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Rassegna stampa

L’infinita guerra al terrorismo

Donald Trump e James Mattis durante la commemorazione delle vittime del 9/11

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 23/11/2018 13:46:27

Sono passati 17 anni dall’11 settembre 2001, ma gli effetti di ciò che successe al World Trade Center riecheggiano ancora vividi. Dopo lo “sciopero degli eventi” degli anni ’90, per usare l’espressione di Macedonio Fernández, gli attacchi del 9/11 hanno rappresentato l’evento assoluto, «l’evento puro che racchiude in sé tutti gli eventi che non hanno mai avuto luogo»[1]. I terroristi hanno ferito l’Occidente laddove esso è più innervato: hanno sfruttato la libera circolazione, hanno colpito un centro del potere economico, hanno sfruttato la diffusione istantanea e mondializzata delle immagini. E la potenza del fatto risiede precipuamente nella crudezza delle immagini, che esalta e prende l’evento in ostaggio. La sovrapposizione fra realtà inimmaginabile e immagini reali segna la rinascita di un registro simbolico che si credeva perduto. Come le immagini dei picconi sul Muro a Berlino nel 1989 segnavano “la fine della storia”, le scene di New York hanno reso la Storia protagonista di nuovo, ma questa volta in un mondo interconnesso e globalizzato. Una nuova dualismo stava per iniziare: la Global War on Terrorism dell’amministrazione Bush, la guerra che vedeva contrapposto il “mondo” al “terrorismo” e che ha portato al rovesciamento del regime talebano in Afghanistan e baathista in Iraq.

 

Secondo un report del Watson Institute pubblicato la settimana scorsa, le spese, dirette o indirette, della guerra al terrore ammonterebbero a circa 6 trilioni di dollari. E i costi umani sono ancor più terrificanti: 500.000 persone, di cui la metà civili, avrebbero perso la vita, senza contare le 500.000 vittime stimate del conflitto siriano. Di fronte a queste cifre lascia ancor di più attoniti il fatto che l’obiettivo di eradicare il fondamentalismo islamico alla base del terrorismo sia mestamente naufragato. Come evidenziato in questo articolo, tra le fila dei combattenti jihadisti si conterebbero 230.000 soggetti, numeri paragonabili solo al periodo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

 


Gli errori in Afghanistan e in Iraq e le conseguenze ancora attuali

Oltre alle cifre, lascia perplessi come gli interventi militari in Afghanistan, ben riassunto nel libro Unwinnable, e Iraq non abbiano raggiunto gli obiettivi sperati a causa di errori strategici e tattici non trascurabili.

 

In Afghanistan[2] possiamo identificare cinque problematiche: la sovrapposizione erronea fra talebani e affiliati di al-Qaeda, la scarsa conoscenza della realtà locale frammentata, tribale e multi-identitaria, l’incapacità di vincere “cuori e menti” degli abitanti, la corruzione del governo afghano e il comportamento discutibile dei partner regionali, con i servizi segreti (ISI) pachistani che hanno mostrato una certa accondiscendenza con i talebani.

 

Per quanto concerne l’Iraq[3], gli sbagli strategici e tattici afferiscono a quattro dimensioni: lo smantellamento delle forze di sicurezza, pilastro dello stato, il processo di de-baathificazione che ha privato il Paese della sua intelligentia (un problema a cui stiamo assistendo anche in Siria), l’imposizione di un modello economico liberista e infine la costruzione di un sistema istituzionale su base confessionale, che ha permesso alla maggioranza sciita di rivalersi sulla popolazione sunnita. Ed è con questi errori che si sono piantati i semi della guerra civile del 2005 e della nascita del sedicente Califfato, che ha beneficiato di tutti gli errori commessi dal 2003.

 

A distanza di più di un decennio, i Paesi sono ancora in una situazione critica, come dimostrano i fatti di questa settimana. In Iraq, un’autobomba ha ucciso cinque civili, ferendone sedici. In Afghanistan, invece, un attacco terroristico, il 182° da gennaio 2016, ha fatto registrare 55 morti, di cui la maggior parte ulema, in occasione del Mawlid al-Nabi, la ricorrenza della nascita del Profeta Muhammad.  Il Dipartimento della Difesa americano, un giorno prima dell’attentato a Kabul, aveva rilasciato un documento in cui riconosceva dei piccoli progressi nel processo di pacificazione del Paese, che però è stato evidentemente smentito dai fatti a distanza di 24 ore, come evidenziato in questo articolo di Foreign Policy.

 

 

Che intenzioni hanno gli Stati Uniti?

L’interesse degli Stati Uniti nei due paesi è lontano dall’essersi esaurito, come avevano dimostrato già nel mese di luglio le dichiarazioni del Segretario di Stato Mike Pompeo. A ciò si aggiunga anche che Trump avrebbe confidato nei giorni scorsi ai suoi consiglieri più fidati l’intenzione di recarsi in visita alle truppe in Afghanistan o in Iraq. Ma a cosa si deve l’interesse in Kabul e, soprattutto, Baghdad? Il Paese che per anni è stato governato da Saddam Hussein ha sempre funto da argine alle mire espansionistiche dell’ingombrante vicino iraniano. L’invasione iniziata nel 2003 avrebbe infatti avuto lo scopo di ottenere un diretto alleato, una sorta di enclave a stelle e strisce, nel cuore del Medio Oriente, stringendo in una morsa fra Iraq e Afghanistan l’Iran. È abbastanza evidente come i piani non siano andati a buon fine. Al contrario, i fallimenti delle missioni Enduring Freedom e Iraqi Freedom hanno permesso alla Repubblica Islamica di guadagnare una posizione di rilevanza nello scacchiere regionale. E così l’attuale amministrazione americana si è trovata a fronteggiare una situazione in cui la regione è lacerata a livello politico, religioso e ideologico, e in cui l’Iran occupa una posizione di forza.

 

Non bisogna inoltre dimenticare come il mancato appoggio americano al Presidente egiziano Hosni Mubarak nel 2011 e il JCPOA con l’Iran nel 2015 abbiano fatto sorgere non pochi dubbi alle monarchie del Golfo, storici sodali di Washington, sulla solidità dell’alleanza. Serviva un cambio di direzione, puntualmente arrivato in un breve lasso di tempo.

 

 

L’asse Washington-Riyadh

L’ascesa di MbS a Riyadh e MbZ ad Abu Dhabi, insieme all’elezione di Trump, hanno costituito un momento di svolta. L’amministrazione americana ha intravisto l’opportunità di distanziarsi dal predecessore democratico e di intessere nuove relazioni commerciali; Arabia Saudita e Emirati, d’altra parte, hanno intuito l’opportunità di riaffermare il proprio status regionale, intraprendendo una guerra in Yemen, in cui comunque mostrano interessi non del tutto convergenti, e marginalizzando il Qatar, con cui differiscono in merito al ruolo dell’Islam nella sfera pubblica.

 

L’alleanza fra Trump e MbS pare di conseguenza inossidabile, nonostante il recente caso Khashoggi e le prove fornite dalla CIA circa il coinvolgimento del Principe Ereditario. Il Presidente ha infatti sconfessato l’Agenzia, di fatto allineandosi alla versione del vice-procuratore capo dell’Arabia Saudita, Shalaan Al Shalaan, per cui il Principe saudita sarebbe stato all’oscuro di tutto. Sulla stessa linea sono il Re Salman, padre del futuro sovrano, e il Ministro degli Affari Esteri del Regno, Adel bin Ahmed al-Jubeir, che ha ribadito il supporto incondizionato dell’apparato statale a MbS.

 

A sorprendere però più di tutto è stato il comunicato della Casa Bianca sui rapporti con l’Arabia Saudita. Il testo, definito dal New York Times «un viaggio nella mente di Trump», si concentra molto di più sull’Iran, come se fosse espressione diretta del pensiero saudita sulla Repubblica Islamica. Il Paese guidato da Rouhani è così ritenuto il maggior contribuente al terrorismo islamico, il responsabile di una guerra per procura in Yemen contro il Regno saudita, lo sponsor principale di Hezbollah, il supporter numero uno di Bashar al-Assad, il nemico del mondo occidentale e di Israele e persino il destabilizzatore dell’Iraq, il quale ha però  recentemente rafforzato l’asse con Teheran e ha rigettato le sanzioni secondarie imposte da Washington. È come se il

 

 

La questione yemenita

Nel comunicato di Washington si legge inoltre che «l’Arabia Saudita si ritirerebbe volentieri dallo Yemen se solo lo facessero gli iraniani». Ed è proprio sul Paese del sud della penisola arabica che si sono concentrati i riflettori di molti media internazionali. La guerra, che è costata la vita a 85.000 bambini, sembra lontana da una fine, con l’esercito nazionale che ha rispedito al mittente la proposta, poco realistica per altro, dei ribelli houthi di un cessate il fuoco. Al contrario, la Settima Brigata avrebbe distrutto avamposti houthi a nord di Saada, roccaforte delle milizie filo-iraniane. In risposta, i ribelli hanno lanciato nella serata di giovedì contro l’Arabia Saudita quattro missili balistici. È quindi evidente che l’accordo che si dovrebbe negoziare a dicembre in Svezia sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’inviato in Yemen Martin Griffiths rischi di essere l’ennesima tappa formale di un processo senza miglioramenti sostanziali.

 

A quale costo?

È infine interessante notare nel sopracitato comunicato della Presidenza americana che a caratterizzare la relazione fra Washington e le monarchie del Golfo sia principalmente il denaro. Trump si è mostrato molto attento nel sottolineare come l’interruzione dei rapporti con Riyadh, nonostante il caso Khashoggi, e con Abu Dhabi, nonostante l’ergastolo per spionaggio comminato al dottorando britannico Matthew Hedges, provocherebbe un danno economico calcolabile in 450 miliardi di dollari, di cui un quarto derivato da contratti sulle armi. I petrodollari del Golfo, che hanno già dato un chiaro indirizzo alle imminenti elezioni in Bahrain, rischiano ancora una volta di mettere in secondo piano la necessità di garantire i diritti umani e preservare uno stato di diritto.

 


[1] Jean Baudrillard, Lo Spirito del terrorismo, Raffaello Cortina, Milano 2011.

[2] Tim Bird e Alex Marshall, Afghanistan: How the West Lost Its Way, Yale University Press, New Haven 2011.

[3] Riccardo Redaelli e Andrea Plebani, L’Iraq contemporaneo, Carocci Editore, Roma 2013.

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