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Rassegna stampa

Le elezioni negli Stati Uniti e le ricadute sulla politica estera in Medio Oriente

Il Presidente Trump incontra Re Salman per la ratifica del Joint Strategic Vision Statement, Maggio 2017

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 09/11/2018 11:24:57

Lunedì 5 novembre si sono tenute le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti d’America. Il voto ha riguardato, oltre a numerosi governatori, i membri della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei membri del Senato. Mentre il conteggio non è stato ancora ultimato, i risultati si sono via via delineati e hanno già espresso i due verdetti più attesi: i Repubblicani hanno ottenuto la maggioranza assoluta in Senato (51 voti contro i 46 Democratici e 3 ancora da assegnare), mentre i Democratici si sono assicurati la Camera dei Rappresentanti con 222 eletti, contro i 199 del partito del Presidente. Oltre al grande numero di votanti che queste elezioni di Midterm è stato in grado di attirare (stimati in 114 milioni), degno di nota è anche il mosaico che risulta da questa tornata elettorale. Per la prima volta nella storia americana sono state infatti elette, nelle fila democratiche, due donne di origine mediorientale: Rashida Tlaib, i cui genitori sono originari di West Bank, e Ilhan Omar, somala di Mogadiscio.

 

Il voto si è dunque concluso con il riassestarsi di un equilibrio fra le due Camere americane. Da una parte, l’attesa blue wave, l’onda blu democratica e progressista, si è rivelata essere poco più che un flutto; dall’altra, le speranze di Trump di potersi muovere liberamente si sono rivelate infondate, nonostante il Presidente abbia rivendicato una vittoria schiacciante nell’immediato post-elezione. Benché immigrazione e sanità siano stati i due temi determinanti della campagna elettorale, è comunque lecito attendersi ricadute che eccedono i due ambiti sopra citati.

 

In particolare, come sottolinea Joe Macaron su Al Jazeera, sarà interessante valutare l’impatto del voto sulla strategia americana in Medio Oriente. In particolare, la vittoria Dem nella Camera “bassa” potrebbe avere ripercussioni sugli accordi militari con Riyadh e sui tentennamenti americani in Yemen. È infatti notizia recente di come gli scontri a Hodeidah fra i ribelli Houthi e l’esercito nazionale, appoggiato da milizie filo-emiratine e supportato da attacchi aerei sauditi, si siano intensificati nuovamente. Il Presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi ha inoltre nominato un nuovo Ministro della Difesa, Mohammed al-Maqdishi, e un nuovo Capo di Stato Maggiore, Abdullah Al-Nakhi, nella speranza di risolvere un conflitto che pare sempre più ingestibile, come ha raccontato per Oasis Charles Schmitz.

 

D’altra parte, è difficile pensare a un completo re-indirizzamento della politica estera di Washington. La morte del giornalista saudita Khashoggi ha scosso gran parte dell’establishment repubblicano, e anche gli esponenti più vicini a Trump hanno mostrato tutte le loro preoccupazioni per la svolta autoritaria dell’auto-proclamatosi riformatore Mohammad bin Salman. Il Principe, ammantandosi di una retorica moderata e modernista, è riuscito in pochi mesi a ridefinire la linea di successione e a consolidare la propria posizione come Direttore di Aramco, Ministro della Difesa, vice Primo ministro e Presidente del Consiglio degli Affari Economici e dello Sviluppo. Come nota Madawi al-Rasheed, di cui abbiamo recensito il libro Salman’s Legacy, l’impossibilità di trovare un freno nelle forze all’interno all’Arabia Saudita, obbliga in un certo qual modo gli Stati Uniti ad assumersi l’onere di provare a contenere MbS. L’articolo di Madawi al-Rasheed pubblicato su Foreign Affairs ripercorre il rapporto fra Washington e Riyadh, fino alla relazione definita “di tipo familistico” fra Trump e MbS, scortati rispettivamente da Jared Kushner e dal fratello Khalid bin Salman, nuovo ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Secondo l’autrice, una relazione invariata fra Stati Uniti e Arabia Saudita legittimerebbe il Regno nel proseguire una politica estera aggressiva e una repressione interna violenta. Di fronte allo strapotere del giovane Principe però l’incognita sulle intenzioni americane resta: Trump si mostrerà risoluto nell’affrontare la questione saudita o anteporrà gli interessi economici alla tutela dei diritti umani e all’implementazione di uno stato di diritto?

 

Le sanzioni all’Iran

Il riavvicinamento fra Stati Uniti e Arabia Saudita, nonostante i moniti più volte rivolti all’apparato statale saudita da Trump, rafforza, e a sua volta è irrobustito, dalla dedizione con cui l’amministrazione a stelle e strisce pare dedicarsi all’isolamento dell’Iran, benché la Repubblica Islamica si dimostri coriacea nell’affrontare il regime sanzionatorio, come si evince nelle parole di Hossein Salami, numero due dei Guardiani della Rivoluzione. Novanta giorni dopo l’uscita americana dal JCPOA si è assistito alla reintroduzione delle prime sanzioni, volte a interrompere i rapporti fra Washington e Teheran. A distanza di altri tre mesi, il quadro sanzionatorio si è arricchito di divieti secondari ai danni di organizzazioni non americane che intrattengano transazioni commerciali con l’Iran. Come evidenziato in questo commentary ISPI, le sanzioni hanno l’obiettivo di punire Teheran, portando a zero le esportazioni di greggio iraniano, a differenza dell’embargo promosso da Obama fra il 2012 e il 2015 che si era limitato ad una riduzione del 40% della produzione di petrolio.

 

L’esclusione dell’Italia

L’Europa ha cercato però di smarcarsi, implementando alcune misure preventive come il Regolamento di blocco (Regolamento 2271/96), per aggirare le sanzioni, e l’estensione del mandato della Banca europea per gli investimenti (BEI), per fornire garanzie a chi investe in Iran. Le misure, in ogni caso, hanno più un valore politico che effettivo, e riguardano l’Italia solo marginalmente. Il nostro Paese, quinto importatore di oro nero iraniano, è infatti stato incluso fra coloro i quali beneficeranno di un waiver, un’esenzione di sei mesi, insieme a Grecia, Turchia, India, Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone. La dispensa dall’embargo non è però affatto dovuta a una gentilezza istituzionale, ma piuttosto a ragioni strategiche e tattiche. Lucio Caracciolo nota infatti su Limes come le mosse di Trump siano quelle di un uomo di affari per cui nulla è gratis. La concessione americana, accompagnata a considerevoli acquisti di titoli di Stato di fondi di investimento americani, mira così ad ottenere valide contropartite, come l’acquisto di F-35, la preservazione del MUOS e la realizzazione della TAP. Oltre a questi elementi, la concessione ha un significato geopolitico più profondo: mantenere la nostra Penisola nella sfera di influenza, ponendo fine ai costanti ammiccamenti verso Russia e Cina.
 

Il futuro della Siria
La decisione di includere nella sospensiva dell’embargo Italia e Grecia, i paesi meno in linea alla linea rigorista europea, ha una duplice finalità: mantenere il Vecchio Continente in bilico in modo da restare legato alla potenza statunitense, senza consegnarlo nelle mani di Francia e soprattutto Germania. I due paesi, che non hanno particolarmente gradito le mosse dell’amministrazione Trump verso l’Iran, hanno preso parte ad un meeting a Istanbul con Erdogan e Putin sul futuro della Siria. L’assenza di Washington si è fatta sentire, anche perché Mosca e Ankara sono i due principali promotori del processo di pace di Astana, diretto concorrente dell’iniziativa ginevrina sponsorizzata dagli Stati Uniti. Seppur in assenza di sostanziali miglioramenti per la condizione siriana, l’incontro ha mostrato ancora una volta la posizione di forza della Turchia sul tema migranti, una posizione recentemente rafforzatasi con la creazione di una zona demilitarizzata nella provincia di Idlib.

 

La situazione in Siria, di cui proponiamo qui un report dell’Institute for the Study of War, è ancora lontana da una normalizzazione piena, anche se il governo di Assad ha dato il via, sebbene in maniera atipica, a un processo noto come DDR (Disarmament, Demobilization, and Rehabilitation), volto al disarmo, smobilitazione e riabilitazione dei gruppi armati che solitamente proliferano in un conflitto. Le milizie, come dettagliatamente esposto in questo articolo del Carnegie Middle East Center, sono state infatti cooptate nell’esercito regolare nazionale. Se da un lato questo assicura un irrobustimento dell’apparato militare statale, dall’altro il rischio è una militarizzazione muscolare di un Paese uscito a pezzi da una guerra quasi decennale.

 

Ancora di incerta lettura è la decisione da parte di EAU prima e Arabia Saudita poi di riaprire le proprie ambasciate a Damasco, dopo anni di freddezza dovuti alla vicinanza fra il regime di Assad e l’arci-nemico Iran. Il punto di contatto sarebbe da ritrovarsi nell’identificazione dei Fratelli Musulmani come forza di destabilizzazione politica; un elemento, la presunta vicinanza al movimento/partito, che è già costato l’embargo al Qatar su iniziativa di Riyadh e Abu Dhabi, che avrebbe organizzato un incontro anti-Doha a Parigi.

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