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Negoziato sul nucleare: è la settimana dell’ottimismo

Palazzo Coburg a Vienna, sede dei negoziati sul nucleare iraniano [Mikhail Gnatkovskiy / Shutterstock]

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 14/01/2022 16:54:12

In corrispondenza del secondo anniversario dell’uccisione di Qassem Soleimani, l’Iran ha attaccato alcune postazioni americane in Iraq e Siria. Gli attacchi sono stati respinti dalle difese americane e hanno provocato danni materiali ma fortunatamente nessuna vittima. Con queste azioni l’Iran tenta di dimostrare di essere in grado di minacciare le forze americane e i loro alleati, con l’obiettivo di provocare un’ulteriore riduzione dei contingenti americani nella regione. Tuttavia, secondo Con Coughlin, editorialista del quotidiano emiratino The National, la strategia iraniana sconta pesantemente il vuoto lasciato dall’uccisione di Soleimani e l’assenza di una leadership di tale livello impedisce che gli obiettivi siano raggiunti.

 

Sono però tanti e diversi i livelli a cui si gioca la partita dell’Iran: questi nuovi attacchi vanno interpretati tenendo in considerazione tanto i negoziati in corso a Vienna (che difficilmente saranno interrotti dopo gli ultimi sviluppi, a meno che si registrino vittime americane) quanto il coinvolgimento a livello regionale di Teheran. Su quest’ultimo punto l’Iran non sembra intenzionato a fare passi indietro, e lo dimostrano le conclusioni di un rapporto elaborato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu (riportate qui dal Wall Street Journal), secondo cui l’Iran avrebbe utilizzato le infrastrutture del porto di Jask per spedire armi di vario genere ai ribelli houthi in Yemen – un conflitto che peraltro, ha spiegato un anonimo corrispondente locale di al-Monitor, è lungi dall’essere risolto.

 

I negoziati di Vienna dunque proseguono e venerdì scorso il ministro degli Esteri francese Yves Le-Drian ha fatto sapere di essere ancora convinto della possibilità di successo, anche se, al contempo, ha ammonito riguardo alla necessità di concludere rapidamente i colloqui. Secondo Ben Caspit anche Israele ha iniziato a valutare gli scenari che si aprirebbero in caso di raggiungimento di un accordo. Al momento lo Stato ebraico sembra disposta ad accettare la situazione, pur di riuscire a minimizzare i danni grazie al sostegno di Washington e all’accesso ai suoi armamenti e alle sue tecnologie più avanzate. Non è però l’unico calcolo che si fa a Gerusalemme. Amir Oren (Haaretz) ritiene che Israele sia in realtà consapevole che l’Iran non acquisirà mai la bomba atomica, al di là della retorica aggressiva al riguardo. Al contrario, scrive Oren, ciò che serve a Teheran è trovarsi nella condizione di poterla realizzare, per utilizzare poi la sua rinuncia come una carta da scambiare. In cambio di cosa? In primo luogo per vedersi riconosciuto come un interlocutore «tra eguali».

 

Al momento la più importante richiesta iraniana resta la rimozione delle sanzioni imposte da Donald Trump, e secondo l’ambasciatore Mikhail Ulyanov, inviato russo a Vienna, se i colloqui dovessero avere successo il grosso delle sanzioni sarà in effetti rimosso, a cominciare da quelle più importanti su petrolio e commercio internazionale. Non è tuttavia possibile che l’Iran ottenga un’altra delle garanzie che va richiedendo da tempo, e cioè che l’accordo non possa essere rovesciato da future amministrazioni americane. Intanto la Guida Suprema Ali Khamenei, che non parlava dell’argomento dal luglio scorso, ha implicitamente espresso il suo sostegno ai colloqui (senza del quale il governo iraniano difficilmente potrebbe portare avanti il negoziato): «non cederemo alla pressione del nemico», ma «negoziati e coinvolgimento con il nemico sono un’altra cosa».

 

Un altro segnale di ottimismo – riportato da Amwaj Media – è che nell’ultimo periodo i funzionari iraniani che si occupano del dossier si sono spesi per tenere informati i vicini arabi sugli avanzamenti del negoziato.  Secondo Hossein Amir-Abdollahian (viceministro degli Esteri iraniano), questi potranno portare a un «buon accordo».

 

Un editoriale del Financial Times traccia i contorni di un possibile scenario: cosa succederà se venisse raggiunto un accordo, ma Iran e Paesi arabi non riuscissero a garantire un vero incremento della qualità della vita dei propri cittadini? Il timore del quotidiano inglese è che, in quel caso, i gruppi estremisti sunniti possano fomentare la percezione (peraltro già diffusa) secondo cui gli Stati Uniti e Israele stiano sponsorizzando un’alleanza tra quello che essi ritengono uno Stato eretico sciita e gli uomini forti sunniti, che hanno «completato il ritorno alla dominazione dittatoriale dopo aver sotterrato le speranze dei sollevamenti arabi del 2011».

 

Le partite dei Talebani: diplomazia, inverno e stabilità

 

Durante il week end scorso alcuni funzionari talebani hanno incontrato in Iran i leader di alcuni gruppi della resistenza afghana. Bilal Karimi, uno dei portavoce del movimento islamista, ha scritto in un tweet che il ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqui ha incontrato anche lo storico mujahidin della guerra anti-sovietica Ismail Khan e Ahmad Massoud. Come ha scritto tuttavia il Washington Post, non è chiaro quali altri leader abbiano preso parte all’incontro. Secondo Michael Kugelman (Wilson Center) l’iniziativa talebana serve a evitare la formazione di un fronte di opposizione armata più ampio e coeso. Sigbatullah Ahmadi, portavoce della resistenza, ha affermato invece che gli obiettivi che i Talebani perseguono con questa azione sono il riconoscimento da parte dell’Iran e la fine delle divergenze interne alla leadership.

 

L’atteggiamento iraniano è però ambiguo: se da un lato Teheran (per ora) frena sul riconoscimento, dall’altro si esprime a favore di Kabul in merito alla necessità di sbloccare i fondi afghani congelati dall’amministrazione Biden al momento della conquista talebana. Non sarebbe comunque così semplice il loro auspicato utilizzo a fini umanitari: anche qualora i fondi venissero sbloccati, il ministero delle Finanze talebano potrebbe non avere la capacità operativa per gestire il loro impiego. La mancanza di lavoratori qualificati pone un serio pericolo per l’Emirato, che fa di tutto per riportare in Patria gli afghani residenti all’estero, a cominciare da quelli in Pakistan – ha spiegato il New York Times.

 

Ad ogni modo, anche le Nazioni Unite hanno insistito questa settimana riguardo la necessità che il Paese riceva aiuti: l’Onu martedì ha diramato «il più grande appello mai fatto per una singola nazione, chiedendo ai donatori internazionali di fornire più di 5 miliardi di dollari» per fronteggiare la crisi umanitaria. Mentre infatti la violenza non accenna a placarsi (due attacchi recenti hanno scosso l’Afghanistan: un’esplosione nella provincia di Nangahar che ha ucciso almeno dieci persone, e uno scontro a fuoco a Kabul), la neve ha iniziato a cadere in 30 delle 34 province afghane, isolando alcune zone. Le condizioni climatiche estreme, insieme agli allagamenti nel Sud del Paese, hanno causato la morte di nove persone e, come racconta Pamela Constable da Kabul, molti di coloro che sono senza lavoro devono «scegliere tra cibo e carburante» per il riscaldamento. La situazione è drammatica: 23 milioni di afghani su un totale di 39 milioni non hanno cibo a sufficienza.

 

In questo contesto, nelle ultime settimane i Talebani hanno scelto di sostituire gli ambasciatori in Iran e Cina per nominare figure più vicine al movimento islamista. Come si legge su Foreign Policy, sebbene non sia chiaro se i Paesi ospitanti abbiano approvato le nomine, queste ultime possono indicare un potenziale «miglioramento delle relazioni tra i Talebani e i Paesi fuori dall’orbita americana». Di certo all’Iran, così come al Pakistan, serve un governo afghano in grado di mantenere un minimo di stabilità e di tenere sotto controllo le attività dello Stato Islamico. Pakistan e Iran sono i due Paesi con la più grande influenza nelle vicende afghane e in questo frangente storico, a differenza di quanto avvenuto in passato, è fondamentale per il loro stesso interesse che trovino un modo per cooperare e non solamente competere, ha scritto Kamran Bokhari su Foreign Affairs. Un esempio su tutti: Teheran spera che la firma di un nuovo accordo sul nucleare «permetta ai cinesi di procedere con i loro piani di estendere la BRI» all’Iran, e per farlo deve evitare che l’instabilità afghana si propaghi oltre il confine occidentale. Esattamente la stessa preoccupazione che ha il Pakistan, che teme per la sicurezza delle infrastrutture del Corridoio Economico Cina-Pakistan.

 

Chi non gioisce per le riforme di MbS

 

La principessa Basma bint Saud, figlia più giovane di Re Saud (che governò tra il 1953 e il 1964), è stata liberata. Tre anni fa era stata incarcerata in Arabia Saudita insieme alla figlia, poco prima di riuscire a partire per la Svizzera per ricevere cure mediche. L’arresto era avvenuto senza che le due fossero accusate di alcunché. La BBC riporta l’ipotesi che sia stata la vicinanza all’ex principe ereditario Mohammed bin Nayef a costar loro la libertà. Martin Chulov sul Guardian insiste invece sul fatto che la principessa Basma aveva aspramente criticato la repressione nel Regno e sottolinea come il suo arresto rientri nella linea portata avanti da Mohammed bin Salman, che secondo un’attivista ora rifugiato in Nord America ha trasformato l’Arabia Saudita in uno «stato di polizia».

 

Se da un lato, infatti, la politica intrapresa da MbS ha introdotto importanti libertà personali, dall’altro la repressione del dissenso si è intensificata. E naturalmente non tutti ne sono contenti. Un esempio: mentre il 30 dicembre le autorità saudite ordinavano alle moschee di Mecca e Medina di operare il distanziamento sociale dei fedeli, nel Paese si teneva un rave party con la partecipazione di 700.000 giovani senza che il governo dicesse nulla. «Questo regno sta impedendo la virtù e promuovendo il vizio» ha affermato un insegnante di Medina. Come ha scritto l’Economist, sono tre i gruppi di persone che non sono soddisfatte delle riforme avviate dal potente principe ereditario: i salafiti, infastiditi dalla limitazione del ruolo dei religiosi e da quello che ritengono un tradimento del patto tra la casa regnante e i chierici; i principi della casa Saud, che lamentano il passaggio da un «sistema consensuale» al dominio di un singolo uomo; e infine alcuni sauditi “ordinari”, i quali si trovavano a loro agio con le regole imposte negli anni precedenti, a cominciare dalla presenza dei sussidi accompagnata dall’assenza di tasse. Eppure, conclude l’Economist, il sistema di sorveglianza e repressione funziona davvero bene. Motivo per cui non c’è da aspettarsi nessuna opposizione al principe realmente significativa.

 

Mali: isolato dai vicini, coccolato dalla Russia

 

È scontro aperto tra i Paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) e il Mali. L’ECOWAS ha chiuso i confini, interrotto le relazioni diplomatiche, sospeso le transazioni finanziarie e commerciali e congelato i fondi del Mali presso la Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (BCEAO) a causa dell’«inaccettabile» ritardo nella programmazione delle elezioni a seguito del Colpo di Stato del 2020. Come ha infatti scritto Reuters, il Mali aveva raggiunto un accordo con i Paesi dell’ECOWAS che prevedeva le elezioni per febbraio 2022, ma Bamako ha poi proposto un rinvio di ben cinque anni.

 

La dura reazione da parte dell’ECOWAS al rinvio delle elezioni (che nei fatti equivale a un loro annullamento) deriva anche dalla pressione a cui l’organizzazione è sottoposta per dimostrare di essere in grado di proteggere la democrazia dal ritorno dei regimi militari, in un periodo in cui l’Africa centrale e occidentale ha vissuto quattro colpi di Stato in 18 mesi. Ecco perché – spiega Jeune Afrique – le sanzioni adottate dall’ECOWAS sono ancora più dure di quelle che erano state introdotte dopo il putsch di agosto 2020, che pure, «in piena pandemia, erano state duramente avvertite» nel Paese. Dal canto suo, la giunta militare maliana guidata da Abdoulaye Maïga ha denunciato come «illegali e illegittime» le sanzioni e ha accusato l’organizzazione degli stati dell’Africa occidentale di farsi strumentalizzare da indefinite «potenze extraregionali». Anche se non l’ha esplicitamente dichiarato, Maïga fa probabilmente riferimento in primo luogo alla Francia, irritata dalla scelta di Bamako di affidarsi al gruppo di mercenari russi Wagner, che come ha riportato France24 sono stati per la prima volta fotografati nel Paese. Non a caso la Russia, con l’appoggio della Cina, ha bloccato una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avrebbe dovuto esprimere il suo sostegno alle azioni dell’ECOWAS.

 

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Previsioni arabe (fosche) per il 2022

 

Per i giornalisti arabi, il nuovo anno è iniziato all’insegna del pessimismo. Molti di loro si sono lanciati in previsioni per questo 2022 e le prospettive presentate appaiono tutt’altro che rosee. 

 

In un editoriale per al-‘Arabī al-Jadīd, il politico siriano curdo Abdulbaset Sieda, ex presidente del Consiglio Nazionale Siriano, ha riflettuto sulle crisi politiche che affliggono i Paesi arabi e che vanno sempre più peggiorando in assenza di forze capaci di ripristinare l’unità del tessuto sociale nazionale e costruire degli Stati forti. Crisi e frammentazione diventano piuttosto terreno fertile per i progetti confessionali, nazionali, regionali o tribali. Che fare? Sieda scrive che le elezioni non sono la soluzione, come dimostrano il caso libanese e iracheno e si chiede se il mondo arabo non sia giunto ​​alla fase in cui convivere è semplicemente impossibile e se le “identità assassine” predette da Amin Maalouf più di due decenni fa non siano diventate una realtà.

 

Della difficoltà di far convivere identità diverse, nella fattispecie quella palestinese e quella israeliana, ha parlato su al-Sharq al-Awsat Saleh al-Qallab, ex ministro dell’Informazione giordano, che ha denunciato il processo di ebraizzazione a cui è sottoposta quotidianamente Gerusalemme e l’ipocrisia di Israele che, ufficialmente, auspica il processo di pace ma nei fatti dimostra il contrario. «Un momento arabo malato» – così il ministro ha definito l’epoca storica che sta vivendo il Medio Oriente – «ma la rinascita, ha concluso, ci sarà».

 

Ugualmente fosco è il quadro dipinto da al-Jazeera, che per gli anni a venire prevede una situazione geopolitica più instabile, una sempre più folta presenza di attori non governativi che operano a livello locale, nazionale e transnazionale, e una sempre maggiore ingerenza delle forze internazionali, pronte a sponsorizzare attori locali o schierare i propri eserciti, con il rischio di trascinare nel caos aree che fino a questo momento erano stabili. Tre sono gli ambiti in cui i politici saranno chiamati a dare delle risposte: la demografia, l’economia e la geopolitica. A livello demografico la popolazione del Medio Oriente è destinata ad aumentare, passando da circa 500 milioni nel 2020 a 724 milioni nel 2050, con l’Egitto e l’Iraq in testa. Quanto all’economia, essa dovrà presto fare i conti con il cambiamento climatico, la transizione energetica, l’espansione urbanistica e la digitalizzazione, che cambierà i modelli economici, sociali e culturali. Tutti questi fattori nel loro insieme potrebbero essere fonte di conflitti.

 

Su al-Arabī al-Jadīd lo scrittore palestinese Hayan Jabir ha previsto per il 2022 una terza ondata rivoluzionaria che dovrebbe vedere una maggiore partecipazione popolare rispetto alle due ondate precedenti (2011 e 2019), una più ampia diffusione geografica e maggiori possibilità di successo. Jabir ha descritto una popolazione ormai allo stremo in molti Paesi, dal Libano all’Iraq passando per l’Algeria e il Sudan, una popolazione che molto presto potrebbe trovarsi a dover scegliere tra la morte per fame, freddo o povertà e la rivolta contro le autorità corrotte. A peggiorare ulteriormente la situazione sarebbero le barriere imposte dall’Unione Europea alla migrazione, che rendono sempre più difficile immaginare di emigrare.  

 

Per il Libano il 2022 si prospetta un altro anno nero. La situazione del Paese è ben riassunta in un titolo di al-Nahār, uno dei maggiori quotidiani nazionali: «La strada ribolle tra la corsa del dollaro e i prezzi dei carburanti… un crollo senza fine». In effetti, mercoledì per scambiare un dollaro erano necessarie 32.500 lire libanesi, mentre una tanica di benzina è arrivata a costare 387.000 lire. Dopo l’aumento stratosferico dei prezzi del carburante e il continuo rialzo del tasso di cambio del dollaro, sui libanesi incombe anche lo spettro di una possibile crisi del pane che potrebbe materializzarsi qualora lo Stato decidesse di tagliare i sussidi per il grano.

 

Al-Quds al-Arabī ha denunciato «la democrazia delle quote» su cui si fonda il sistema politico in Libano e in Iraq, che prevede la spartizione delle cariche istituzionali tra i rappresentanti delle diverse confessioni religiose. Questo sistema ha soltanto una parvenza di democrazia – in esso prevarrebbero infatti gli equilibri di potere esterni al parlamento anziché i risultati delle elezioni – e, quel che è peggio, difficilmente è superabile. Le quote confessionali sono infatti una fonte di sostentamento per le élite politiche le quali, per non perdere i loro privilegi, garantiscono il perpetuarsi di questo sistema mobilitando le loro basi elettorali e neutralizzando con ferocia qualsiasi forza che chiede il cambiamento.   

 

In questi ultimi mesi anche la Tunisia sta tremando. Oggi è l’undicesimo anniversario della caduta del regime di Ben ‘Ali, giorno in cui tradizionalmente si celebrava la Rivoluzione dei Gelsomini fino a quando, lo scorso dicembre, il presidente Kais Saied ha deciso di spostarne la celebrazione al 17 dicembre, data in cui Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid innescando la rivolta popolare. Questa settimana Ennahda, sfidando le indicazioni del governo, ha invitato i cittadini a scendere in piazza il 14 gennaio per «ristabilire lo stato di diritto, le libertà e la giustizia».

 

Manifestazioni che sono state incoraggiate anche dai quotidiani filo-islamisti come ‘Arabī21, che vi vede un’occasione d’oro per riportare «la bussola della rivoluzione nella giusta direzione», come ha scritto il tunisino Mohamed Hnid, auspicando il successo delle folle nel «rovesciare il colpo di Stato».

 

Spostandoci sull’altra costa del continente africano, la situazione appare sempre più drammatica anche in Sudan. Da diversi mesi le strade di Khartoum sono invase ogni settimana dai manifestanti, che chiedono il passaggio del potere alle forze civili. Al-Arabī al-Jadīd ha denunciato la violazione dei diritti dei bambini, mandati a protestare nelle strade delle città sudanesi e sfruttati per scopi politici.

 

In breve

 

Si conclude oggi la visita in Cina del segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo e dei ministri degli Esteri dell’Arabia Saudita, del Kuwait, dell’Oman e del Bahrain. Obiettivo: rafforzare i legami energetici con Pechino. (al-Jazeera)

 

Oggi in Tunisia ricorre l’undicesimo anniversario della caduta di Ben ‘Ali. Nonostante il rischio di contagi e il divieto di assembramenti stabilito da Kais Saied, i partiti di opposizione al governo hanno comunque deciso di scendere in piazza a manifestare. (La Presse)

 

Il primo ministro del Sudan Abdalla Hamdok ha rassegnato le dimissioni (Associated Press), mentre nel Paese proseguono le proteste contro i militari al potere. Durante le manifestazioni di ieri hanno perso la vita un poliziotto e un manifestante (Al-Jazeera).

 

Anwar Raslan, ex ufficiale siriano, è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale tedesco di Coblenza che l’ha dichiarato colpevole di almeno 4000 casi di tortura, 27 omicidi e due casi di violenza sessuale nel centro di detenzione di al-Khatib (CNN).

 

Nello stesso giorno in cui il presidente americano Joe Biden ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro etiope Abiy Ahmed un attacco con un drone ha provocato la morte di 17 persone nel Tigrè. Pochi giorni prima un attacco su un campo profughi aveva invece ucciso più di 50 persone (New York Times).

 

Ieri in Libano era il “giorno della rabbia”: in seguito all’appello lanciato dal sindacato degli autotrasportatori, diverse manifestazioni si sono svolte nel Paese per protestare contro il deterioramento della situazione economica e contro la classe politica. I camionisti hanno bloccato le principali vie di comunicazione stradale (L’Orient Le-Jour).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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