di Primo Ministro fino al 6 agosto del 1990, quando il Presidente, accusandola di corruzione e sostenendo la necessità di un intervento per assicurare l’ordine pubblico, la rimosse dall’incarico. Tuttavia, alle elezioni politiche dell’ottobre del 1993, il PPP ottenne nuovamente la maggioranza dei seggi e Benazir divenne Primo Ministro per un secondo mandato. Il 4 novembre del 1996, fu destituita una seconda volta dal Presidente, Farooq Leghari, che, come aveva fatto il suo predecessore, chiamò in causa la corruzione. In seguito, un tribunale la dichiarò colpevole in contumacia, ma la condanna venne successivamente annullata. Dopo il colpo di Stato di Pervez Musharraf nel 1999, Benazir andò in esilio. L’esclusione di ex-Primi Ministri che avessero già svolto un secondo mandato sembrò porre fine alla sua carriera politica. Tuttavia, Benazir negoziò con Musharraf un accordo in base al quale il PPP cessava di opporsi alla candidatura del Presidente per un terzo mandato, mentre venivano fatte cadere le accuse contro la Bhutto, permettendole di ritornare in Pakistan in tempo per la campagna elettorale del 2008. Il 27 dicembre del 2007, durante un raduno a Rawalpindi, il fuoco aperto da un sicario e l’esplosione di una bomba uccisero lei e più di altre venti persone, ferendone un centinaio. Il PPP vinse le elezioni.

 

Un pensiero politico progressista

 

Piuttosto che analizzare i traguardi e i fallimenti politici di Benazir, è più utile esaminare il suo pensiero sull’Islam e sul ruolo delle donne. Benazir si definiva una donna musulmana. Era del parere che l’Islam non considerasse le donne inferiori agli uomini né vietasse loro la leadership politica. Trovava che queste posizioni fossero reazionarie e preferiva quelle che definiva interpretazioni progressiste. L’Islam, diceva, offre alle donne giustizia e uguaglianza, mentre fanatici e dittatori distorcono l’Islam[15].

Per Benazir, l’Islam non considera le donne inferiori agli uomini

 

Benazir ha difeso il ruolo della democrazia nelle società musulmane. Per lei, i musulmani che ipotizzano l’esistenza di un conflitto di valori tra l’Islam e l’Occidente lo fanno perché vogliono fomentare uno scontro violento con quest’ultimo, mentre tolleranza, uguaglianza, giustizia, pluralismo e riconciliazione sono principi islamici fondamentali. Muhammad aveva codificato i diritti delle donne e considerava uomini e donne come uguali all’interno della società. Gli esperti religiosi musulmani, con le loro interpretazioni, tentano di interferire nella relazione tra i credenti e Dio. Diversamente dal Cristianesimo, l’Islam non incolpa la donna di aver introdotto il peccato nelle vicende umane. Tuttavia, Benazir avrebbe potuto aggiungere che gli uomini musulmani hanno incolpato una donna, ‘Ā’isha, di ciò che chiamano la prima fitna (rivolta o atto di ribellione) e, da allora, vi hanno associato le donne in generale. Lei citava dei versetti coranici, come 9,7 e 31,8, che a suo parere affermano l’uguaglianza di uomini e donne agli occhi di Dio. Alle interpretazioni “letterali” preferiva quella che definiva interpretazioni “concettuali”. I letteralisti, per esempio, insistono sull’amputazione della mano come sanzione per il ladro (Cor. 5,38-39). Un interprete concettuale, invece, ricorrerebbe a un deterrente, ma lascerebbe intatta la mano del ladro[16]. I musulmani progressisti considerano il processo di interpretazione come dinamico, piuttosto che statico. Gli interpreti dovrebbero essere guidati dai grandi temi del Corano, non da interessi limitati. Le mogli di Muhammad e altre donne musulmane del primo periodo sono importanti modelli di riferimento che hanno sempre manifestato le proprie idee. Gli uomini, afferma Benazir, non l’Islam, sono contrari alla leadership femminile. Benazir ha commentato quasi tutti i versetti coranici che riguardano in modo specifico le donne.

 

Ci sono molti punti in comune tra le idee di Benazir sull’Islam e le donne e gli scritti di alcune studiose musulmane femministe. La sua idea che gli interpreti debbano essere guidati dai grandi temi del Corano coincide con l’enfasi che Leila Ahmed pone sullo spirito egualitario del Corano, anche quando la lettera sembra dire diversamente. Se le donne ricoprivano ruoli influenti e persino centrali nei primi tempi in cui furono raccolti gli hadīth, quando in epoca abbaside furono compilati i testi autorevoli dell’Islam l’atteggiamento degli uomini verso le donne era cambiato. Lei attribuisce questa trasformazione alla militarizzazione del califfato e alla disponibilità di concubine catturate nel corso delle conquiste, ciò che offuscò la distinzione tra “donna” e “oggetto sessuale”, sebbene le donne dell’élite, che erano recluse, fossero trattate in modo diverso. Le donne smisero di elaborare testi e le posizioni androcentriche furono recepite nella tradizione interpretativa. Invece di trarre le conseguenze della logica riformatrice del Corano riguardo alle questioni di genere, gli uomini iscrissero la superiorità maschile all’interno di norme sociali e giuridiche[17]. Jerusha Tanner Lamptey, una musulmana che insegna in un seminario cristiano e che si definisce come teologa musulmana, vede nel Corano un invito a destabilizzare le norme sociali, lavorando per la liberazione e l’uguaglianza[18]. Il riformatore sudanese M. M. Taha (m. 1985) considerava i versetti etici generali del periodo meccano della vita di Muhammad, in cui uomini e donne non vengono mai trattati differentemente, come l’ideale di Dio. I versetti medinesi, risultato di un compromesso pragmatico con la natura umana, rappresenterebbero una regressione piuttosto che un avanzamento. Lo scopo è ritornare al messaggio meccano. A suo avviso, il velo, la spada, la schiavitù o la poligamia non appartenevano al messaggio originale dell’Islam. Le differenze che si riscontrano in alcuni contesti musulmani in merito al divorzio, all’eredità e alla testimonianza dovrebbero essere sostituite da pratiche che applichino lo spirito del periodo meccano[19].

 

Sulle orme di Benazir

 

A seguito del primo mandato di Benazir, Khaleda Zia, leader del Partito Nazionalista Bangladese (BJD), fu eletta come Primo Ministro del Bangladesh, un Paese in cui una donna guidava anche il principale partito di opposizione, l’Awami League. Fondato come partito islamico, il BJD è stato sostenuto da diversi partiti islamisti, tra cui la Jamaat-e-Islami. Qui l’aggettivo “islamico” piuttosto che “islamista” indica che il partito considera i valori islamici come parte integrante dell’identità nazionale e delle politiche che persegue, ma non invoca la sharīʻa. Il fondatore del partito, Zia-ur-Rahman, tuttavia, ha rimosso dai principi contenuti nella Costituzione il concetto di “laicità”, poi reintegrato dal governo dell’Awami League (XV emendamento costituzionale del 2011)[20]. In Bangladesh, alcuni conservatori si sono opposti all’elezione di Khaleda per gli stessi motivi addotti in Pakistan dagli avversari di Benazir, in particolare da alcuni membri della Jamaat-e-Islami. Quando i musulmani bangladesi l’hanno votata sapevano che il suo partito era religiosamente orientato e alleato con partiti marcatamente islamisti, ma evidentemente non vedevano impedimenti di tipo religioso nel sostenere una donna leader. La Jamaat ha ottenuto tre seggi nel governo di Khaleda. Sheikh Hasina, l’attuale Primo Ministro donna del Bangladesh, la seconda nella storia del Paese, guida un partito laico ma afferma che le sue politiche si ispirano alla Carta di Medina di Muhammad, la quale a suo dire sostiene il pluralismo e garantisce uguali diritti a musulmani e non musulmani[21]. Il suo governo è appoggiato da due partiti d’ispirazione sufi e un terzo ha co-promosso una petizione che ha portato alla cancellazione della Jamaat dal registro dei partiti politici[22].

Megawati Sukarnoputri è diventata Presidente dell’Indonesia nel 2001

 

Megawati Sukarnoputri è diventata Presidente dell’Indonesia nel 2001, dopo essere stata vice-Presidente sotto Abdurrahman Wahid, considerato un santo sufi vivente dai suoi seguaci. Il suo partito era collegato all’organizzazione islamica più grande del mondo, la Nahdlatul Ulama, e lei avrebbe poi nominato alla vice-presidenza un musulmano conservatore che era stato il suo avversario alle elezioni presidenziali. In questa occasione, la maggioranza ha votato a favore di una donna musulmana, scegliendola come capo di Stato e preferendola a un musulmano conservatore che, almeno all’epoca, si opponeva alla leadership femminile.

 

In Turchia, Tansu Çiller ha stretto un accordo con un partito religioso e per un anno è stata vice-Primo Ministro in un governo di coalizione dopo essere stata Primo Ministro. Quanto esposto finora suggerisce che, se alcuni musulmani continuano a essere contrari alla leadership femminile, ciò non rappresenta un problema per un gran numero di altri che hanno votato per delle donne. Molte di loro sono anche state elette all’interno di organi politici locali e nazionali: la Tunisia, dove molte donne sono membri del principale partito religioso, è un esempio lampante. Non c’è dubbio che sia stata l’elezione di Benazir del 1988 ad aprire la strada alle donne musulmane, che da allora hanno assunto ruoli dirigenziali. Quando nel 2015, in Arabia Saudita, è stato permesso loro di candidarsi alle elezioni comunali per la prima volta, delle donne hanno conquistato diciassette seggi. Poco dopo l’omicidio di Benazir, un articolo pubblicato su Arab News invitava le donne saudite a conoscere la sua eredità e il suo pensiero e a entrare in politica[23].

 

Tuttavia, quando Benazir fu eletta nel 1988, i media dissero che per la prima volta una donna musulmana diventava leader politico proprio nel momento in cui i critici musulmani affermavano a gran voce che questo fosse antislamico e contro natura. Tutto ciò ha spinto Mernissi a cercare di capire se l’affermazione secondo cui nessuna donna musulmana avrebbe governato dal 623 al 1988 fosse realmente vera e, nelle pagine dimenticate e «ingiallite di vecchi libri», ha scoperto un’altra storia[24]. Anche se pochi lo sanno e non se ne parla, le donne hanno governato anche in epoca premoderna. Gli uomini non hanno avuto il monopolio dell’autorità e del potere nelle società musulmane. La ricerca di Mernissi ha identificato molte delle sovrane dimenticate dell’Islam, anche se i loro titoli effettivi potevano variare. Tra i capitoli di questo libro dal titolo azzeccato (Le Sultane Dimenticate. Donne capi di Stato nell’Islam), ce n’è uno riguardante “Quindici Regine” e un altro sulla “Dinastia sciita dello Yemen”. Tuttavia, nemmeno il suo resoconto è del tutto esaustivo. Le donne hanno governato anche lo Stato indiano di Bhopal tra il 1819 e il 1926, mentre le mogli e le madri dei governanti ottomani nominali hanno esercitato il potere effettivo dal 1533 al 1656.

 

Non ci sono prove che dove governano delle donne musulmane la popolazione diventi meno devota o che il sole smetta di brillare. Mentre ci sono Stati musulmani in cui continua a essere impensabile che una donna eserciti il potere politico, in altri il velo che prima separava le donne dalla vita pubblica comincia a essere sollevato.

 

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[1] Women in National Parliaments, Inter-Parliamentary Union, 01/02/2019.
[2] John L. Esposito e Emad El-Din Shahin, Key Islamic Political Thinkers, Oxford University Press, New York 2018.
[3] Sahīh al-Bukhārī, Kitāb al-fitan, bāb 18, n. 7099, Dār al-Sādir, Bayrūt s.d.
[4] Rafiq Zakaria, Women and Politics in Islam: The trial of Benazir, New Horizons, New York 1990, p. 13.
[5] Abul A’la Maududi, Purdah and the Status of Women in Islam, Islamic Publications, Lahore 19722, pp. 119-120: Le donne sono «tenere e duttili», gli uomini sono «resistenti e rigidi»; «Lo stato mentale e fisico delle donne diventa instabile» una volta al mese.
[6] Mona Lena Krook, Quotas for Women in Politics: Gender and Candidate Selection Reform Worldwide, Oxford University Press, Oxford 2009, p. 70.
[7] Ibid.
[8] Fatima Mernissi, The veil and the male elite: a feminist interpretation of women’s rights in Islam, Basic Books, New York 1991, p. 49.
[9] Badr al-Dīn al-Zarkashī,  Al-Ijāba li-Īrād mā istadrakat-hu ‘Ā’isha ‘alā al-sahāba, edizione a cura di Saʻīd al-Afghānī, al-Maktab al-Islāmī, Bayrūt, 19702.
[10] Fatima Mernissi, The veil, p. 61.
[11]Amina Wadud, Qur’an and Woman: Rereading the Sacred Text from a Woman’s Perspective, Oxford University Press, Oxford 1999, p. 68-69.
[12] Ivi, p. 73.
[13] Ivi, p. 71.
[14] Ivi, p. 76.
[15] Benazir Bhutto, Reconciliation. Islam, Democracy and the West, Harper, New York 2008, p. 19.
[16] Benazir Bhutto, Politics and the Muslim Woman, in Charles Kurzman (a cura di ) Liberal Islam: a sourcebook, Oxford University Press, New York 1998, pp. 107-111.
[17] Leila Ahmed. Women and Gender in Islam: Historical Roots of a Theological Debate, Yale University Press, New Haven (CT) 1992.
[18] Jerusha Tanner Lamptey, Divine words, female voices: Muslima explorations in comparative feminist theology, Oxford University Press, Oxford 2018, p. 154.
[19] Mahmoud Mohammed Taha, The Second Message of Islam, Syracuse University Press, Syracuse (NY) 1987.
[20] Tale emendamento ha anche alzato da 45 a 50 il numero dei posti riservati alle donne in Parlamento.
[21] Si veda Clinton Bennett, Sufis as Shapers of Pluralist Political Culture: The Examples of Bangladesh and Indonesia, in Clinton Bennett, Sarwar Alam (a cura di), Sufism, Pluralism and Democracy, Equinox, Sheffield 2017, p. 135.
[22] Verdetto dell’Alta Corte, 01/08/2013.
[23] Maha al-Hujailan, Benazir Bhutto. A role model for all Muslim women, «Arab News», 11 gennaio 2008 (ultimo accesso 19/05/2018): http://www.arabnews.com/node/307600
[24] Fatima Mernissi, Le sultane dimenticate. Donne capi di Stato nell’Islam, Marietti, Genova 2009.