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Medio Oriente e Africa

Tutti i problemi dietro gli hotspot in Libia

La nave Rio Segura arriva al porto di Cagliari con a bordo 1250 migranti nel 2016 [Stefano Garau / Shutterstock.com]

Non solo flussi migratori, la situazione nel Sahel è molto più complessa. Francesco Strazzari e Luca Raineri spiegano perché la strada degli hotspot in Libia non è praticabile

Ultimo aggiornamento: 02/07/2018 15:07:29

Nella vasta fascia di territorio immediatamente a Sud del Sahara proliferano oggi radicalizzazione jihadista e conflitti locali. I Paesi europei vorrebbero contenere i flussi migratori spostando in questa regione i controlli di confine. Ma la condizione politica degli Stati dell’area rende quest’ipotesi altamente rischiosa, se non impraticabile. 

 

Il Sahel è una zona tanto delicata quanto poco conosciuta, in cui si è sviluppata una forte presenza jihadista. Quanto conta l’estrema fragilità politica, economica e sociale della regione nell’esistenza di questo fenomeno? 
La radicalizzazione, e l’estremismo violento come sua massima conseguenza, non sono solo presenti nel Sahel, ma in fase espansiva. Le nostre ricerche, fondate dalla letteratura esistente sul tema e dal lavoro sul campo, mettono in discussione una spiegazione che sembrerebbe intuitiva, e cioè il ruolo della povertà nell’alimentare un desiderio di rivolta in una delle regioni di maggior privazione sociale e di maggiore fragilità degli Stati al mondo. Tale spiegazione non regge di fronte alla realtà empirica che si riscontra sul terreno, anche a detta delle stesse comunità locali. Esistono infatti molte opportunità economiche più accessibili, più remunerative e meno rischiose del jihad. Per esempio, la zona è ricca di artisanal mining, miniere accessibili senza costosi macchinari. L’area permette inoltre una migrazione circolare, verso l’Algeria e la Libia, con opportunità economiche sicure, benché stagionali. Il jihad in quella regione non rappresenta una garanzia di arricchimento: i gruppi jihadisti presenti non hanno strumenti sofisticati, né capacità di guadagnare ricchezze cospicue. Le stesse comunità locali definiscono il jihad come un “volontariato con alcuni benefici”: non ricevi un salario, ma dei benefits come il porto d’armi, una motocicletta in dotazione e altri segni di riconoscimento. Per tali motivi, questa prima ragione economica non è persuasiva, tanto più che altri gruppi armati non-jihadisti presenti sul territorio, dediti a varie forme di banditismo ben più proficue, agiscono in sostanziale impunità – peraltro garantita dalla loro partecipazione ai processi di pace (si veda l’esempio del Mali) – e godono di una certa riconoscibilità, a differenza dei jihadisti, chiamati ambiguamente “les gens de la brousse” (“quelli della boscaglia”).

 

Quali altri fattori entrano in gioco allora? 
La radicalizzazione ideologica sembra anch’essa poco plausibile. Secondo questa prospettiva, la maggiore propensione al jihadismo sarebbe dovuta alla presenza, nella regione, di predicatori radicali, di centri di formazione e indottrinamento e di mass media wahhabiti. In realtà, il jihadismo è meno presente nelle regioni dove vi è maggiore esposizione a predicatori radicali (attivi prevalentemente in ambiente urbano, piuttosto che in zone periferiche). Molti jihadisti o i loro familiari, infatti, dichiarano in maniera molto trasparente di non aver mai frequentato una scuola coranica e di non aver alcuna intenzione di adeguarsi a una morale puritana o rigorista. Il jihadismo sembrerebbe rappresentare una tecnica di branding per darsi una legittimità, estraneo a un’ambizione o competenza di tipo ideologico o dottrinale. 
Esistono poi delle motivazioni, in parte più convincenti, legate ai conflitti per l’accesso alle risorse. Si tratta di un fenomeno problematico sul quale si innestano diversi concetti di proprietà e una pluralità di regimi di governance (precoloniale o coloniale), in una situazione generale di rarefazione delle risorse e di moltiplicazione della popolazione. Tale fenomeno, però, non può essere esteso trasversalmente su tutti i territori in questione. In alcuni di essi la chiara radicalizzazione e la conseguente presenza di gruppi jihadisti è slegata da una presenza di conflitti per l’accesso alle risorse, i quali dipendono piuttosto dalle composizioni etniche o multietniche di alcune regioni. 
Dalla maggior parte delle ricerche che sono state condotte fino a oggi emerge invece sistematicamente un dato: è la percezione, più o meno fondata, di abusi perpetrati dello Stato o da apparati riconducibili alla governance statuale a spingere diverse persone a prendere le armi. Tale “abuso di potere da parte dello Stato” è di gran lunga la motivazione più presente e uniforme, mentre altri elementi che hanno a che fare con la conoscenza dei testi sacri, l’avvicinamento a elementi radicali, fattori familiari, le ragioni economiche sopracitate etc. hanno dati di ricorrenza ben inferiori.
In conclusione, e dal nostro punto di vista, studiare il fenomeno della radicalizzazione in questa parte di Africa ha molto più a che fare con lo studio di dinamiche politiche che interrogano la sostenibilità della pratica statale (i collettivi mobilitati, i tratti comunitari, le radici sociali) piuttosto che la sfera della coscienza individuale.  

 

Avete evocato la fragilità degli Stati locali. In questi giorni si parla molto della creazione di hotspot al confine meridionale della Libia per gestire i flussi migratori prima che raggiungano le coste del Mediterraneo. È una strada veramente percorribile? 
Salta subito all’occhio che ci troviamo di fronte alla progressiva esternalizzazione del confine europeo verso il continente africano. Prima si è spostato il confine dall’Italia, perché “non vogliamo i morti sulle nostre spiagge”; poi dal Mediterraneo, perché non è controllabile; quindi dalla costa africana, perché il governo libico è contrario. Ora lo si vuole trasferire nel sud della Libia, omettendo il fatto che ci troviamo nel mezzo delle sabbie roventi del Sahara. Sembra esserci il tentativo di spostare il problema in un’area meno osservabile e ancor più oscura, senza tener conto di ciò che avviene a queste latitudini, non ultimi gli scontri tra milizie che cambiano continuamente bandiera o casacca. Per fare solo un esempio: il Fezzan (regione desertica a sud della Libia, NdR) è teatro di scontri tra i Tuareg, i Tebu, gli Awlad Suleiman… Spostare lì il confine è velleitario, è una boutade, tanto più che, facendolo avanzare verso il Niger, l’Italia troverebbe la Francia, che alla luce dello scarso aiuto ricevuto in passato nel Sahel, di perduranti forme di competizione economica e – da ultimo – dell’insaprirsi delle polemiche odierne circa il modello di gestione dei flussi migratori, non ha motivo per cedere il controllo. Chi dichiara che la questione migratoria può essere confinata tra Agadez (importante centro in Niger) e il confine libico-algerino, costruendo un dispositivo di contenimento e di dissuasione, non ha evidentemente idea delle distanze e dei costi (umanitari, logistici e politici) di un’operazione del genere. Senza contare che chi riceve le chiavi di questo gigantesco dispositivo, appena può le vende...

 

Quali altri scenari si possono immaginare?
Bisogna capire quale sarà la priorità dell’Occidente, in un quadro che si ritiene caratterizzato da risorse scarse, per tutelare l’ordine geopolitico di questa regione. Attualmente assistiamo alla militarizzazione del Nord Africa e del Sahel. Cosa verrà dopo? Se si deciderà di controllare e presidiare quelle che in era coloniale erano chiamate le “parti utili”, cosa ne sarà delle zone “inutili”? Siamo disposti a venire a patti con forme di legittimità politica che consideriamo deplorevoli (come i “jihadisti moderati” e altri ossimori simili)? Immaginiamo delle zone di deserto in cui alcune forme incontrollate di legittimità politica o predicazione vengono lasciate correre. Cosa succederebbe allora in termini di ordine politico? In altre parole, potremmo trovarci nella situazione in cui le migrazioni saranno ancora costrette a passare da questi territori, mentre i nostri interessi no. Per questo motivo, l’Occidente deve scegliere le sue battaglie, e il rapporto con il Niger è emblematico: si tratta al contempo dello Stato-gendarme dell’Occidente nella lotta al terrorismo (con diversi fronti aperti nel Paese) e del Paese in cui si intersecano alcune rotte migratorie. Facendo pressione sul Niger affinché ostacoli i flussi di migranti, si rischia di far saltare tutta una serie di alleanze e connivenze, che sono deprecabili ma stanno mantenendo in equilibrio il Paese. Se dovesse saltare il Niger salterebbe il principale appoggio militare locale nel contrasto del jihadismo…
Un altro dato è evidente: se la percezione di abusi da parte dello Stato è la spiegazione più plausibile del fenomeno jihadista, è chiaro che quanto più l’Occidente arma degli Stati percepiti come fondati sull’arbitrio – affinché, tra le altre cose, contengano i migranti – tanto più ci esponiamo al rischio che questa percezione aumenti, con conseguenze sempre più negative.
Infine, una precisazione sulla migrazione circolare di lungo termine: non dimentichiamo che circa l’85% di coloro che emigrano in Africa restano in Africa, per scelta. Tale migrazione interna, nel Sahel, è fonte di resilienza economica: nel momento in cui viene meno perché si militarizzano i confini, si toglie alle persone una delle poche possibilità di sopravvivenza. Più di un intervistato, nelle nostre ricerche, affermava: “Abbiamo preso la strada per non prendere le armi; se non ci lasciano prendere la strada …”. Questo è il vero punto su cui riflettere.

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