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Medio Oriente e Africa

Yemen, il conflitto dimenticato

Manifestazione a Sana‘a nel 2011 [ymphotos-Shutterstock]

La guerra civile in Yemen imperversa ormai da tre anni, con un costo elevatissimo in termini di vite umane. Ecco com’è cominciata, chi la combatte e che cosa c’è in gioco

Ultimo aggiornamento: 25/09/2018 16:08:04

Dal 2015 lo Yemen è lacerato da una guerra civile che vede principalmente coinvolti gli Houthi, i loro oppositori interni, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Per cominciare analizziamo brevemente ciascuno di questi attori.

 

Gli attori principali

Gli Houthi sono un movimento politico moderno nato in seguito agli eventi più recenti, ma profondamente radicato nella tradizione religiosa yemenita. È importante distinguere il clan degli Houthi dal movimento politico che ne porta il nome. Il primo è un prestigioso lignaggio degli esperti religiosi zayditi, esponenti di una branca dello sciismo che giunse in Yemen nel IX secolo; il secondo invece è emerso nel contesto moderno della rivoluzione repubblicana del 1962 che rovesciò l’imamato zaydita, delle tecniche repressive del regime di ‘Ali ‘Abdallah Saleh e dell’ascesa dell’Islam rivoluzionario iraniano in contrapposizione all’egemonia statunitense nella regione.

 

Gli oppositori interni degli Houthi sono eterogenei e disuniti. Tra questi si trovano esponenti del Sud del Paese, i quali vedono negli Houthi l’ennesima ondata di invasori del Nord che puntano a soggiogare le regioni meridionali; un nuovo movimento salafita, che li contesta su base religiosa; il partito Islah, affiliato ai Fratelli musulmani, che combatte politicamente gli Houthi; un’ampia schiera di nazionalisti, liberali e altri, che contestano il loro governo con la forza delle armi; infine i reduci dei sostenitori di Saleh dopo l’assassinio di quest’ultimo nel 2017. L’opposizione è perciò unita contro gli Houthi, ma irriducibilmente frammentata al proprio interno.

 

L’Arabia Saudita e gli Emirati stanno sfruttando la situazione in Yemen per esibire la loro nuova potenza militare e imporre il proprio ordine securitario nella Penisola Arabica. In passato, gli Stati del Golfo si affidavano prevalentemente sugli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza; ma i nuovi e assertivi leader sauditi ed emiratini intendono definire autonomamente la propria agenda securitaria. I loro obiettivi principali in Yemen sono, da una parte, la repressione dei movimenti politici islamici come i Fratelli musulmani o i salafiti della Sahwa, che potrebbero sfidare la supremazia delle monarchie del Golfo; dall’altra, il contrasto all’influenza dell’Iran sulla regione. Gli Houthi appartengono ad entrambe le categorie, in quanto movimento dell’Islam politico e allo stesso tempo filo-iraniano.

 

Infine, gli Stati Uniti, l’Iran e il Qatar ricoprono ruoli di secondo piano nella guerra. Washington rimane concentrata sulla lotta contro al-Qaeda e vede nell’instabilità della regione un fattore di forza per il gruppo terroristico. Vorrebbe perciò una soluzione politica che consolidi il governo, ma allo stesso tempo sostiene convintamente l’Arabia Saudita, la cui campagna militare in Yemen contribuisce all’instabilità. L’amministrazione Trump ha fatto suo il punto di vista saudita, secondo cui l’Iran è il principale responsabile dei problemi della regione. In realtà, gli iraniani non sono direttamente coinvolti nel conflitto, ma sostengono politicamente gli Houthi e ispirano la visione del mondo della loro leadership. Benché l’Iran fornisca un piccolo ma significativo supporto militare, il suo obiettivo è irritare i sauditi con il minimo sforzo. Il ruolo del Qatar è ancora più marginale: si limita a sostenere i movimenti islamisti tradizionali, come i Fratelli musulmani, ed è vicino al partito yemenita dell’Islah, le cui forze militari controllano la zona desertica orientale di Ma’rib e sono forti a Taiz. Al momento, il Qatar è bloccato dallo stallo politico con l’Arabia Saudita e gli Emirati, e per questo tenta occasionalmente di ostacolare gli sforzi sauditi in Yemen.

 

La cessazione delle ostilità richiederebbe innanzitutto una riconciliazione tra l’Arabia Saudita e gli Houthi, e poi una formula capace di riavviare un processo politico che includa gli Houthi e i loro oppositori in un governo di riconciliazione nazionale. Queste proposte sono state discusse in Kuwait nel 2016, ma le parti non sono poi riuscite a raggiungere un accordo operativo. In ogni caso, prima di prendere in esame la situazione attuale, conviene fare un passo indietro ed esaminarne il contesto storico.

Mappa dello Yemen [Rainer Lesniewski-Shutterstock].jpgMappa dello Yemen [Rainer Lesniewski-Shutterstock]

 

Gli interessi sauditi in Yemen

Nell’ultima parte del XIX secolo, lo Yemen era un campo di battaglia conteso tra l’Impero ottomano e i britannici, che nel 1839 avevano conquistato il porto di Aden e intessuto relazioni con i clan della zona circostante la città, la quale sarebbe diventata nota come Yemen del Sud. In risposta a questa incursione britannica, gli ottomani riconquistarono Sana‘a alla fine del XIX secolo. Il collasso dell’Impero ottomano e la fine della prima guerra mondiale, tuttavia, lasciarono lo Yemen del Nord nelle mani del regno mutawakkilita, l’ultimo imamato degli sciiti zayditi.

 

Nel periodo tra le due guerre, la penisola Arabica si presentava come un’arena di emirati in competizione tra loro. Il rampante ‘Abd al-‘Aziz Ibn Saud rivaleggiava con il governante hashemita della Mecca, con il piccolo emirato idriside di ‘Asir (attualmente una provincia sud-occidentale dell’Arabia Saudita), e con l’Imam zaydita dello Yemen Yahya Hamid al-Din per il controllo della penisola. Dapprima ‘Abd al-‘Aziz sconfisse l’emirato idriside, poi fu la volta degli hashemiti nel 1926. Poco dopo, Faysal, figlio di ‘Abd al-‘Aziz, condusse le truppe saudite contro lo Yemen e inflisse una sonora sconfitta all’esercito dell’Imam nel 1934. Nella riorganizzazione del dopoguerra, il regno saudita s’impossessò delle tre province di ‘Asir, Najran, e Jizan.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Arabia Saudita aveva imposto il proprio dominio sulla penisola arabica. Da rivale per la conquista del potere, lo Yemen divenne una fonte di insicurezza. Da allora fino a oggi, i sauditi hanno cercato di consolidare la propria posizione di potenza dominante in Yemen per prevenire l’insorgere di eventuali minacce, sostenendo alternativamente leader tribali, lo Stato yemenita o l’opposizione politica a seconda delle circostanze. La politica saudita è spesso descritta come una strategia per tenere lo Yemen unito ma debole, per evitare allo stesso tempo che il Paese collassi nel caos e che si rafforzi al punto di costituire una minaccia per il Regno.

 

La prima minaccia all’influenza saudita sullo Yemen venne dal nazionalismo arabo che si irradiava dall’Egitto nasseriano, a cui si ispirarono gli ufficiali yemeniti per rovesciare l’imamato e fondare la Repubblica araba dello Yemen nel 1962. Dal momento che l’Arabia Saudita temeva il nazionalismo arabo per la sua opposizione alla monarchia e al governo islamico, essa appoggiò i seguaci dell’imamato yemenita, chiamati monarchici, in una guerra civile contro i repubblicani sostenuti da Nasser. Questa mossa mostra come la frattura tra sunniti e sciiti determini solo congiunturalmente le alleanze politiche. La guerra finì in un punto morto, finché emerse un compromesso che permise alla forma di governo repubblicana di sopravvivere e ai leader tribali conservatori, alleati con l’Arabia Saudita, di dominare il governo. Alla fine, il sostegno saudita alla causa monarchica scongiurò l’instaurazione in Yemen di uno Stato nasserista forte.

 

La successiva minaccia alla monarchia saudita fu costituita dai comunisti dello Yemen del Sud, dove i nazionalisti che avevano costretto i britannici ad abbandonare il territorio erano politicamente di sinistra e si sarebbero poi alleati con l’Unione Sovietica.

 

Durante la guerra fredda, lo Yemen si trovò quindi diviso tra una Repubblica Araba dello Yemen nel Nord, che aveva come capitale Sana‘a ed era sostenuta dai sauditi (e dagli americani); e la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen (RPDY) nel Sud, con capitale Aden, che era invece sostenuta dai sovietici. L’Arabia Saudita diede rifugio ai leader tribali e religiosi dello Yemen del Sud, consentendo alle forze anticomuniste di usare il Regno come base da cui far partire le proprie incursioni. Ma le forze di sinistra erano forti e avevano una notevole influenza al Nord.

 

In seguito alla seconda guerra intra-yemenita del 1979, nelle regioni centrali del Nord, a Taiz e Ibb si levò una forza insurrezionale, chiamata il Fronte Nazionale, sostenuto dalla RPDY. Il Fronte nazionale divenne una minaccia molto seria per il governo di Sana‘a e spinse i sauditi a creare una coalizione anticomunista di shaykh tribali, mercanti e Fratelli musulmani, che si dimostrò efficace nella sconfitta del Fronte Nazionale (1982). Quando i movimenti politici furono legalizzati nel 1990, la coalizione prese il nome di partito Islah. Importante strumento dell’influenza saudita in Yemen, questo partito era guidato dal capo tribale ‘Abdallah bin Hussein al-Ahmar, leader della confederazione tribale degli Hashid e presidente del parlamento per decenni. Fu questo il pilastro politico dello Yemen repubblicano che venne abbattuto dagli Houthi tra il 2012 e il 2014, turbando profondamente i sauditi.

 

Questi ultimi avevano plasmato lo Yemen del Nord attraverso i loro finanziamenti al sistema scolastico: siccome lo stato yemenita era piuttosto povero, i sauditi sovvenzionarono la creazione di “istituti scientifici”, che impartivano un’educazione di base e un’istruzione religiosa almeno fino alla loro abolizione nei primi anni del 2000. Gli istituti erano gestiti da insegnanti affiliati al partito Islah e ai Fratelli musulmani, e da molti salafiti, che accusavano gli sciiti di promuovere il settarismo e di dividere la comunità musulmana. Essi erano inoltre una componente chiave della diffusione dell’Islah nelle regioni tradizionalmente zaydite dell’estremo nord e per questo gli attivisti zayditi li ritenevano loro nemici ideologici.

 

Ma è stata la politica, più dell’ideologia, a guidare l’azione saudita in Yemen, come ben dimostra la guerra civile del 1994. Nel 1990, in seguito al collasso dell’Unione Sovietica, il Nord e il Sud dello Yemen si unificarono. Tuttavia, l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nell’estate del 1991 complicò le relazioni tra lo Yemen e l’Arabia Saudita. Infatti, ‘Ali ‘Abdallah Saleh, salito al potere come capo della nuova Repubblica dello Yemen, era vicino a Saddam Hussein, e gli iracheni l’avevano pagato affinché non sostenesse l’intervento americano contro Baghdad. All’epoca, lo Yemen era membro del consiglio di sicurezza dell’ONU e sia gli americani che i sauditi fecero pagare caro a Saleh il suo mancato sostegno. Riyadh espulse 800.000 lavoratori yemeniti dal regno e Washington tagliò tutti gli aiuti. Nel 1994 le relazioni tra una parte della leadership sudista e i nordisti degenerarono in una guerra, e i sauditi, sebbene avessero passato tutta la guerra fredda a combattere contro i comunisti, scelsero di appoggiare gli ex-comunisti del Sud nel tentativo di farla pagare a Saleh, indebolendo il suo Stato. Il loro tentativo gli si rivolse contro, visto che il Nord sconfisse i secessionisti, ma esso dimostra che i sauditi non sono legati ideologicamente a nessun gruppo yemenita e che il loro interesse principale è l’influenza sulla regione. E questo rimane vero anche oggi, perché se gli Houthi si impegnassero a garantire la sicurezza dei sauditi rinunciando al sostegno iraniano, Riyadh non avrebbe problemi a concludere un accordo con loro, ciò che fu sul punto di avvenire nel 2016.

 

Gli Houthi

L’Islam venne introdotto in Yemen quando il profeta Muhammad era ancora in vita e quando il suo genero ‘Ali Ibn Abi Talib visitò la regione. Nel IX e nel X secolo, lo Yemen ospitava dei principati ismailiti, che minacciavo il potere centrale di Baghdad. È in questo periodo che lo zaydismo emerse per la prima volta nella regione come rivale dell’ismailismo. Sia il primo che il secondo fanno parte dell’Islam sciita. Il fondatore dello zaydismo yemenita, Yahya Ibn al-Husayn al-Qasim al-Rasi, noto come al-Hadi ila al-Haqq (“la guida verso la verità”), si stabilì tra le tribù dell’estremo Nord e fondò un imamato. La sua interpretazione dello zaydismo (chiamato hadawi in Yemen) restringeva la candidatura alla guida della comunità islamica ai discendenti del Profeta attraverso la linea di Fatima e ‘Ali, i quali formarono in Yemen una particolare classe sociale specializzata nei servizi religiosi e impiegata nella burocrazia. Essi vivevano nelle tribù, dai cui membri erano protetti, e ricevevano il titolo onorifico di sayyid (“signore”, pl sāda). Soltanto i sāda che si distinguevano per il loro sapere e che erano vicini all’imamato potevano beneficiare delle sue risorse materiali; la maggior parte di essi, invece, per quanto ufficialmente rispettati, rimanevano poveri, in alcuni casi erano più poveri dei loro vicini tribali. I sāda non erano dunque una casta di governo o un’aristocrazia, anche se molti di loro ottennero potere e ricchezza grazie ai loro incarichi pubblici. L’attuale leadership houthi proviene da un prestigioso clan di questi sāda.

 

Al Nord, la caduta dell’imamato e l’instaurazione della repubblica del 1962 produssero un drammatico capovolgimento. Per i repubblicani, l’idea di una classe privilegiata di ulema violava il principio di uguaglianza tra i cittadini. Tuttavia, vi erano ancora dei sāda che prestavano servizio nelle file della repubblica e gli zayditi (non della classe dei sāda, ma che appartenevano a tribù e ad antiche famiglie di giudici) avevano il controllo del governo repubblicano, in particolare dell’esercito. Tuttavia, la maggior parte dei repubblicani, temendo il prestigio religioso delle famiglie di ulema tentarono di ridimensionare l’influenza dei sāda. La gestione delle istituzioni e dei servizi religiosi, che rappresentavano la principale fonte di sostentamento dei sāda, venne posta sotto il controllo dello Stato; i capi tribù che sostenevano la repubblica vennero preferiti agli ex monarchici; e, soprattutto, i repubblicani diedero risalto a nuove forme di Islam che rifiutavano ogni sorta di privilegio per i discendenti di Muhammad. Tra questi vi erano la Fratellanza musulmana e il salafismo, due movimenti riformisti sunniti che si oppongono allo sciismo.

View in Sanaa [Oleg Znamenskiy-Shutterstock].jpg

Foto panormaica di Sana‘a [Oleg Znamenskiy-Shutterstock]

 

La rinascita dei sāda nella Repubblica

Per i sāda, l’instaurazione della repubblica segnò un cambiamento profondo. Molti di loro semplicemente si diedero all’imprenditoria e al commercio per beneficiare della crescita economica degli anni ’80, abbandonando la politica, ma altri tentarono in ogni modo di riconquistarsi un posto di rilievo nel nuovo contesto politico-sociale.

 

Una delle strade scelte da alcuni sāda per reinserirsi nella Repubblica fu quella della politica elettorale. Quando i due Yemen si unificarono nel 1990, la neonata Repubblica dello Yemen adottò un sistema politico liberale con elezioni e partiti legali. I sāda crearono due partiti politici, Hizb al-Haqq e l’Ittihād al-Quwā al-Sha‘biyya. Nell’Ittihād, alcuni membri della famiglia al-Wazir espressero una teologia alternativa, che attenuava il requisito secondo cui solo i sāda avrebbero potuto guidare la comunità zaydita. I partiti zayditi non riscossero un grande successo alle elezioni e Hizb al-Haqq ottenne solo due seggi in parlamento. Tuttavia, uno di questi andò a Hussein al-Houthi, il carismatico fondatore di quello che sarebbe diventato il movimento houthi. La sua sfiducia nella politica del regime di Saleh fu uno dei fattori della successiva conquista del potere da parte degli Houthi.

 

Un’altra reazione dei sāda, in particolare dei giovani, fu la rivitalizzazione dello zaydismo. Negli anni ’80, giovani zayditi istruiti, sia sāda che non sāda, cominciarono a promuovere lo zaydismo in modo che potesse essere più attrattivo per la giovane popolazione in crescita nello Yemen. Dato che nel Nord i campi estivi sunniti, finanziati dai sauditi, richiamavano un gran numero di giovani, i promotori della rinascita zaydita replicarono il modello. È questa l’origine del movimento Believing Youth (Giovani Credenti), che Hussein al-Houthi trasformò successivamente in un gruppo politicamente attivo. All’inizio degli anni 2000, egli si dimise dal Hizb al-Haqq e aderì a Believing Youth.

 

Infine, alcuni sāda, tra cui Hussein al-Houthi, vennero influenzati negli anni ’80 dall’ascesa dell’Islam rivoluzionario iraniano. Nella dottrina khomeinista confluivano un’ideologia terzomondista della liberazione, che promuoveva la vittoria degli oppressi, e una rivoluzione teologica nello sciismo duodecimano, che fece transitare lo sciismo iraniano dal quietismo e dalla tolleranza passiva della sofferenza all’attivismo politico. Adottando la mondovisione iraniana, Hussein al-Houthi vide nel predominio americano e israeliano sul Medio Oriente il principale nemico dei musulmani: per lui era chiaro che i sāda zayditi in Yemen avrebbero dovuto assumere la guida della rivoluzione in Yemen.

 

Ascesa e caduta di Hussein al-Houthi

Dopo essere entrato nella Believing Youth, Hussein al-Houthi trasformò l’organizzazione da una piattaforma di educazione culturale a un gruppo politico attivista e sfruttò l’invasione americana dell’Iraq del 2003, estremamente impopolare nello Yemen, per contestare la legittimità del regime di Saleh. Agli occhi degli Houthi, l’alleanza di quest’ultimo con gli Stati Uniti dopo l’11 settembre era infatti il segno che il presidente yemenita era diventato un burattino nelle mani degli americani. Dopo l’invasione, le forze dell’ordine yemenite repressero le manifestazioni che ebbero luogo di fronte all’ambasciata statunitense. Al-Houthi radunò allora i suoi sostenitori nella grande moschea di Sana‘a, dove si misero a scandire: «morte all’America, morte ad Israele, disgrazia sugli ebrei, vittoria ai musulmani». Lo slogan irritò Saleh, che ordinò la cattura di al-Houthi e il fermo dei suoi seguaci nella capitale.

 

Il tentativo di arrestare Hussein al-Houthi incontrò la resistenza armata dei locali, fino a quando il leader degli Houthi non fu tirato fuori da una grotta e ucciso dalle truppe governative. Ma, invece di porre fine alla questione, il suo assassinio divenne un potente simbolo di martirio e la strategia repressiva dell’esercito yemenita fece sì che gli Houthi si guadagnassero l’appoggio non solo della popolazione locale dell’estremo Nord, ma anche degli attivisti per i diritti civili nella capitale.

 

L’anziano padre di Hussein al-Houthi, il celebre esperto religioso zaydita Badr al-Din al-Houthi, giurò che avrebbe continuato la lotta del figlio contro il regime di Saleh. Si aprì così una seconda fase del conflitto, poi una terza ed infine una quarta. Uno dei fratelli più giovani di Hussein, ‘Abd al-Malik, si distinse come uno dei comandanti dell’insurrezione. A ogni nuova fase del conflitto, gli Houthi acquisivano esperienza, mentre le tattiche repressive del governo spingevano sempre più persone dalla loro parte. Nel corso delle sei guerre contro gli Houthi, combattute tra il 2004 e il 2010, un fattore decisivo per il governo fu l’uso del partito Islah e della sua componente tribale Hashid. In risposta a questo stato di cose, gli Houthi sfruttarono abilmente le tensioni inter- e intra-tribali per rovesciare la leadership Hashid. La supremazia degli Houthi sul Nord tribale finì per eliminare uno dei principali strumenti attraverso il quale i sauditi esercitavano la propria influenza sullo Yemen.

 

La primavera araba e l’accordo negoziato dai sauditi

Quando la primavera araba raggiunse lo Yemen all’inizio del 2011, i sauditi intervennero per mantenere la loro influenza, mentre gli Houthi sfruttarono sapientemente a proprio vantaggio le tensioni nella capitale yemenita. Alla fine del 2010, il regime di Saleh si era già indebolito. La sua politica del pugno di ferro aveva contributo significativamente al successo dell’insurrezione degli Houthi e l’inettitudine con cui aveva represso il Sud del Paese aveva causato la formazione di un grande movimento di disobbedienza civile che chiedeva il ritiro delle truppe nordiste, rimaste nel Sud dai tempi della guerra del 1994. A quel punto, l’esplosione delle manifestazioni di piazza della primavera araba e il massacro di manifestanti da parte del governo nel marzo del 2011 spaccarono in due il regime di Saleh: una parte sosteneva il generale ‘Ali Muhsin e l’Islah; l’altra era favorevole a Saleh e a suo figlio Ahmad. Esse si spartirono le strade della capitale e si prepararono alla guerra.

 

La prospettiva che l’élite yemenita potesse autodistruggersi in una guerra intestina spinse i sauditi ad agire. Riyadh negoziò una soluzione che avrebbe permesso a Saleh di dimettersi dalla presidenza, ma di rimanere a capo del partito al potere, il Congresso generale del popolo. L’accordo saudita, chiamato accordo del GCC (Consiglio di cooperazione del Golfo), prevedeva un periodo di transizione di due anni sotto la leadership del vice presidente di Saleh, ‘Abd Rabbuh Mansur Hadi; la convocazione di una Conferenza per il dialogo nazionale; la stesura di una nuova Costituzione e infine l’indizione di elezioni per formare un nuovo governo al termine dei due anni di transizione.

 

Gli Houthi parteciparono attivamente al processo. Una delle nove commissioni della Conferenza per il dialogo nazionale si occupò del conflitto che li riguardava nell’estremo Nord. Allo stesso tempo essi continuarono a consolidare ed espandere il proprio controllo militare dei territori settentrionali. Sia l’ala politica che quella militare degli Houthi erano attive e, nel momento in cui il processo di transizione dell’accordo del GCC rallentò fino a bloccarsi, il movimento divenne più aggressivo. Era evidente che parte della leadership degli Houthi non voleva affidare il proprio futuro al processo del Consiglio di cooperazione del Golfo.

 

Un patto con il diavolo

Un fattore decisivo nell’espansione degli Houthi durante il periodo di transizione fu l’alleanza segreta con l’ex presidente ‘Ali ‘Abdallah Saleh, il quale vedeva in loro un’opportunità per sabotare l’accordo del GCC che l’aveva estromesso dal potere. D’altro canto, gli Houthi vedevano in Saleh un mezzo per estendere la loro influenza nell’esercito yemenita e tra i sostenitori dell’ex presidente.

 

I due anni di transizione passarono senza una nuova Costituzione, né delle elezioni. Il lavoro della Conferenza per il dialogo nazionale durò più a lungo del previsto, a causa di alcuni seri ostacoli alla partecipazione politica del Sud, e la stesura della bozza della nuova Costituzione si si trascinava. Nel frattempo, la situazione economica e della sicurezza degenerò, al punto che i cittadini yemeniti persero interesse nei negoziati dell’élite politica, concentrandosi invece su come guadagnarsi da vivere nel progressivo aggravarsi delle condizioni. Nel settembre del 2014, le milizie degli Houthi raggiunsero la periferia di Sana‘a, cavalcando il malcontento nei confronti dell’amministrazione transitoria per legittimare il loro ingresso nella città e la loro azione politica.

 

L’accordo di pace e la partecipazione

Gli Houthi sostenevano che il governo di transizione fosse finito in un vicolo cieco a causa dei continui dissidi politici e quindi proposero un governo di unità nazionale che lasciasse spazio a una rappresentanza sudista e houthi ai vertici dello Stato, con ministri tecnici monitorati in base ai progressi raggiunti in ambito economico. Il presidente Hadi firmò la proposta degli Houthi insieme al rappresentante dell’ONU in Yemen, Jamal bin Omar. Il nuovo governo tecnico, insediatosi nell’ottobre del 2014, godeva di un ampio sostegno popolare: sembrava che gli Houthi avessero trionfato.

 

Tuttavia, le loro milizie invasero la città e i loro “supervisori” entrarono nei ministeri governativi, pretendendo di sovrintendere le operazioni di governo e di prevenire la corruzione. Se il governo tecnico godeva del favore popolare, il comportamento degli Houthi nella capitale assomigliava più a un colpo di Stato in sordina che a un’effettiva partecipazione in un nuovo governo. A gennaio, la situazione raggiunse il culmine quando gli Houthi rapirono il capo di gabinetto di Hadi, Ahmad bin Mubarak, e si impossessarono della bozza di Costituzione per impedire che venisse divulgata. Essi si erano infatti opposti insieme ai sudisti alla proposta, contenuta nel testo costituzionale, di istituire regioni federali. Il rapimento di bin Mubarak portò prima il governo e poi il presidente a rassegnare le dimissioni. Gli Houthi le rifiutarono e sottoposero ministri e presidente agli arresti domiciliari. Alcuni membri della leadership Houthi parvero tuttavia riconoscere che il movimento aveva bisogno del governo nazionale, poiché da soli non avrebbero avuto la legittimità necessaria a guidare il Paese.

 

Ciononostante, le milizie houthi, appoggiate dalle forze militari yemenite alleate di ‘Ali ‘Abdallah Saleh, dalla capitale si mossero verso sud, ovest ed est. Se l’ala politica degli Houthi non era stata in grado di gestire la collaborazione con il governo nazionale, la loro ala militare sembrava ben determinata ad assicurarsi il controllo dell’intero Yemen. Nel gennaio 2015, gli Houthi presero la decisione fatale di governare da soli su tutto lo Yemen, dichiarando che un comitato rivoluzionario guidato da Muhammad al-Houthi avrebbe preso il potere: gli Houthi avevano ufficialmente rovesciato il governo yemenita.

 

Le relazioni degli Houthi con l’Iran

Uno dei principali argomenti addotti dai sauditi per giustificare la propria guerra in Yemen (e dagli americani per sostenere i sauditi), è che l’Iran appoggia gli Houthi, e che gli Houthi sono l’equivalente yemenita di Hezbollah. Per il governo Hadi, gli Houthi fanno parte di un progetto imperialistico persiano in Yemen.

 

In realtà, gli elementi che confermerebbero il sostegno iraniano sono scarsi. Tuttavia, la coalizione a guida saudita utilizza ogni straccio di prova per portare avanti una campagna mediatica battente. Allo stesso modo, l’amministrazione Trump ha inscenato un grande spettacolo mediatico alle Nazioni Unite riguardo a un coinvolgimento iraniano negli attacchi missilistici degli Houthi contro i sauditi. Nella guerra in corso, qualsiasi aiuto iraniano deve necessariamente attraversare il blocco aereo e navale imposto da Riyadh e la maggior parte degli armamenti degli Houthi non arriva dall’Iran, bensì dai loro nemici. Si hanno spesso notizie di forze anti-Houthi che vendono le proprie armi ai loro rivali, mentre le milizie houthi vengono rifornite anche attraverso i corridoi del contrabbando che corrono tra le linee di combattimento. Gli Yemeniti sono poveri e questo è un modo facile di far soldi.

 

Gli Houthi e l’Iran sono indubbiamente in rapporti amichevoli. Se n’è avuta la prova più concreta nel periodo successivo al colpo di Stato degli Houthi del gennaio del 2015, quando, durante una visita in Iran, i loro rappresentanti hanno annunciato un ampio programma di aiuti economici del valore di 5 miliardi di dollari e l’avvio di voli regolari tra Sana‘a e Teheran operati da una compagnia aerea iraniana. La leadership degli Houthi temeva per le ripercussioni che avrebbe avuto il loro golpe e ha cercato l’appoggio dell’Iran per consolidare la sua posizione. Il programma economico puntava a incrementare il consenso interno al colpo di Stato, rispondendo alle paure dei cittadini circa il deterioramento della situazione economia. Ad ogni modo, il progetto, sempre ammesso che non fosse mera propaganda, non è mai stato realizzato a causa della guerra.

 

La reazione saudita

Naturalmente, l’immagine ampiamente pubblicizzata del jet della Mahan Air iraniana sulla pista di atterraggio a Sana‘a non fu ben accolta a Riyadh. Ma a scatenare la guerra fu l’evasione di Hadi dalla casa di Sana‘a in cui si trovava agli arresti domiciliari, la sua fuga ad Aden e il bombardamento del palazzo presidenziale di Ma‘ashiq ad Aden, mentre le forze di Saleh e le milizie houthi entravano nella città. Rispetto alle loro azioni precedenti, l’intervento dei sauditi in Yemen è inusualmente sproporzionato: da molto tempo, il Regno spende cifre enormi per gli armamenti militari, ma è sempre stati restio ad usarli. È stata la primavera araba a cambiare l’atteggiamento saudita. Riyadh ha cominciato a dubitare dell’impegno americano a garantire la sua sicurezza nella regione e ha deciso di usare il proprio esercito. L’intervento del 2011 in Bahrain può essere considerato l’inizio di questo cambiamento, per quanto Riyadh si fosse già coinvolta direttamente nelle guerre houthi nel 2009.

 

La lotta contro i Fratelli musulmani

Sia i sauditi che gli emiratini temono l’Islam politico. Per un’ironia della sorte, Riyadh è passata da sostenere i Fratelli musulmani durante la guerra fredda a opporvisi durante la primavere araba. Questo perché i Fratelli musulmani, così come le tendenze politicamente attive all’interno del salafismo, rappresentano una rilevante minaccia per le monarchie del Golfo. La vittoria di Morsi in Egitto ha spaventato i sauditi e gli emiratini, i quali hanno lanciato un’imponente campagna contro i Fratelli musulmani, mentre gli Stati Uniti sono sembrati accettare la loro ascesa attraverso il metodo democratico. Inoltre, l’Arabia Saudita in Siria ha contrastato Assad, perché filo-iraniano, e ha sostenuto l’opposizione armata siriana, malgrado il sospetto che avesse contatti con al-Qaeda. E anche in questo caso, gli americani, agli occhi dei sauditi, sono rimasti indifferenti.

 

Ad oggi, la guerra in Yemen rappresenta per l’Arabia Saudita l’occasione di mettere alla prova la sua forza militare nella regione, oltre che un progetto personale del nuovo erede al trono, Muhammad bin Salman, la cui controversa ascesa è accompagnata da ambiziosi piani in campo economico e geopolitico. E la sua credibilità si gioca per certi versi proprio sul successo nella guerra.

 

L’opposizione saudita ed emiratina ai gruppi dell’Islam politico spiega anche l’attacco lanciato contro il Qatar, che puntava a far chiudere al-Jazeera e a costringere Doha a cessare il suo sostegno ai Fratelli musulmani. Inoltre il fatto che il partito yemenita Islah sia vicino al Qatar e alla Turchia ha complicato le sue relazioni con gli altri gruppi dell’opposizione sostenuti dai sauditi.

 

A differenza delle formazioni dell’Islam politico, al-Qaeda non è un attore di primo piano in Yemen. All’inizio della guerra, al-Qaeda era riuscita a prendere il porto di Mukalla, la capitale del governatorato dell’Hadramawt, per poi essere respinta senza difficoltà delle forze congiunte di Emirati e Yemen nel 2016. Da allora, al-Qaeda è andata a rifugiarsi in zone remote nelle regioni di Abyan, al-Bayda, Shabwa e Ma’rib. Il suo potere derivava dalla sua capacità di pagare i combattenti, a cui oggi però gli Emirati offrono salari più consistenti. Anche la sua capacità di sferrare attacchi sembra essersi ridotta, con l’eccezione di un recente assalto a un check point nell’Abyan. Aden e Sana‘a sono rimaste indenni dalla violenza terroristica per un po’ di tempo, nonostante il persistere di scontri politici. Al-Qaeda non svolge alcun ruolo politico nella nazione: gli yemeniti la considerano solo una forza distruttiva.

 

Una coalizione disunita

L’opposizione agli Houthi è rappresentata da un’alleanza incoerente, irrimediabilmente divisa al suo interno. Essa è principalmente composta dai salafiti e dall’Islah, da Hadi e ciò che resta del partito al governo, il Congresso generale del popolo, che si era opposto a Saleh, e dai sudisti che combattono contro la dominazione nordista. Nei suoi ranghi ci sono anche i sostenitori di Saleh, dopo l’ultima rivolta di quest’ultimo contro gli Houthi nel dicembre del 2017.

 

Gli Houthi si oppongono violentemente ai salafiti, che vedono come la fonte dell’intolleranza anti-zaydita nel Nord. All’inizio del 2014, nelle prime fasi dell’avanzata verso Sana‘a, hanno sgomberato con la forza i loro insediamenti a Dammaj. I salafiti formano perciò una prima linea di truppe d’assalto e sono stati cruciali per la difesa di Aden tra il marzo e il luglio del 2015. Inoltre, essi guidano le forze militari che stanno lottando contro gli Houthi ad al-Hudaydah, sulle coste del mar Rosso, così come sono a capo della brigata ‘Amalaqa delle guardie presidenziali di Hadi e delle maggiori forze di sicurezza nel Sud.

 

L’Islah e il generale ‘Ali Muhsin sono stati attori centrali nelle guerre contro gli Houthi degli anni 2000, costituendo l’unica resistenza all’ingresso delle milizie di questi ultimi a Sana‘a nel 2014, ciò che obbligò ‘Ali Muhsin a fuggire in Arabia Saudita. Tuttavia, entrambi furono protagonisti della guerra del 1994 contro il Sud, e perciò molto sudisti diffidano di loro.

 

Attualmente, l’Islah si concentra nella zona scarsamente popolata del deserto orientale, nei dintorni di Ma’rib, che in questo momento rappresenta il principale obiettivo delle truppe yemenite sostenute dai sauditi, le quali tentano di entrare a Sana‘a da oriente. Sebbene Islah sia il principale gruppo affiliato ai Fratelli musulmani in Yemen, i sauditi sono venuti a patti con loro.

 

Il capo dell’Islah Mohammed al-Yadumi ha incontrato i leader emiratini e sauditi nel 2017 per allentare le tensioni e a Riyadh sanno che il partito yemenita è il loro partner principale in Yemen, nonostante esso sostenga Qatar e Turchia.

 

La vincitrice del premio Nobel per la Pace del 2011, la yemenita Tawakkol Karman, membro dell’Islah, ha spesso messo in imbarazzo i Sauditi, condannando pubblicamente le loro operazioni militari in Yemen. Ma i sauditi e i vertici dell’Islah sembrano in grado di sorvolare sulle tensioni in vista di accordi concreti nello sforzo bellico.

 

Lo stesso presidente Hadi ha un seguito ridotto, ma incarna l’opposizione agli Houthi e per i sauditi rappresenta l’ultimo brandello di legittimità del loro coinvolgimento nella guerra, dal momento che Riyadh afferma di agire per restaurare il legittimo governo dello Yemen. Hadi è un meridionale che viene dalla regione dell’Abyan, ma i separatisti lo avversano perché ha sostenuto la guerra del 1994 contro il Sud. Quando Aden è stata liberata dalle milizie houthi nell’estate del 2015, Hadi ha cercato di guadagnarsi il supporto dei sudisti affidando cariche governative ai membri del movimento separatista sudista, conosciuto come al-Hirak. Ma, resosi conto che questi agivano in realtà in maniera indipendente dal governo, coordinandosi invece con le forze degli Emirati, Hadi ha licenziato quattro governatori e un ministro di Stato del partito Hirak, che hanno reagito formando il Consiglio di transizione del Sud (CTS) per preparare l’indipendenza del Sud. Questo consiglio, presieduto dal generale Aydarous al-Zubaydi, ha un forte seguito al Sud e può contare su forze militari che sono più all’altezza di quelle schierate con Hadi. Nel gennaio del 2018 le armate del CTS hanno occupato Aden e costretto il governo di Hadi a ritirarsi nel palazzo presidenziale di Ma‘ashiq. L’intervento saudita ha placato gli animi e nell’estate di quest’anno Hadi e il Consiglio di transizione del Sud hanno iniziato a coordinarsi per la grande offensiva contro il porto di al-Hudaydah.

 

L’ultima forza di opposizione è rappresentata dai reduci dell’esercito di Saleh, ora nemico degli Houthi. Nel dicembre del 2017 Saleh si è ribellato contro gli Houthi ma ha fatto male i conti sui rapporti di forza esistenti. Nel giro di pochi giorni la sua rivolta è stata repressa e lui è stato ucciso. Gli Emirati hanno visto in questo assassinio un’opportunità per incrementare il proprio sforzo bellico, aiutando Tareq Saleh, un nipote del presidente ucciso, a riunire le ex guardie repubblicane in una forza anti-Houthi. Tareq Saleh, arrivato in una base degli Emirati fuori Aden, ha cominciato ad organizzare il combattimento ad al-Hudaydah. Per un’ironia della sorte, poiché gli Emirati hanno sostenuto sia lui, sia il Consiglio della transizione del Sud, i capi di quest’ultimo hanno dovuto accogliere Saleh. Ad Aden, tuttavia, la maggior parte della popolazione è avversa alla presenza di Tareq Saleh e delle guardie repubblicane, che hanno conquistato il Sud nel 1994 e hanno cercato di riappropriarsene nel 2015.

 

L’opposizione contro gli Houthi è dunque una coalizione eterogenea di gruppi spesso fortemente rivali. Le divisioni hanno impedito la stabilizzazione e la ripresa economica nelle aree sotto il controllo nominale di Hadi. Se gli attacchi terroristici sono diminuiti, a causa dei profondi conflitti politici sottostanti sono ricorrenti gli omicidi.

 

Speranze in una nuova leadership

L’Arabia Saudita ha valutato male le conseguenze del suo intervento militare in Yemen. Invece di piegare gli Houthi ai desideri sauditi, la guerra ha coalizzato molti yemeniti intorno alla loro difesa contro l’aggressione straniera. Per quanto le milizie Houthi siano sulla difensiva, la loro sconfitta militare esigerà molto tempo e imporrà un costo altissimo alla società yemenita. La fine della guerra potrebbe risultare in qualcosa di molto diverso dall’obiettivo saudita di uno Yemen amichevole.

 

Ma anche la leadership houthi ha sovrastimato la sua capacità di governare lo Yemen. Quando gli Houthi sono entrati a Sana‘a e hanno firmato l’accordo per la pace e la partecipazione con il governo di Hadi, essi avevano già raggiunto i loro obiettivi politici: controllavano l’estremo Nord, esercitavano la loro influenza sul governo nazionale e godevano di una popolarità diffusa tra gli yemeniti. Tuttavia, quando hanno rovesciato il governo e cercato di governare il Paese con l’uso della forza, hanno pregiudicato in modo rilevante il loro consenso. Oggi, la leadership degli Houthi manca di una visione politica, offrendo solo un’estenuante guerra in difesa della sovranità nazionale. Dalla parte delle forze anti-Houthi, spregiudicate ambizioni politiche hanno compromesso gli obiettivi che presiedevano allo sforzo bellico. L’unica speranza è che possa emergere una nuova di generazione di leader, che abbia imparato dagli errori della leadership attuale. Tuttavia le cicatrici della guerra saranno probabilmente difficili da dimenticare.

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