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Medio Oriente e Africa

Jihadisti e migrazioni, due problemi collegati ma distinti

Mappa della Nigeria [Shutterstock]

La Nigeria è il Paese africano da cui provengono più migranti verso l’Italia. Alcuni sono alla ricerca di rimesse economiche, altri scappano dai gruppi jihadisti

Ultimo aggiornamento: 30/07/2018 11:01:27

Nel febbraio 2019 in Nigeria si terranno le elezioni presidenziali. Come durante l’ultima campagna elettorale del 2014-2015, a tenere banco sarà anche quest’anno il gruppo jihadista Boko Haram, sebbene la sua forza non sia neppure lontanamente paragonabile a qualche anno fa, quando controllava diverse zone di ben tre stati nel nord-est del Paese. All’inizio del 2015 infatti una coalizione di militari nigeriani, soldati stranieri e alcuni mercenari ha cacciato Boko Haram dalla maggior parte del suo territorio, ma da allora la situazione è in stallo: malgrado le ripetute dichiarazioni del Governo sull’imminente fine della guerra e nonostante i numerosi annunci di arresti o uccisioni di centinaia di ribelli da parte dei soldati, il conflitto continua. Circa 2,4 milioni di persone sono ancora sfollate, in alcune zone rurali il controllo delle autorità è quasi assente e Boko Haram conserva le capacità di bombardare, tendere imboscate, effettuare incursioni, rapire i civili e compiere attacchi di vario genere.

 

Boko Haram: ascesa, caduta e stallo

Com’è noto, Boko Haram significa “l’educazione occidentale è proibita dall’Islam”. Il gruppo prese forma tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio nel nord-est della Nigeria, come prodotto di numerosi fattori: l’ostilità nei confronti dell’educazione occidentale, che deriva da decenni di resistenza musulmana alle scuole governative coloniali e post-coloniali, e una più recente ondata di frustrazione dovuta al declino di molte scuole pubbliche e alle scarse prospettive per i laureati nel Paese. Dal punto di vista religioso, Boko Haram deve poi molto del suo sviluppo all’ascesa del salafismo. Pesa anche una continua competizione per accattivarsi il pubblico attraverso una retorica sempre più insistita e l’ammirazione da parte di alcuni per Osama Bin Laden. Per via indiretta, il movimento ha ricevuto una spinta anche dall’applicazione della sharī‘a nei Paesi a nord della Nigeria dopo il 1999. I promotori della sharī‘a furono politici eletti e noti shaykh, ma il fondatore di Boko Haram, Muhammad Yusuf (1970-2009), ha cavalcato l’onda del sostegno alla sharī‘a dapprima partecipando al nuovo sistema, poi criticandone l’applicazione, che a suo avviso non si sarebbe spinta fino in fondo. Nel suo Stato di adozione, il Borno, Yusuf fu inizialmente sostenuto dai politici, che videro una certa utilità nell’appoggiare il giovane religioso e i suoi entusiastici seguaci, ma essi lo abbandonarono quando si dimostrò più un problema che un aiuto.

 

Negli anni, il conflitto tra Boko Haram e le autorità locali, statali e nazionali si è intensificato ed è arrivato a un punto di non ritorno nell’estate 2009, quando le milizie jihadiste organizzarono un’insurrezione, poco dopo la quale Yusuf fu ucciso dalla polizia. In seguito al fallimento, i membri rimasti di Boko Haram si riorganizzarono come movimento jihadista sotto la guida di Abubakar Shekau, vice di Yusuf. Boko Haram ha gettato nel terrore il nord-est della Nigeria, colpendo periodicamente anche altre zone del paese, con, per esempio, i due grandi attentati del 2011 nella capitale Abuja e una serie di raid nella città più popolosa del nord, Kano, nel 2012. Il gruppo include ancora i vecchi seguaci di Yusuf, ma ha reclutato nuovi membri con la persuasione, la coscrizione o la forza, man mano che si è impadronito di altre regioni del Paese nelle quali ha offerto alla gente la sola alternativa tra unirsi al gruppo o morire. Nel frattempo il giro di vite operato dalle forze di sicurezza, attraverso arresti di massa, torture, uccisioni extragiudiziali, detenzioni senza prove e così via, ha eroso la fiducia dei civili nello Stato e ha spinto molti nelle braccia di Boko Haram. Tra il 2013 e il 2014, una guerra aperta ha imperversato nel nord-est, coinvolgendo non soltanto Boko Haram e i militari nigeriani, ma anche milizie sostenute dal governo. La diffusione fuori controllo della violenza ha permesso a Boko Haram di ritagliarsi parti di territorio, inducendo l’intervento su più fronti condotto dai militari nel 2015.

 

Dopo essersi ritirato nella clandestinità nel marzo dello stesso anno, Boko Haram, sotto la guida di Shekau, ha giurato fedeltà allo Stato Islamico. Già prima del giuramento, tuttavia, il gruppo era stato traversato da un dissenso interno: i membri storici del movimento accusavano Shekau di essere un leader tirannico e incostante, le cui idee sul takfīr erano troppo estreme persino per loro. Nell’agosto 2016 lo Stato Islamico ha recepito le critiche a Shekau, rimpiazzandolo formalmente con un figlio di Muhammad Yusuf, Abu Mus‘ab al-Barnawi, a cui ha attribuito il titolo di “governatore” della “Provincia africana occidentale”. Al-Barnawi ha dichiarato che la sua fazione avrebbe spostato gli attacchi violenti dai civili musulmani (molti dei quali erano considerati miscredenti dal suo predecessore) verso lo Stato e verso i cristiani.

 

Dopo la scissione, entrambi i rami di Boko Haram sono rimasti attivi. Shekau ha continuato a cercare di rientrare nelle grazie dello Stato Islamico e le sue milizie conducono attacchi suicidi e altre operazioni dalla Foresta di Sambisa, una zona remota dello Stato del Borno. Le milizie di al-Barnawi, invece, più disciplinate e scaltre, prendono di mira l’esercito nigeriano, secondo il piano ufficiale del loro leader. Nel febbraio 2018 i combattenti di al-Barnawi si sono resi responsabili del rapimento di 110 studentesse a Dapchi, nello Stato di Yobe, un atto che fa eco al rapimento di Chibok nell’aprile 2014, diventato famoso in tutto il mondo. Sebbene la fazione di al-Barnawi sia più conciliante nei confronti dei civili, un recente rapporto conferma che “fino a ora, le milizie hanno restituito molto poco [ai civili] in termini di servizi e governance”. Nessuno dei due schieramenti rappresenta una vera e propria alternativa allo Stato nigeriano, ma ciascuno trae vantaggio dal vuoto istituzionale nelle aree più remote.

 

Sfollamento e migrazione

Come già sottolineato, Boko Haram ha causato evacuazioni di massa dal nord-est della Nigeria e nel bacino del Lago Ciad, che hanno indotto la creazione di numerosi campi profughi e, su più larga scala, l’assorbimento di migliaia di sfollati in famiglie allargate e altre comunità. Molti di questi avrebbero preferito di gran lunga rimanere nella loro regione, ma tornare alle proprie case può essere estremamente difficile e pericoloso. I governi della regione, specialmente quello nigeriano e camerunense, hanno a più riprese peggiorato il problema, spingendo la popolazione a rientrare nelle proprie case prima che la situazione fosse tornata sicura. Al contempo, gli abitanti dei campi profughi sono spesso vittime di violenze sessuali, sfruttamento, corruzione e tracciatura.

 

La ricaduta umanitaria di Boko Haram è perlopiù distinta dalla migrazione dei nigeriani e delle altre nazionalità sub-sahariane verso la Libia e l’Europa. Nel 2016 e 2017, la maggior parte dei migranti che hanno attraversato il Mediterraneo verso l’Italia sono stati di nazionalità nigeriana, con più di 37.000 arrivi nel 2016. Come riporta l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, la maggior parte dei nigeriani che affrontano il viaggio sono giovani che vogliono lavorare in Europa, perché inviare rimesse in euro alle proprie famiglie può fare una grande differenza grazie alla forza della valuta. È interessante, secondo quanto riportato dai media, che molti di questi migranti sembrano non provenire dal nord-est; molti dei loro cognomi, infatti, suggeriscono un’origine più a sud. Le principali ragioni della migrazione, quindi, sarebbero economiche. Il flusso migratorio verso l’Europa riflette inoltre il collasso della Libia, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011. La Libia, infatti, era in precedenza un magnete economico per i migranti sub-sahariani e una fonte di preziose rimesse per le famiglie, ma oggi è diventato un punto di passaggio, dove le opportunità sono poche e molti i pericoli. Quest’anno sono già centinaia i nigeriani rimpatriati dalla Libia.

Nazionalità dei migranti in Italia al 31.12.17.jpg [figura 1] Fonte: Ministero degli Interni italiano - Dipartimento di Pubblica Sicurezza

 

Boko Haram, politica e altri problemi di sicurezza

Tornando alla politica nigeriana, sia la fazione di Shekau sia quella di al-Barnawi sono limitate perlopiù alla regione del nord-est. Eppure, quella di Boko Haram è una questione nazionale. La crisi ha innescato enormi spese per la sicurezza, alcune delle quali hanno incentivato la corruzione, uno dei maggiori problemi del Paese. I molti annunci del governo sulla sconfitta di Boko Haram sono costati all’autorità parte della propria credibilità; varie élite nigeriane sostengono che, su diverse questioni, l’amministrazione Buhari ha perpetuato le stesse pratiche (corruzione, indifferenza ai problemi quotidiani dei cittadini, cinismo) che ha criticato nei suoi predecessori. Le elezioni del 2019 saranno molto combattute, con cambi di coalizione fino all’ultimo voto, e con molti elettori disperati davanti alle scelte disponibili. Boko Haram sarà soltanto uno dei termini dell’equazione, ma certamente un termine significativo. La presenza del gruppo renderà difficile il voto nelle regioni rurali del nord-est e la campagna elettorale vedrà numerose accuse e contro-accuse sulle capacità e le intenzioni delle amministrazioni locali.

 

Per complicare ulteriormente la faccenda, la crisi di Boko Haram s’incrocia, più nella retorica politica che nella realtà, con il grave e diffuso conflitto tra contadini e pastori. Questi conflitti si svolgono prevalentemente lungo il corridoio orientale che va da nord a sud della Nigeria. Le violenze sono causate da una molteplicità di fattori: la lotta per il controllo di terra e acqua, la desertificazione e i cambiamenti climatici, le tensioni etniche, le identità religiose e la retorica incendiaria, la memoria di conflitti passati, fino a quelli del diciannovesimo secolo, e infine la politica, specialmente le battaglie per controllare cariche statali e locali. Alcune dimensioni politiche del conflitto sono piuttosto recenti e riflettono la riorganizzazione amministrativa operata negli anni ’90e la conseguente competizione per il potere. Negli ultimi anni la tensione è salita. Tra rappresaglie e contro-rappresaglie, voci e notizie distorte, l’identità degli autori delle violenze è talvolta difficile da stabilire.

 

Per alcuni politici, giornalisti e cristiani integralisti, il conflitto tra contadini e pastori rappresenta un’altra forma di jihadismo, essendo molti pastori parte del gruppo etnico Fulani, lo stesso di Buhari, e in larga parte musulmani. Il panico intorno ai “pastori Fulani” si colloca tra le annose divisioni interne alla Nigeria e pesca nella paura, sedimentata nella popolazione, che l’intero nord voglia islamizzare il sud a forza. In questo contesto, la violenza tra contadini e pastori ha alimentato gravi tensioni, non soltanto nelle zone interessate, ma in tutto il Paese. La campagna 2019 vedrà senza dubbio una retorica molto accesa su questo argomento e non è da escludere un’escalation di violenze. La combinazione della questione di Boko Haram e dei pastori Fulani aumenta la temperatura politica del Paese, così come il rischio che le autorità usino la profilazione etnica contro i Fulani, che non sono, occorre ricordarlo, la prima base etnica di Boko Haram (il movimento jihadista attinge piuttosto all’etnia Kanuri).

 

Quali prospettive per Boko Haram e per la Nigeria

Se guardiamo al di là delle elezioni, il futuro a lungo termine di Boko Haram è preoccupante, non perché il movimento possa vivere un drammatico ritorno di fiamma arrivando a minacciare la sopravvivenza della Nigeria, ma per la possibilità che possa flagellare la regione del nord-est per molti anni a venire. In questo senso, Boko Haram rappresenta una terribile tragedia per la gente di quelle regioni e un giogo perenne sulla sorte del Paese. Una serie di soluzioni ottimiste, compresi programmi di ristrutturazione economica per il nord-est e l’ambizione di riabilitare e de-radicalizzare i combattenti, si scontrano con sconsolanti ostacoli alla loro applicazione, non ultima l’economia di guerra che Boko Haram stesso ha generato. In un certo senso, dal ritorno alla democrazia nel 1999, ogni amministrazione nigeriana ha combattuto per porre fine alla minaccia di Boko Haram. I precedenti non fanno presagire nulla di buono sulle possibilità di riuscita della prossima.

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