La fascia sub-sahariana è una regione che raramente occupa le prime pagine dei giornali, ma rappresenta per l’Europa un’area di cruciale importanza per le questioni dell’immigrazione e della sicurezza

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Ultimo aggiornamento: 19/06/2024 11:28:16

Libia, Tunisia, Egitto, Turchia sono i Paesi su cui si focalizza l’attenzione europea quando si parla di emergenza migratoria. Il Sahel – tutti quei Paesi della fascia sub-sahariana che dal mar Rosso si estendono verso l’Atlantico, dal Sudan al Mali – fa raramente notizia, benché fattori economici e climatici, conflitti locali e terrorismo di matrice jihadista creino situazioni di emergenza con cui nel breve e nel lungo periodo l’Europa dovrà fare i conti. Sono infatti i luoghi da cui proviene o attraverso cui transita la quasi totalità degli immigrati che in questi anni hanno ingrossato i flussi del Mediterraneo centrale: Nigeria, Eritrea, Gambia, Guinea, Sudan e Costa d’Avorio, Somalia, Senegal e Mali… Le radici di questi movimenti migratori affondano nel Sahel ed è nelle città e lungo le piste di questa regione che occorre andare a cercare le dinamiche che sottendono il traffico di esseri umani in direzione dell’Europa.

 

L’Unione europea, negli ultimi due anni, ha messo in campo un attivismo frenetico ed emergenziale al fine di arrestare i flussi migratori verso l’Europa. Per fare ciò, ha intrapreso serrate trattative con Paesi di transito (Turchia, Niger, Sudan, tra gli altri) volte a devolvere loro la gestione dei migranti[1] .

 

Sinora, gli accordi seguiti a queste negoziazioni non hanno però prodotto l’effetto desiderato: con l’eccezione (forse temporanea) dell’accordo UE-Turchia, gli arrivi non si sono arrestati e anche le partenze continuano a ritmi elevati. Le cifre parlano da sole: secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR), tra gennaio e agosto 2016, le persone censite giunte in Europa tramite le rotte mediterranee sono state oltre 280mila, solo poco sotto rispetto a quelle dell’anno record precedente (350mila nei primi otto mesi). Di queste, oltre 160mila sono sbarcate in Grecia e quasi 120mila in Italia, provenienti in maggioranza assoluta dalla Libia[2].

 

La rotta del Mediterraneo centrale

 

Sulla rotta del Mediterraneo centrale la pressione migratoria è rimasta pressoché invariata[3]. Se questa direttrice riceve meno attenzione rispetto a quella orientale, mediaticamente più “attraente” perché le persone che la utilizzano provengono soprattutto da zone di guerra poste sotto i riflettori, essa è comunque rilevante ed è fonte di preoccupazione per i legislatori europei, soprattutto italiani. La traiettoria del Mediterraneo centrale ha la costa libica come terminale primario sul continente africano e l’Italia come terminale europeo, in quanto in questo momento i natanti soccorsi in mare al largo della Libia sono portati verso le coste italiane, in particolar modo Lampedusa e le coste meridionali siciliane.

 

Molte parole sono state spese sulla situazione in Libia, poco invece si è riflettuto sui Paesi della fascia saheliana. Essi sono tuttavia i luoghi da cui proviene la quasi totalità delle persone che percorrono l’itinerario del Mediterraneo centrale, soprattutto da quando, a partire dal 2015, la gran parte dei siriani e dei mediorientali in fuga da conflitti ha abbandonato la rischiosa rotta del Mediterraneo centrale per utilizzare quella della Turchia e della Grecia. I dati sono chiari: i Paesi più rappresentati tra chi sbarca in Italia oggi sono la Nigeria (20 per cento), l’Eritrea (12 per cento), Gambia, Guinea, Sudan e Costa d’Avorio (7 per cento), Somalia, Senegal e Mali (5 per cento)[4].

 

La politica europea ha adottato nei confronti dei flussi migratori dall’Africa un approccio tendenzialmente unanime: quello del contenimento. A tale fine, si sono svolti una serie d’incontri tra Europa e Africa, a livello continentale, regionale e in bilaterale. Spesso, un ruolo centrale è stato giocato dalla diplomazia italiana, anche alla luce della posizione dell’Italia nel Mediterraneo. Questi incontri sono culminati nel novembre 2015 nel vertice sulle migrazioni tra l’Unione europea e l’Unione africana (UA), svoltosi nella capitale maltese La Valletta. La conferenza si proponeva di «combattere le cause strutturali delle migrazioni illegali, aumentare la cooperazione sulla migrazione legale e la mobilità, rafforzare la protezione di migranti e richiedenti asilo», ma soprattutto di «combattere l’immigrazione illegale, il contrabbando e il traffico di esseri umani»[5]. L’incontro de La Valletta (come già vari altri “processi” sub-regionali precedenti)[6], tuttavia, al di là dei proclami di facciata, ha sortito pochi esiti, e incerti. Le diplomazie coinvolte non hanno saputo analizzare le vere dinamiche territoriali, né dal punto di vista dell’origine dei fenomeni migratori africani, né da quello dei traffici attraverso i Paesi di transito[7]. Ciò per una moltitudine di ragioni politiche, riassumibili nel fatto che l’UE ha cercato di arginare il flusso di arrivi per sedare un’opinione pubblica interna aizzata da retoriche populiste, mentre, dal canto proprio, i Paesi africani d’origine e di transito dei migranti hanno dimostrato interesse soltanto a ricevere aiuti di cooperazione, e non a discutere e affrontare la situazione.

 

L’evidente debolezza dell’Action Plan prodotto a La Valletta non ha impedito a questo documento di fare da volano al cosiddetto Migration Compact, un piano europeo di lotta all’immigrazione illegale, lanciato nel luglio 2016 e promosso dal governo italiano[8]. In sostanza, nelle sue varie declinazioni, il fulcro della strategia europea sui flussi migratori dal Sahel non è mai cambiato: contenere gli arrivi, devolvendo il blocco dei migranti ai Paesi di transito esterni all’UE in cambio di aiuti allo sviluppo e accordi di polizia per il rimpatrio dei migranti stessi. Si tratta della medesima procedura messa a punto con la Turchia per quel che concerne la rotta balcanica. Tutto ciò avviene interrogandosi poco sulla situazione interna ai Paesi di transito, sulla destinazione d’uso degli aiuti, e ancor meno sulle cause profonde del fenomeno migratorio proveniente dall’area saheliana. Il risultato è l’esternalizzazione della frontiera europea – in maniera non dissimile da quanto accaduto nei decenni scorsi con gli accordi italo-libici tra l’ex premier italiano Silvio Berlusconi e l’ex leader libico Muammar Gheddafi, con i blocchi imposti ai migranti attorno alle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, o ancora con gli accordi tra Spagna e Senegal per bloccare la rotta in piroga in direzione delle Isole Canarie – e disinteresse delle dinamiche di medio e lungo percorso che sottendono al fenomeno.

 

Lasciando ad altri qualsivoglia giudizio politico sulle delibere europee in materia migratoria, non si può nascondere che esse sono informate da un’analisi miope e per nulla collegata alla realtà del terreno: non sono infatti sostenute né da una riflessione sulle radici e la natura dei flussi migratori lungo queste rotte, né da informazioni affidabili e oggettive riguardo ciò che accade realmente attraverso le direttrici di viaggio e traffico. Latita peraltro un’analisi sulla specificità delle migrazioni dall’Africa rispetto a quelle mediorientali e asiatiche.

 

I due itinerari attraverso l’Africa sub-sahariana

 

Vi sono alcuni fattori che andrebbero presi in considerazione per migliorare le politiche europee, contribuire a risolvere le cause all’origine dei flussi migratori, combattere il traffico di esseri umani, e favorire la sicurezza di coloro che desiderano intraprendere il viaggio verso l’Europa.

Innanzitutto, la cartografia dei flussi verso la Libia mostra l’esistenza di due principali itinerari attraverso l’Africa sub-sahariana: quello dall’Africa orientale e quello dall’Africa occidentale. Il primo ha come origine i Paesi del Corno d’Africa (Eritrea, Somalia ed Etiopia, soprattutto) e attraversa la Repubblica del Sudan (che è non soltanto Paese di transito ma anche generatore di un proprio flusso di emigrazione diretto a nord) per poi entrare nel sud-est della Libia, verso la città di Kufra[9]. Da lì – soprattutto a causa dell’attuale conflitto tra le milizie di Misurata, le forze speciali di vari Paesi occidentali e gli elementi dello Stato Islamico nella zona di Sirte – il viaggio prosegue verso Sebha, capitale del Fezzan e cuore dei traffici di persone e beni del sud libico.

 

Il secondo, invece, origina da numerosi Stati dell’Africa occidentale (Nigeria, Senegal, Gambia, Costa d’Avorio, oltre ad altri stati del Golfo di Guinea) e del Sahel (Mali e Burkina Faso)[10] e porta i migranti in Libia attraverso il Niger. Da Niamey, capitale del Niger, la rotta prosegue fino ad Agadez e al nord-est del Paese. In queste aree l’economia è, di fatto, basata sul traffico di esseri umani e sul contrabbando. Il viaggio migratorio poi entra nel Fezzan libico e appunto nella città di Sebha, dove i flussi orientali e occidentali si congiungono. A Sebha i migranti sono ammassati dai trafficanti sin quando non sono pronti i convogli che li portano verso nord, in direzione delle coste della Libia occidentale, da dove la maggioranza dei barconi prende il largo alla volta dell’Italia[11].

 

Le rotte migratorie sopra descritte a volte coincidono, a volte s’incrociano, con altre rotte di traffico e contrabbando, che vanno sia in direzione sud-nord che nord-sud: droga, sigarette, armi, automobili, pezzi di ricambio, ma anche beni come la benzina, che sono ancora sussidiati da quel che resta dello Stato in Libia. Di certo, esistono gruppi che traggono la propria linfa vitale dalle precarie condizioni socio-politiche e di sicurezza dell’intera regione, e per cui gli esseri umani sono semplicemente uno dei tanti beni che producono lucro. Le rotte non sono dominate da un gruppo specifico, né da grandi network criminali transnazionali. Piuttosto, ogni pezzo è controllato da uno o più gruppi che si affrontano, armi in pugno, per l’egemonia. Si potrebbe dire, con le parole di un contrabbandiere nigerino, che «chiunque può, nella regione, fa affari con i traffici»[12]. Le reti criminali sfruttano le frontiere porose e la debolezza (o l’assenza) delle autorità statuali per trafficare persone e beni[13]. Ciò vale tanto per una regione al momento fuori dal controllo di uno Stato centrale, come il Fezzan libico, che per altri due Paesi chiave del transito dei migranti su questa rotta, il Niger e il Sudan, con cui l’UE si vanta di avere stretto accordi cruciali per il contenimento dei flussi migratori. In realtà questi accordi offrono una prova della ipometropia politica di Bruxelles: sia in Niger sia in Sudan si possono infatti riscontrare, in gradi diversi e legati alle realtà specifiche del territorio, profonde interconnessioni tra esponenti della classe governativa centrale e locale, le forze di sicurezza e di gestione delle frontiere e i network criminali che controllano le rotte. In molti casi, in questi due Paesi, le istituzioni sono state erose da numerose collusioni con le gang di trafficanti, il cui potere economico permette di corrompere le autorità statali che dovrebbero sorvegliare e arrestare il passaggio dei migranti, secondo gli accordi raggiunti in remote città europee dai leader dei propri Paesi. Il risultato è che, sul terreno, i soldi investiti dall’UE non producono effetti positivi e le autorità incaricate di esternalizzare la frontiera europea o ricevono mazzette per fingere di non vedere passare le carovane o sono direttamente coinvolte nella gestione dei traffici[14].

 

Un traffico che esisteva già

 

È fondamentale segnalare inoltre la natura tutt’altro che “nuova” del fenomeno migratorio proveniente dal Sahel, a cancellare qualsiasi elemento d’imprevedibilità e quindi d’emergenza nella risposta europea. Infatti, un fenomeno migratorio importante dall’Africa sub-sahariana esiste sin dalla fine degli anni ’90. Esso ha avuto diverse direttrici, ma un unico fine: il raggiungimento dell’Europa. Se vari accordi tra Paesi europei e africani hanno permesso negli anni l’esternalizzazione di molte frontiere europee, come detto sopra, essi non hanno interrotto i flussi, ma marcato una lenta ridefinizione dei tragitti migratori, rendendo sempre più centrale il percorso attraverso la Libia[15]. Questo Paese è un luogo di transito cruciale per chi cerca, da ogni angolo d’Africa, di soddisfare le proprie aspirazioni di mobilità sociale ed economica. Ciò è vero soprattutto da quando, oltre quindici anni fa, l’ex leader libico, Gheddafi, decise di cambiare politica nei confronti dell’Africa, aprendo le frontiere all’immigrazione dei “fratelli continentali”, e favorendo la creazione dell’attuale Unione africana. Già in epoca gheddafiana, i flussi migratori in entrata in Libia e in transito verso l’Europa erano significativi. La differenza principale è che durante il regime della “Guida”, il traffico di esseri umani che interessava il territorio libico era controllato dalle autorità libiche, che gestivano le tratte d’uomini nel proprio Paese e in qualche misura attraverso il Sahel. Gheddafi decideva quando, come e in che quantità permettere ai migranti africani di lasciare le coste libiche, anche secondo le proprie negoziazioni con l’Italia e l’UE, e nel frattempo li impiegava in lavori umili[16]. Con il collasso del regime, nel 2011, anche i network legati al traffico di esseri umani sono implosi. Un unico sistema centralizzato è stato sostituito da una serie di nuovi gruppi criminali, attivi in Libia e nell’intera Africa sub-sahariana, che spesso lottano l’uno contro l’altro per il controllo di tutta l’economia illegale e lucrativa generata da migrazioni e traffici. «Per chi agisce sulle rotte degli esseri umani», ha detto un trafficante, «l’esodo migratorio è fondamentalmente un ottimo business»[17].

 

Infine, una considerazione fondamentale sul contraddittorio approccio europeo al fenomeno riguarda le cause che spingono i migranti dell’Africa sub-sahariana a intraprendere il viaggio e la conseguente definizione del loro status da parte delle autorità europee. Si può dire che – con l’eccezione degli eritrei in fuga dalla leva obbligatoria e di una parte di cittadini del Gambia che scappano dalla repressione politica, omofoba e di espressione – la grandissima maggioranza dei migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale non proviene da contesti di guerra o carestia. Ciò non significa che in Africa non vi siano donne e uomini in fuga da violenza o siccità. Infatti, centinaia di migliaia di nigeriani, camerunesi, ciadiani e nigerini scappano dalle atrocità di Boko Haram nel bacino del lago Ciad, e dalla brutalità degli stessi eserciti che combattono i terroristi. Allo stesso modo, i sud-sudanesi fuggono la guerra civile che insanguina l’ultimo Stato nato nel continente; i burundesi abbandonano il proprio Paese in seguito a una lunga crisi post-elettorale che da quasi due anni rischia di diventare un nuovo conflitto fratricida. Nessuno di essi, però, intraprende il viaggio in direzione di Lampedusa. Ciò accade per una serie di motivi strutturali interconnessi: il viaggio costa e chi scappa da conflitti armati non ha i mezzi per pagare il viaggio che lo porterà sino alle coste libiche. I profughi e gli sfollati in fuga dalle guerre sono costretti a sopravvivere in accampamenti di fortuna messi in piedi nelle vicinanze del conflitto da cui fuggono[18].

 

Chi scappa in Europa

 

Gli africani che intraprendono il percorso migratorio verso l’Europa, invece, hanno avuto a disposizione rilevanti somme di denaro secondo il metro dell’economia locale, investimenti racimolati da intere famiglie per permettere a un proprio membro di affrontare il viaggio. Definirli “rifugiati” è improprio ed è forse più corretto chiamarli “migranti economici”. Di questa valutazione giuridica si fa forte l’UE. Quel che la leadership politica europea dimentica però è come sia ben più rilevante sottolineare come queste persone – e le molte famiglie africane che hanno dietro – nonostante gli enormi rischi del “viaggio”, ritengano meno insicuro “investire” i propri risparmi nel tentativo di raggiungere l’Europa e migliorare il proprio tenore di vita piuttosto che scommettere sul proprio Paese.[19] Ciò accade perché i governi degli Stati sub-sahariani da cui i migranti provengono – alleati politicamente, militarmente ed economicamente all’UE – sono guidati da élite politico-economiche predatorie, che hanno costruito sistemi politico-economico-sociali corrotti, in cui vigono economie alterate a vantaggio esclusivo di pochissimi[20]. Questi governi, con cui l’Europa fa trattative volte a «combattere le cause strutturali delle migrazioni illegali» e a cui fornisce ulteriori aiuti allo sviluppo, sono partner perniciosi quanto i governi dei Paesi di transito con cui si fanno accordi per frenare i flussi ed esternalizzare le frontiere[21]. Le leadership dei Paesi da cui originano i flussi non hanno creato, nell’arco di decenni, alcuna speranza o prospettiva di benessere e sviluppo per le loro popolazioni, marcando pertanto un crescente distacco dai propri cittadini e violandone i diritti socio-economici fondamentali. Questa problematica, ignorata dalla diplomazia europea, dedita a riparare le falle alle proprie frontiere e ammiccare al proprio elettorato con risposte populiste, è particolarmente sentita tra i giovani dell’intera fascia sub-sahariana[22]. Ciò è vero soprattutto tra i ragazzi che vivono nei centri urbani e con un livello medio-alto di cultura che però non hanno accesso al nepotismo delle élite. I giovani delle classi in ascesa sentono che rimanendo a casa falliranno. Meglio, sentono che non avranno nemmeno la possibilità di tentare di riuscire, perché hanno fallito in partenza. Questi ragazzi ritengono invece che investire nel viaggio possa, al netto anche dei rischi fisici, ancora produrre dei frutti e soddisfare i sogni di mobilità sociale, miglioramento personale e di tutto il nucleo familiare.

 

L’UE si troverà presto di fronte a un nuovo bivio, a fronte di un fenomeno che è destinato a perdurare: continuare a siglare accordi discutibili con governi corrotti, non rappresentativi e odiati dalle proprie popolazioni, ignorando la realtà e costruendo un muro di carta attorno alle proprie frontiere, muro che sarà preso d’assalto e si sgretolerà; oppure fare le proprie scelte politiche riguardo all’immigrazione africana sulla base di un’attenta analisi sul terreno. Soltanto in quest’ultimo caso, l’UE eviterà di alienare ulteriormente le proprie relazioni con le popolazioni della banda sahelo-sahariana e potrà mettere in atto dinamiche virtuose con il continente.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Note

[1] Il più noto di questi accordi è quello entrato in vigore nel marzo scorso con la Turchia, ma una serie di incontri e patti multilaterali (Vertice UE-UA di La Valletta, novembre 2015; Processo di Khartoum, novembre 2014) e bilaterali, tra cui quelli con Sudan e Niger che hanno coinvolto direttamente l’Italia, sono stati conclusi anche nell’ambito delle migrazioni dall’Africa.

[2] Per maggiori informazioni sulle cifre esatte dei flussi migratori verso l’Europa, si veda http://bit.ly/1W059nR

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] Si veda http://bit.ly/1UChBJB

[6] Si ricordino il Patto di Rabat per l’Africa occidentale (luglio 2006) e il più recente Processo di Khartoum (novembre 2014) per l’Africa orientale.

[7] A riguardo, si veda il cruciale punto 4 dell’Action Plan, denominato Prevention of and fight against irregular migration, migrant smuggling and trafficking in human beings, in cui soltanto una riga è dedicata alla questione della corruzione come ragione sia delle migrazioni sia dell’incapacità delle autorità a combatterla, mentre un solo altro rigo fa riferimento al fatto che il contrabbando e il traffico (di ogni bene vendibile, inclusi gli esseri umani) sia diventato un fattore economico centrale nell’intera regione percorsa dalla rotta del Mediterraneo centrale, in particolare a causa della distorsione delle economie emerse a vantaggio di quelle criminali.

[8] A riguardo si veda http://bit.ly/1UfspPV

[9] Cfr. Eritrea: Ending the Exodus?, International Crisis Group, agosto 2014 http://bit.ly/2dMBsJv

[10] Esistono delle direttrici migratorie che dall’Africa occidentale attraversano il Mali e poi proseguono in Algeria fino alle coste, ma si tratta di percorsi molto pericolosi, spesso fatali, evitati il più possibile dagli stessi migranti.

[11] Interviste dell’autore, Sebha, Libia, marzo e giugno 2015; Niamey e Agadez, luglio 2015 e aprile 2016. Si veda altresì Central Sahel: a Perfect Sandstorm, International Crisis Group, giugno 2015 http://bit.ly/2eaQ95M

[12] Intervista dell’autore a un contrabbandiere nigerino, Agadez, Niger, luglio 2015.

[13] Si veda Central Sahel: a Perfect Sandstorm.

[14] Interviste dell’autore a esponenti politici, tribali, contrabbandieri e membri della società civile, Niamey e Agadez, Niger, aprile 2016; Khartoum, Sudan, settembre 2015. Si veda inoltre Central Sahel: a Perfect Sandstorm.

[15] Interviste dell’autore a migranti in partenza e in transito, Gao, Mali, 2005 e 2008; Niamey e Agadez, Niger, 2005 e 2007; Dakar e Mbour, Senegal, 2006 e 2007; Abidjan, Costa d’Avorio, 2007 e 2008; Khartoum, Sudan, 2010; Humera, Etiopia, 2007 e 2009.

[16] Si ricordino gli accordi italo-libici del 2008.

[17] Intervista dell’autore a un trafficante, Tripoli, Libia, marzo 2015.

[18] Si veda Stefano Liberti ed Emilio E. Manfredi, Distinguere tra migranti e rifugiati è pericoloso, «Internazionale», 27 agosto 2015 http://bit.ly/1MQCT3G

[19] Interviste dell’autore a migranti in partenza e in transito; a familiari di migranti in partenza e in viaggio; a giovani aspiranti a intraprendere la rotta migratoria: Dakar, Senegal, giugno 2016; Abidjan, Costa d’Avorio, luglio 2016; Lagos, Nigeria, aprile 2015; Niamey e Agadez, Niger, aprile 2016; Addis Abeba, Etiopia, novembre 2015; Khartoum, Sudan, maggio 2014.

[20] Si veda Central Sahel: A Perfect Sandstorm.

[21] Si veda http://bit.ly/1UChBJB

[22] Interviste dell’autore, cfr. nota 19.