Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 21/10/2022 18:16:49

A un mese di distanza dalla morte di Mahsa Amini, in Iran continuano le proteste contro il regime degli ayatollah. Durante questa settimana grande attenzione è stata rivolta alla scalatrice Elnaz Rekabi, la quale durante una competizione internazionale in Corea del Sud ha gareggiato senza indossare il velo. Il gesto è stato interpretato dai manifestanti iraniani come un atto di solidarietà per la loro lotta contro l’obbligatorietà dell’hijab ma, molto probabilmente in seguito a pressioni ricevute, Elnaz Rekabi si è scusata e ha specificato che si è trattato soltanto di una dimenticanza. Per alcuni giorni Rekabi è risultata irraggiungibile e, alla fine, ha fatto rientro in Iran dove, all’arrivo, ha confermato la descrizione dei fatti che aveva pubblicato sul suo profilo Instagram: il velo non è stato indossato perché chiamata a competere in un momento non previsto. Il sito IranWire, fondato dal giornalista e attivista di nazionalità canadese e iraniana Maziar Bahari, ha riportato la notizia, poi smentita dalle autorità iraniane, secondo cui Rekabi sarebbe stata subito trasportata nel famoso carcere di Evin.

 

Proprio questa struttura detentiva, all’interno della quale sono presenti centinaia di dissidenti, attivisti e intellettuali, è stata sotto la lente d’ingrandimento dopo lo scoppio di un incendio che ha provocato la morte di almeno otto persone. Secondo le agenzie semiufficiali Fars e Tasnim l’incendio è scoppiato in seguito a un alterco tra i prigionieri della sezione dei crimini finanziari. Lo scontro avrebbe funzionato come diversivo e permesso ad altri detenuti di appiccare il fuoco e tentare la fuga. L’agenzia Fars ha inoltre specificato che alcuni prigionieri avrebbero preparato delle armi per aggredire le guardie.

 

All’esterno del carcere la repressione da parte delle forze di sicurezza prosegue imperterrita: il comandante dei Guardiani della Rivoluzione Hossein Salami si è rivolto in particolare ai media sauditi in lingua persiana avvertendoli di non diffondere quella che secondo lui è una versione scorretta dei fatti. Per Salami, l’Arabia Saudita si sta intromettendo negli affari interni iraniani, ciò che potrebbe avere conseguenze per Riyad, ha avvertito il generale dei pasdaran. Il quotidiano iraniano Javan si è spinto a definire la casa regnante saudita una «maligna tribù beduina». Un altro esponente dei Guardiani della rivoluzione citato da Middle East Eye ha invece spiegato come il compito della sua unità sia di instillare un senso di paura nelle menti dei manifestanti. I quali però, come ha spiegato David Vujanovic su Al-Monitor, hanno adottato nuove tattiche per far sì che le proteste possano continuare, come il blocco delle strade per rallentare l’arrivo della polizia, l’utilizzo della “modalità aereo” sui telefoni per evitare di essere tracciati o il ricorso a diversi strati di indumenti così da sostituire quelli che la polizia sporca con la vernice nel tentativo di identificare in un secondo momento i manifestanti. Chi invece non scende in piazza, ha scritto Vujanovic, ha inventato altri modi per solidarizzare con le proteste: ad esempio colorando di rosso l’acqua delle fontane di Teheran. Intanto Sanandaj, capoluogo della provincia curda iraniana, «è ora una zona militare, con armi da guerra che vengono utilizzate» dalle forze di sicurezza, si legge sul Washington Post. Secondo alcuni residenti interpellati dal quotidiano americano, la città è quasi completamente isolata e senza connessioni internet e telefoniche.

 

Se da un lato è chiaro che il futuro delle manifestazioni di queste settimane dipende dalla forma organizzativa che la protesta riuscirà a darsi, dall’altro è sempre più evidente che la tenuta del sistema si basa sulla «lealtà e sulla coesione» dei Guardiani della rivoluzione, come ha scritto il New York Times. A ben guardare, ciò non dovrebbe sorprendere almeno per due motivi. Il primo è che questo è esattamente lo scopo per cui Khomeini fondò questo corpo paramilitare. Il secondo è che i pasdaran sono ampiamente inseriti nel contesto economico e di potere iraniano, da cui dipendono interamente le fortune tanto dei vertici dell’organizzazione quanto della sua base. La loro risolutezza nel contrastare i manifestanti e coloro che vorrebbero una riforma del sistema (o una sua distruzione) si basa perciò anche sul loro interesse di gruppo. Molto meno coeso sembrerebbe, invece, il clero sciita di Qom che secondo quanto riportato da Amwaj Media si sta spostando sempre più verso la neutralità politica e, in alcuni casi, si spinge fino a criticare le scelte delle autorità di governo.

 

Mentre è impegnato a reprimere le proteste all’interno, l’Iran è sempre più coinvolto al fianco della Russia in Ucraina. Neil MacFarquhar del New York Times condivide la tesi secondo cui Iran e Russia non siano veri alleati, eppure sottolinea come «i due governi autoritari, entrambi colpiti dalle sanzioni occidentali, condividono la visione degli Stati Uniti come del loro grande nemico e come una minaccia alla loro presa sul potere». L’utilizzo dei droni iraniani nella guerra in Ucraina è il risultato di quella che Karim Sadjadpour (Carnegie Endowment for International Peace) ha definito una «partnership di convenienza». Che sia per convenienza o per convinzione, sta di fatto che l’Iran è «direttamente implicato sul terreno» ucraino, ha ricordato John Kirby dalla Casa Bianca. In questo contesto, che fine hanno fatto i negoziati sul nucleare? La repressione interna e l’intervento all’estero «peggiorano l’ambiente» in cui dovrebbero svolgersi i colloqui, ha affermato l’esperto Henry Rome in un’intervista per The Algemeiner. Non a caso Robert Malley, l’inviato speciale degli Stati Uniti per questo dossier, ha recentemente affermato che «il rinnovo dell’accordo non è in agenda». Nonostante tutto questo le trattative sono improntate su questioni specificamente legate alla proliferazione nucleare e perciò Henry Rome ritiene che un accordo sia ancora possibile.

 

Le relazioni tra Stati Uniti e Golfo sono più solide di quelle tra Golfo e Russia

 

Non passa giorno senza che l’alleanza tra Paesi Occidentali, Stati Uniti in primis, e Paesi del Golfo, capeggiati dall’Arabia Saudita, venga messa in discussione. Dopo la decisione invisa a Washington di tagliare la produzione di petrolio, la Casa Bianca ha optato per un nuovo rilascio di petrolio dalle sue riserve strategiche, nel tentativo di abbassare il prezzo alla pompa per i cittadini americani. Secondo Michael Rothman, presidente di Cornerstone Analytics intervistato da Al-Monitor, è estremamente difficile che la decisione di Biden porti risultati significativi. Lexington sull’Economist si sofferma sullo stato della relazione tra Riyad e Washington: l’alleanza «non è in imminente pericolo». In ambito securitario sono numerosi gli interessi condivisi, così come comune è anche il desiderio di stabilità dei prezzi dell’energia. Questo terrà insieme questi Paesi per ora, «come avvenuto dopo l’11 settembre, quando la maggior parte degli attentatori erano sauditi». Tuttavia, si legge sul settimanale inglese, emerge sempre più un problema e una debolezza della posizione americana nel mondo: i partner internazionali degli Stati Uniti sanno di poter contare sull’opposizione interna all’amministrazione di turno (i repubblicani in questo caso) per modificare azioni di politica estera intraprese dagli inquilini della Casa Bianca. È esattamente ciò che è successo, ricorda l’Economist, quando Netanyahu puntò tutto sul fatto che Trump avrebbe azzerato la politica estera di Obama nei confronti dell’Iran. Così è stato, salvo il tentativo di Biden – che finora non si è materializzato – di ritornare allo status quo ante…Trump. Su quali basi, dunque, i partner stranieri dovrebbero fare accordi con gli Stati Uniti, se poi un cambio di amministrazione potrebbe influire così profondamente anche sugli orientamenti di politica estera?

 

Ad ogni modo, se c’è la possibilità di un indebolimento del rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita, ciò non significa che Riyad continuerà a guardare verso Mosca come invece sembra fare in questo momento: Kristian Coates Ulrichsen, Mark Finley e Jim Krane hanno osservato in un report del Baker Institute for Public Policy (Rice University) che la tenuta nel lungo periodo dell’amicizia tra Russia e Arabia Saudita resta in dubbio. «Sebbene i due esportatori autocratici abbiano interessi comuni, esistono molti punti di frizione che potrebbero sgretolare la partnership», avvertono i ricercatori della Rice University.

 

Le ultime notizie confermano comunque quanto appena suggerito dall’Economist: nel breve periodo la cooperazione tra Arabia Saudita e Stati Uniti non è in discussione. Al-Monitor ha spiegato che il comandante del CENTCOM, Michael Kurilla, sta lavorando con le controparti mediorientali per allestire proprio in Arabia Saudita un centro di addestramento in cui lavorare su vecchie e nuove tecnologie anti-droni. Inoltre, un’indagine del Washington Post durata due anni ha svelato come la cooperazione tra i due Paesi in materia di difesa si basi anche sull’operato di funzionari americani ufficialmente in pensione. L’inchiesta del quotidiano americano ha svelato che dal 2016 a oggi, dunque anche in seguito all’omicidio Khashoggi, 15 tra generali e ammiragli americani in pensione hanno lavorato come consulenti per il Ministero della Difesa saudita, anche quando questo era capeggiato proprio dall’attuale principe ereditario e primo ministro saudita, Muhammad bin Salman. Tra i consulenti americani rientrano figure di spicco, come il generale dei marines James L. Jones, già consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, e il generale dell’esercito Keith Alexander, a capo dell’NSA sia con Obama che con George W. Bush. Secondo le leggi americane i funzionari in pensione possono svolgere consulenze per Paesi stranieri, purché il loro coinvolgimento sia approvato dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato. Non c’è invece necessità di autorizzazione per i veterani che hanno lavorato meno di 20 anni nelle forze armate. La parte del leone, comunque, la fanno gli Emirati Arabi Uniti: «i 280 militari in pensione identificati nei rapporti sono solo una cifra parziale degli americani che lavorano come contractors negli Emirati», si legge sul Washington Post. Tra di loro figurava anche Jim Mattis, ex Segretario alla Difesa durante l’amministrazione Trump. L’importanza della relazione tra Stati Uniti ed Emirati, al di là delle più recenti frizioni, è mostrata da quanto scritto dall’ambasciatore emiratino a Washington, Yousef Al Otaiba: «negli ultimi 50 anni nessuna nazione più degli Stati Uniti ha giocato un ruolo importante nel progresso e nella sicurezza degli Emirati. Abbiamo attinto all’esperienza degli Stati Uniti in […] ogni area possibile per ottenere know-how, per sviluppare la nostra economia e per far progredire e proteggere la nostra società». Negli ultimi anni la politica estera emiratina è stata assertiva e ha fatto uso anche dello strumento militare – fu proprio Jim Mattis a parlare di «piccola Sparta» – ma ora l’approccio emiratino alla politica internazionale sembra essere tornato a basarsi principalmente sulle attività diplomatiche ed economiche. Lo testimonia anche un’inchiesta di Reuters secondo cui sarebbe stato effettuato un cambio di strategia, con Abu Dhabi pronta «a investire nella regione utilizzando il fondo sovrano ADQ». Gli investimenti del fondo indicano, secondo Reuters, il tentativo emiratino di «usare la diplomazia economica per costruire alleanze regionali, dalla Turchia a Israele e all’Egitto».

 

Siria: condanna milionaria per il «patto col diavolo»

 

L’industria francese Lafarge, attiva nella produzione di cemento, è stata condannata dal Dipartimento di Giustizia americano a pagare una sanzione di 780 milioni di dollari. La Lafarge era accusata – e si è dichiarata colpevole – di aver pagato circa sei milioni di dollari a Isis e al-Nusra tramite la sussidiaria Lafarge Cement Syria, ora chiusa. Una parte di queste somme, si legge sul Financial Times, sono state erogate sotto forma di «donazioni» in quello che i magistrati americani hanno chiamato un «patto con il diavolo».

 

Perché l’industria si è comportata in questo modo? Come ha specificato la giustizia americana, non certo per la condivisione degli ideali jihadisti, piuttosto per puro profitto economico: Lafarge aveva infatti completato nel 2011 la costruzione nel nord della Siria di un impianto dal valore di oltre 600 milioni di dollari. L’obiettivo di Lafarge era quello di produrre cemento a basso costo per fronteggiare la concorrenza turca. La “mazzetta” passata ai gruppi jihadisti è stata dunque il modo attraverso il quale la società si è garantita la possibilità di continuare a operare nella zona.

 

In Siria, intanto, diminuisce la presenza russa: secondo il New York Times Mosca avrebbe infatti rimosso alcuni componenti cruciali della sua difesa aerea nella regione per spostarli in Ucraina. Sempre questa settimana invece Hamas ha riallacciato i rapporti con Damasco, dopo che una delegazione del gruppo islamista ha fatto visita a Bashar Assad in seguito alla mediazione dell’Iran e di Hezbollah.

 

In breve

 

Il governo etiope ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro i ribelli del Tigrè. Come scritto da Foreign Policy il timore degli osservatori internazionali è che ci si avvicini a un’altra catastrofe umanitaria.

 

Domenica otto seggi dell’Assemblea Nazionale sono stati contesi alle elezioni in Pakistan. Ben sei sono stati vinti dal partito dell’ex premier Imran Khan. La commissione elettorale pachistana ha però stabilito che Khan non potrà avere incarichi politici per i prossimi cinque anni.

 

Il presidente russo Vladimir Putin ha proposto all’omologo turco un accordo per rendere la Turchia un hub energetico attraverso cui far passare il gas diretto (anche) all’Europa (Arab News).

 

 

«Le regole del gioco sono cambiate, e gli americani non lo hanno ancora capito». Tensioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti dopo l’annuncio dell’OPEC

 

Rassegna della stampa araba a cura di Mauro Primavera

 

Anche la stampa araba commenta, in leggero ritardo, la contestata decisione dei Paesi dell’OPEC+, e soprattutto dell’Arabia Saudita, di ridurre la produzione di petrolio di circa due milioni di barili al giorno, disattendendo le aspettative dell’amministrazione americana che aveva chiesto un aumento dell’attività estrattiva di greggio per far fronte alla crisi energetica acuitasi a causa del conflitto russo-ucraino.

 

Per Mahmoud ‘Alloush, giornalista dell’emittente qatariota Al-Jazeera, la colpa di un simile affronto è da attribuire principalmente a Biden, a cui viene impartita una vera e propria lezione politica: «non ci è voluto molto perché il presidente americano si rendesse conto che la sua candidatura mal si adatta a gestire la complessità delle relazioni internazionali e degli interessi stranieri che molte volte contrastano con i principi morali che sostiene». Oltre a non aver compreso l’attuale dinamica geopolitica dei Paesi del Golfo, Biden sconta anche gli errori delle amministrazioni passate che, dopo il fallimento della missione militare in Iraq, hanno progressivamente ridotto il loro impegno in Medio Oriente e acuito il confronto geopolitico tra Riyad e Teheran. ‘Alloush si permette addirittura di suggerire una agenda che il presidente dovrebbe seguire, tra cui: recuperare il rapporto con gli attori regionali, considerare i possibili effetti collaterali sugli interessi statunitensi e valutare gli effetti negativi sulla sicurezza energetica del regno.   

 

La cosa più preoccupante è data dalla reazione scomposta della Casa Bianca che potrebbe limitare, se non bloccare del tutto, la vendita di armi al Regno e promulgare un pacchetto di norme antimonopolistiche, allontanando ancora di più le due parti. La posizione di Washington, però, non è particolarmente forte al momento: il declino della sua influenza nella regione, la crisi energetica e le elezioni di metà mandato previste il prossimo novembre hanno dato ancora più fiducia alla leadership «ostinata e tenace» del principe ereditario Mohammed bin Salman. Questi, infatti, pur consapevole dei rischi insiti nella decisione dell’OPEC+, non sembra intimorito dallo stop delle forniture di armi americane, anzi «scommette sul fatto che Biden non andrà fino in fondo con la punizione», dal momento che «le possibilità di ritorsione sono limitate». Le relazioni tra i due Paesi sono dunque molto tese e caratterizzate da una reciproca sfiducia: una crisi diplomatica, secondo ‘Alloush, non è necessariamente un fatto negativo, a patto che rappresenti l’occasione per rendere la partnership più flessibile e strategica, capace di adeguarsi al nuovo scenario internazionale. Cosa che però, al momento, non si sta verificando.  

 

Al contrario, il giornale panarabo al-‘Arabi al-Jadid, con sede a Londra, contesta le decisioni di Riyad, dal momento che esse mettono in enorme difficoltà gli Stati Uniti a poche settimane dal voto e forniscono un aiuto insperato alla Russia di Putin, in difficoltà sul fronte e isolata da gran parte della Comunità Internazionale. A tal proposito si cita l’atteggiamento assai diverso che assunse il Regno nel 2014, quando acconsentì ad aumentare la produzione petrolifera in risposta all’annessione russa della Crimea. L’articolo si concentra poi sulle promesse non mantenute dai sauditi al vertice di Gedda: «Biden, malgrado tutte le concessioni che aveva fatto al principe ereditario durante la sua visita nel Regno lo scorso luglio, quando aveva ritrattato la sua promessa elettorale di fare dell’Arabia Saudita uno stato paria, ha “stretto la mano” a bin Salman, credendo che questi non avrebbe potuto rifiutare le richieste dell’amministrazione americana». Forse, insinua al-‘Arabi, la monarchia intende indebolire ulteriormente la posizione di Biden – che in passato aveva criticato il mancato rispetto dei diritti umani nel Paese ed evidenziato il coinvolgimento di bin Salman nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi – auspicando il ritorno al potere dei repubblicani.  

 

Ibrahim Nawar, editorialista di Al-Quds al-‘Arabi, si associa alle critiche delle altre testate, osservando come l’egemonia americana non è minacciata soltanto da Cina e Russia, ma anche dagli stessi partner regionali di Washington: «nel periodo di ascesa degli Stati Uniti la loro influenza si reggeva su tre pilastri principali: Tel Aviv, Teheran e Riyad. Non penso che questa realtà sia presente ancora oggi». L’affronto dei sauditi costituisce solo lo spicchio di un fallimento a 360 gradi: dal mancato accordo con l’Iran allo stallo sulla guerra in Yemen, dalle tensioni con la Turchia all’impasse del conflitto siriano. Per Nawar, l’errore più grave di Biden è stato quello di trasformare la sicurezza nazionale in uno dei tanti temi della campagna di metà mandato, «lasciando l’impressione che le questioni strategiche fossero subordinate alle offerte elettorali, piuttosto che agli interessi permanenti del Paese». In un altro editoriale della testata si afferma in maniera piuttosto schietta che Washington, con la sua reazione stizzita, non ha ancora capito che il Golfo riveste un ruolo molto diverso rispetto al passato, aggiungendo che «gli equilibri delle nuove potenze internazionali non sono stati ancora compresi dalla mentalità politica americana».    

 

Il quotidiano saudita Al-Riyad difende, con toni piuttosto irriverenti e provocatori, l’OPEC+. In primo luogo, il giornale cerca di ridimensionare la gravità dell’annuncio: «il calo della produzione per il mese prossimo non significa che ci saranno due milioni di barili in meno; si ritiene invece che la riduzione si aggirerà intorno al milione di barili giornaliero». In secondo luogo, si sottolinea come la decisione segua un andamento globale, dal momento che altri Paesi produttori, come il Kazakistan e la stessa Russia, hanno diminuito le loro quote di produzione. In terzo luogo, si irride il tentativo americano di promulgare leggi antimonopoliste, spiegando che il cosiddetto “Nopec”, il disegno di legge antitrust che intende «cancellare l’immunità sovrana dei paesi OPEC […] non aiuterà più di tanto: dal 2000 è stato infatti proposto sedici volte in dodici anni […] Né l’amministrazione Bush, né quella Obama né tantomeno quella Trump sono riuscite a farlo approvare». Gli americani non possono far altro che convivere con questa decisione «di natura completamente economica e priva di motivazioni politiche». In conclusione, l’articolo respinge con fermezza qualsiasi accusa di connivenza tra Riyad e Mosca, ricordando che il Regno non solo si è mantenuto in una posizione di neutralità rispetto all’invasione russa, ma ha anche fornito consistenti aiuti umanitari all’Ucraina e ha condannato l’invasione nelle votazioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.                        

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