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Focus attualità

La tragedia senza fine della Siria

Vista della città di Homs, Siria [Fly_and_Dive / Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 26/02/2021 15:15:15

Il tribunale tedesco della città di Koblenz ha condannato Eyad al-Gharib, quarantaquattrenne ex agente dei servizi segreti siriani, a quattro anni e mezzo di detenzione con l’accusa di aver contribuito a radunare le persone che avevano partecipato a una manifestazione anti-governativa nella città di Douma nel 2011 per portarle nel centro di detenzione di Al Khatib, dove queste persone sono poi state torturate (New York Times). È la prima volta che un tribunale estero condanna un esponente dello Stato per le torture compiute in Siria.

 

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Al-Gharib è stato riconosciuto in Germania, dove era fuggito in seguito alla sua diserzione, da alcuni rifugiati che avevano subito le torture del regime di Assad. I magistrati tedeschi hanno invocato il principio della giurisdizione universale, che permette di processare anche degli stranieri in caso di crimini di guerra. Mentre gli attivisti per i diritti umani plaudono alla sentenza, nella speranza che sia da esempio per altri stati, il giornalista tedesco Matthias von Hein sottolinea che ad essere realmente sotto processo non è tanto l’agente siriano disertore, quanto l’intero sistema di tortura costruito da Bashar Assad per mantenere il controllo della Siria.

 

Nel Paese intanto la crisi economica si fa sempre più pesante. Questo mese – scrive il New York Times – il valore della lira siriana ha toccato il minimo storico erodendo ulteriormente il potere d’acquisto dei cittadini, mentre i prezzi alimentari sono più che raddoppiati nell’ultimo anno. Se cibo e combustibile sono dunque le principali preoccupazioni dei siriani, Assad ha poche carte da giocare per risolvere il problema, evidenziano Ben Hubbard e Hwaida Saad. La maggior parte dei campi petroliferi e delle aree agricole siriane si trova infatti nella zona nordorientale, sotto il controllo delle forze curde alleate di Washington. Da un lato anche i principali alleati di Assad, Russia e Iran, versano in difficili condizioni economiche, e dunque non possono essere di grande aiuto. Ma dall’altro Mosca e Teheran continuano a far pesare il loro supporto militare, aspetto che, paradossalmente, può essere un altro problema per Assad. Come riporta infatti al-Monitor, le forze iraniane e le milizie affiliate (soprattutto la brigata afghana Fatemiyoun) stanno cercando di ampliare la loro influenza nell’est della Siria, in particolare nella zona di Deir ez-Zor, ricca di risorse nel sottosuolo. E lo fanno anche reclutando cittadini siriani, restii ad arruolarsi nell’esercito regolare di Damasco. Chi entra a far parte della brigata Fatemiyoun deve necessariamente partecipare a dei «corsi ideologici e abbracciare lo sciismo», afferma Ahmed al-Ramadan, direttore dell’Euphrates Post.

 

Proprio nell’est del Paese per la prima volta il presidente americano Joe Biden ha autorizzato un bombardamento che ha colpito postazioni iraniane, in risposta al recente attacco subito dalla base americana a Erbil (Abc News). È significativo che, stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov riportate dal Washington Post, le truppe russe in Siria sono state avvisate dell’attacco soltanto 4 o 5 minuti prima che questo avvenisse.

 

Come cambia la relazione tra Stati Uniti e Arabia Saudita?

 

È attesa a ore la pubblicazione (inizialmente prevista per giovedì) del report dell’intelligence americana sull’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi che, secondo le prime anticipazioni, dovrebbe attribuire la diretta responsabilità dell’omicidio al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

 

Nell’attesa di scoprire con esattezza il contenuto del dossier, ci si interroga su come questo possa influire sulle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. A inizio settimana i rapporti tra Washington e Riyad hanno subito un altro colpo, dopo la notizia che le famiglie delle vittime dell’attacco a Pensacola, nel quale persero la vita tre americani per mano di un soldato saudita con legami con al-Qaeda (CBS News), hanno deciso di citare in giudizio il governo di Riyad, colpevole secondo l’accusa di non aver controllato adeguatamente il “curriculum” del suo militare prima di mandarlo negli Stati Uniti (The Wall Street Journal).

 

David E. Sanger sul New York Times ha ricordato che Biden, da candidato alla Casa Bianca, aveva esternato la volontà di trattare Riyad come un “pariah” della comunità internazionale. Tuttavia, da presidente, Biden non potrà non relazionarsi con i sauditi e non è affatto detto che alle dure parole possa seguire una linea politica altrettanto ferma. È vero che alcuni cambiamenti si possono già notare: Biden ha scelto di desecretare il dossier sull’omicidio Khashoggi, cosa che il suo predecessore si era sempre rifiutato di fare e ha bloccato l’invio ai sauditi di armi offensive utilizzate per la guerra in Yemen. L’impressione è che Riyad non abbia più carta bianca, aspetto che sembra confermato dalla telefonata intercorsa tra Biden e Re Salman, nel corso della quale la Casa Bianca, pur senza menzionare l’omicidio Khashoggi, ha riaffermato il suo impegno a favore dei diritti umani, plaudendo al rilascio di Loujain al-Hathloul.

 

Eppure, come nota Annelle Sheline su Responsible Statecraft, nonostante «tutte le espressioni pubbliche di condanna […] l’amministrazione [Biden] non ha toccato le fondamenta della relazione tra Stati Uniti e Arabia Saudita». Il timore di Sheline è che le critiche rivolte da Biden a MbS servano soprattutto a soddisfare l’opinione pubblica statunitense «senza però alterare il sostegno decennale alla casa Saud». È di un avviso simile Varsha Koduvayur che su Foreign Policy ricorda che i «condivisi interessi strategici permangono»: respingere l’espansionismo iraniano e l’avanzata cinese, tenere in equilibrio i mercati energetici, estendere la portata degli accordi arabo-israeliani.

 

Il petrolio iracheno e la presenza cinese in Medio Oriente

 

In una situazione di estrema necessità di liquidità, l’Iraq aveva annunciato di aver raggiunto un accordo con Zhenhua Oil Co., una compagnia cinese, per la vendita di quattro milioni di barili di petrolio al mese per cinque anni, a fronte di un pagamento anticipato di circa due miliardi di dollari (World Oil Magazine).

 

Questa settimana, però, il ministro iracheno del petrolio, Ihsan Abdul Jabbar ha deciso di congelare l’accordo. La motivazione è da ricercarsi nelle mutate condizioni del mercato petrolifero, come ha spiegato lo stesso Jabbar: «quando abbiamo annunciato questo accordo, [primo di questo tipo] nella storia dell’Iraq, temevamo che i prezzi del petrolio non salissero sopra i 40 dollari». Ma a distanza di pochi mesi il prezzo del petrolio si aggira intorno ai 60 dollari: motivo per il quale il contratto con pagamento anticipato risultava avvantaggiare sensibilmente Pechino e penalizzare altrettanto Baghdad. Ecco perché, ha proseguito Jabbar, «con il rialzo dei prezzi del petrolio abbiamo deciso di congelare questa opzione».

Baghdad, come scrive Bloomberg, sembra intenzionata a sfruttare l’aumento dei prezzi e difficilmente, mostrano i dati della prima metà di febbraio, rispetterà le quote imposte dall’OPEC.

 

L’accordo tra Baghdad e la società cinese evidenziava il tentativo iracheno di migliorare la propria situazione finanziaria, riporta Bloomberg, ma anche gli interessi e le relazioni funzionali ad essi che Pechino ha sviluppato nell’area del Golfo Persico. La Cina, come ha spiegato Jonathan Fulton per l’Atlantic Council, esercita una crescente influenza nell’area del Nord Africa e del Medio Oriente e beneficerà più di altri di due eventi occorsi nel 2020: la fine della disputa interna al GCC e la firma degli Accordi di Abramo tra Emirati Arabi e Israele. Su questa affermazione concorda anche Eyck Freymann, il quale su Foreign Policy ha sottolineato che Pechino «è diventata l’unica potenza esterna ad avere forti legami politici e commerciali con tutte le principali nazioni» mediorientali, senza che su questo fatto sia stata prestata grande attenzione.

 

PS: settimana prossima Papa Francesco partirà per una storica visita in Iraq. Abbiamo realizzato una guida per comprendere la dimensione ecclesiale, interreligiosa e socio-politica del viaggio. La trovate qui

 

In breve

 

Il patriarca dei maroniti Béchara Rai ha invocato una conferenza internazionale sotto l’egida delle Nazioni Uniti che favorisca la ricostruzione del Libano (Vatican News).

 

Secondo un report diffuso da Amnesty International le truppe eritree si sarebbero macchiate di crimini contro l’umanità nella città di Axum, nel nord del Tigray (Amnesty International).

 

Uomini armati hanno rapito circa trecento studentesse a Zamfara, nella Nigeria nord occidentale (Avvenire).

 

L’Egitto ha dichiarato di sostenere la proposta sudanese di riunire un quartetto composto da Stati Uniti, Unione Europea, ONU e Unione Africana per risolvere la disputa relativa al riempimento della diga sul Nilo (Washington Post).

 

L’Iran e l’IAEA hanno raggiunto un accordo per mantenere in essere il regime di ispezione ai siti nucleari iraniani (BBC News). La guida suprema Ali Khamenei non si è opposta all’accordo (Le Monde).

 

Un’interessante intervista allo storico francese Jean Pierre Filiu sulle proteste in Algeria a due anni dal loro scoppio (El Watan).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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