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Focus attualità

Le contromosse di MbS, la repressione della Cina e il problema afghano

Donne al voto a Kabul

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 26/10/2018 12:57:27

Gli innumerevoli passi falsi di Muhammad bin Salman, dalla guerra in Yemen al blocco imposto al Qatar fino alla morte, ormai confermata anche da Riyad, di Jamal Khashoggi, hanno messo in difficoltà il Regno saudita. Il boicottaggio della “Davos del deserto” a opera di numerosi paesi e aziende occidentali, lo stop alla vendita di armi sollecitato dalla Germania, il distacco assunto dal Presidente Trump e la mobilitazione internazionale a livello politico e mediatico in merito all’affaire Khashoggi hanno stretto MbS e la sua  narrativa riformista all’angolo. Il Principe ereditario non è però rimasto immobile, e ha risposto ponendo nuova enfasi sulla propria posizione filo-occidentale: ha dato il via libera alle indagini della polizia turca nel consolato saudita di Istanbul, ha voluto incontrare il figlio del giornalista scomparso, ha allontanato Saud al-Qahtani, l’eminenza grigia in pieno controllo dei media sauditi, e ha cercato di riavvicinarsi alla Turchia con una telefonata di pacificazione con Erdogan, diretto competitor nella leadership del mondo islamico. Va comunque ricordato come il mondo sunnita, del quale Ankara e Riyad  si contendono la guida,  è costellato di  visioni divergenti e dell’Islam e del suo ruolo nello spazio pubblico e nell’organizzazione dello Stato, come abbiamo evidenziato in questo articolo e nell’intero numero 27 di Oasis.

 

Nonostante i proclami riformistici e moderati di MbS, l’alleanza storica fra la Corona e gli ulema wahhabiti, di cui ha parlato Nabil Mouline sull’ultimo numero di Oasis, non pare essere in discussione. Il clero è infatti incline ad accettare riforme che non intaccherebbero la sua posizione, assicurando a MbS il ruolo di Giano della politica, moderato all’esterno e rigido all’interno. Ciò che sta più a cuore al giovane Principe è infatti la conservazione di un regime stabile e di un ordine politico immutato nei territori del regno, perseguendo una politica estera risoluta con un duplice intento: rafforzare lo status saudita e consolidare una narrazione moderna e liberale del Regno.

 

 

L’alleanza militare tra Stati Uniti e Arabia Saudita

Non può essere inoltre dimenticato come l’apparente distanza fra Washington e Riyad sul piano politico non trovi un corrispettivo a livello militare. Come emerge da questa analisi di Foreign Policy, la relazione simbiotica fra gli apparati militari americani e quelli del Golfo è lontana dall’essere scalfita dal caso Khashoggi. Accesso al territorio garantito in cambio di programmi di sicurezza e armi è l’equazione su cui si regge il rapporto fra Stati Uniti e Arabia Saudita, almeno per quanto concerne la dimensione militare. Ne risulta una politica americana che beneficia ampiamente di un’area strategicamente rilevante, ma che al contempo è estremamente dipendente dalle decisioni prese a livello nazionale dai governi del Golfo.

 

Il nuovo establishment saudita, anche a causa della sua inesperienza, ha fatto spesso ricorso a mezzi violenti per arginare chiunque minasse l’ordine costituito e le narrazioni a suo sostegno, come è evidente nel caso Khashoggi. Ma perché una reazione così violenta? In The Political Role of Minority Groups in the Middle East[1], McLaurin nota come le minoranze nel Medio Oriente (ma non solo) costituiscano un potenziale rischio da eradicare. Pur senza analizzare la complessa tematica delle minoranze, è interessante notare come le minacce afferiscano a quattro dimensioni: la stabilità del regime, l’ordine politico, i valori dominanti e le risorse economiche.

 

Seguendo questo modello, Khashoggi potrebbe rientrare in quella minoritaria, quantomeno numericamente, categoria di intellettuali critici, che minerebbero la stabilità e l’ordine del Paese. La morte del giornalista contraddice nuovamente la posizione di Fukuyama secondo cui tutti gli stati, prima o poi, finiranno per adottare un ordine liberale, come fa notare Cindy Yu sullo Spectator.

 

 

Gli uiguri e la repressione cinese

Quello delle minoranze è un tema d’attualità anche in Cina. La Repubblica Popolare sente minacciati i propri valori dagli uiguri, una minoranza musulmana dello Xinjiang, nel nord-ovest del Paese. Un report della BBC pubblicato il 24 ottobre mostra come siano stati costruiti dei campi di prigionia (o di “rieducazione”, come preferiscono chiamarli le fonti governative cinesi) per la popolazione uigura, accusata di estremismo religioso e terrorismo. Costretti a mangiare carne di maiale, a imparare il cinese, a dismettere i propri abiti tradizionali, gli Uiguri stanno esperendo un indottrinamento istituzionalizzato volto alla repressione di valori considerati difformi da quelli nazionali di stampo comunista. Il governo di Pechino fatica a controllare un territorio periferico, vasto e popolato da oltre 20 milioni di persone, e ha optato per una repressione severa, avvalendosi anche della collaborazione saudita, come avevamo già raccontato in questo nostro articolo.

 

 

Nuove violenze in Afghanistan

La tutela, mancante in Cina, è dunque un punto chiave nella gestione delle minoranze, come ha dimostrato il caso afghano. L’Afghanistan si trova infatti a convivere con una pluralità endemica, dove gli equilibri di forza, ma soprattutto i disequilibri, possono avere conseguenze drammatiche, come quelle descritte nella ricostruzione storica del conflitto afghano nel libro di Theo Farrell che abbiamo recensito qui. Le recenti elezioni parlamentari (spiegate nel dettaglio in questo approfondimento di Al Jazeera) per la Meshrano Jirga e la Wolesi Jirga, rispettivamente la Camera Alta e Bassa, hanno causato disordini interni. Il clima di terrore, in gran parte dovuto ai Talebani, ha raggiunto l’apice con l’uccisione di Abdul Raziq, ufficiale della polizia afghana, per mano di un infiltrato talebano, come ammesso dal portavoce del gruppo Zabihulla Mujahid. Benché l’attentato mirasse inizialmente a Scott Miller, comandante della missione NATO “Resolute Support”, la morte del capo della polizia potrebbe avere comunque grandi conseguenze. Raziq era infatti molto di più di un semplice agente in comando. Uomo forte del centro-sud del Paese, egli giocava un ruolo chiave nelle dinamiche economiche, politiche e di sicurezza in Afghanistan. Accusato di tortura e omicidio da Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura, era stato comunque in grado di ottenere un controllo capillare su Kandahar e le regioni limitrofe, limitando l’egemonia talebana e riuscendo così a proteggere alcune minoranze, come gli Hazara. Il gruppo, sciita di etnia mongola, è stato infatti bersaglio sia dei Talebani sia dello Stato Islamico nel Khorasan (IS-K). E così, la morte di Raziq, protettore del gruppo, ha purtroppo già fatto registrare una preoccupante conseguenza: l’esplosione del posto di blocco all’ingresso di un quartiere popolato in maggioranza da hazari.  

 

Anche in questo caso, gli Hazara sono stati un target privilegiato da diversi gruppi armati, e in particolare dallo Stato Islamico, a causa della loro fede. Essi erano infatti appellati come rawafid[2], “coloro che rifiutano”, a causa della non adesione all’Islam sunnita ortodosso professato dal sedicente Califfato. La domanda istituzionalizzata di conversione da parte di IS-K e le brutali violenze, iscritte nella costituzione di Daesch[3], si erano interrotte anche grazie alla tutela di Raziq, la cui morte lascia un preoccupante vuoto di potere a vantaggio dei Talebani.

 

 

Scontri interconfessionali in Nigeria

Il tema delle minoranze non può però assolutamente essere ridotto ad una questione quantitativa, come dimostrato dal caso Iraq, dove la minoranza numerica sunnita ha per anni beneficiato della presidenza di Saddam Hussein. Se consideriamo infatti la Nigeria, si può notare come la popolazione sia equamente composta da cristiani, concentrati nel sud, e musulmani, presenti nel nord. Il disagio socio-economico, la violenza e la radicalizzazione, di cui avevamo parlato qui, hanno però minato il tessuto sociale del Paese. Gli scontri che occasionalmente esplodono in Nigeria, come quello della settimana scorsa a Kaduna con un bilancio di 78 vittime hanno una natura principalmente economica, pur assumendo una connotazione spesso confessionale. L’accesso alle risorse di un gruppo diverso dal proprio, e considerato minoritario, è a tutti gli effetti una minaccia che può infiammare qualunque scenario, specialmente laddove i beni sono scarsi e la povertà è diffusa.

 


[1] McLaurin, R. D. (1979). The Political Role of Minority Groups in the Middle East. New York, NY: Praeger Publishers.

[2] Plebani, A. e Maggiolini, P. (2015). La centralità del nemico nel califfato di al-Baghdadi. In Maggioni, M. e Magri, P. (eds.), Twitter e Jihad: La Comunicazione dell’ISIS (pp. 29-54). Novi Ligure, IT: Epokè.

[3] Ibidem.

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