L’economia del Paese mediorientale è al collasso e l’esodo di rifugiati porta a una tragica perdita di competenze e capitale umano che avrà un impatto sull’avvenire dell’intera regione. La crisi si iscrive sempre più in una cornice confessionale

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Ultimo aggiornamento: 19/06/2024 11:18:25

Ci sono due conseguenze, tra loro interconnesse, della crisi dei rifugiati siriani per la Siria. La prima è la “fuga di cervelli”, la perdita di competenze, di conoscenza e di capitale che deriva dalla partenza in massa delle persone. Nel caso della Siria, il solo impatto della fuga dei cervelli è sconcertante.

 

La seconda conseguenza di questo esodo è maggiormente legata al contesto specifico. In particolare essa ha a che vedere con il fatto che lo sfollamento avviene in un momento in cui la crisi in Siria e, più in generale nel Levante, si iscrive sempre più in una cornice confessionale. Nel secolo scorso, la maggior parte delle precedenti ondate migratorie di massa in Siria si verificò in momenti d’incremento del sentimento nazionalista siriano e arabo. Nelle circostanze attuali, invece, all’evacuazione della popolazione si è aggiunta l’affermazione dei gruppi armati, mentre gli imprenditori della guerra hanno messo a tacere i fautori di un progetto nazionale siriano.

 

Eppure, con il panico che ha accompagnato il drammatico aumento di rifugiati e migranti entrati nell’Unione europea nel 2015, è facile dimenticare su chi ricada veramente il peso di questa crisi. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha dichiarato che se l’Europa continuerà ad accogliere migranti musulmani questo «manderà in frantumi […] lo stile di vita, i valori e la forza [che essa ha] sviluppato negli ultimi secoli»[1].

 

L’ex premier britannico David Cameron, come altri politici conservatori, ha usato argomenti economici secondo i quali i rifugiati renderanno più povera l’Europa mettendo sotto pressione i servizi pubblici, danneggiando il mercato del lavoro e provocando una diminuzione dei salari[2]. Descrivere la crisi dei rifugiati come un problema europeo oscura il fatto che essa è innanzitutto una crisi per i rifugiati siriani, per la società siriana e per i Paesi mediorientali vicini, che ospitano il 55 per cento della popolazione rifugiata del mondo.

 

Questa narrazione della crisi cela inoltre il fatto che gli Stati europei caricano gli Stati mediorientali più poveri di gran parte del peso, investendo molti soldi in tecniche di esclusione dei rifugiati. Mentre la Giordania ha accolto oltre 600mila rifugiati, il Regno Unito, con un Pil che è 78 volte quello della Giordania, ha dichiarato che ne avrebbe accolti solamente 20mila nei prossimi cinque anni. Attualmente il Libano ospita circa un milione di rifugiati siriani registrati a cui, secondo le stime, si aggiungono tra i 500mila e il milione di profughi siriani involontari non registrati come rifugiati, che, sommati ai precedenti, vanno a formare tra il 25 e il 40 per cento della popolazione libanese.

Per comprendere davvero l’entità del danno causato dall’esodo della popolazione siriana è importante ripercorrere alcuni elementi storici della crisi.

 

La gravità dell’emergenza

 

A partire dalla metà del 2016, il numero stimato di rifugiati registrati si aggira intorno ai 4,8 milioni di persone, la maggior parte delle quali sparse nei Paesi vicini alla Siria. Si stima inoltre che vi siano altri 6 milioni di siriani sfollati all’interno del Paese, e questo porta a dieci milioni il numero totale di quanti dal marzo 2011 hanno lasciato le proprie case, su una popolazione che prima della guerra era stimata attorno ai 22 milioni di abitanti.

 

Alcuni fattori rendono la crisi dei rifugiati particolarmente grave:

- Lo sfollamento avviene in concomitanza di un brutale e ininterrotto conflitto. E anche se il conflitto si placasse e si avviasse un processo di pace, l’esito sarebbe incerto perché potrebbero scoppiare altri conflitti latenti. Attendere la “fine del conflitto” per discutere le conseguenze di lungo periodo della crisi dei rifugiati è irrealistico e pericoloso considerata la massiccia assistenza umanitaria necessaria a soddisfare i bisogni primari dei rifugiati e degli sfollati interni.

 

- Al momento buona parte della popolazione rifugiata si trova in almeno sei Paesi diversi, e cioè il Libano, la Turchia, l’Iraq, la Giordania, l’Egitto e l’Algeria. Questo implica l’esistenza di una vasta rete di assistenza umanitaria coordinata a livello internazionale, oltre che la ricerca di soluzioni permanenti per i rifugiati, che si tratti di reinsediamento, integrazione o ritorno. Tutte e tre le soluzioni sono difficilmente praticabili a causa delle barriere politiche, sicuritarie ed economiche innalzate dai Paesi ospitanti. L’integrazione è stata del tutto esclusa in tutti i Paesi limitrofi a eccezione della Turchia.

 

- Lo sfollamento va di pari passo con un processo di sconvolgimento regionale nel quale alcuni Paesi di accoglienza sono anche protagonisti attivi della stessa crisi siriana o a loro volta vivono al proprio interno un conflitto civile, ciò che rende lo status dei rifugiati siriani estremamente fragile.

- Come spiegheremo più avanti, i rifugiati non sono immuni dal processo di confessionalizzazione del conflitto siriano e dalla polarizzazione prodotta dallo sconvolgimento generale del Medio Oriente. Di fatto, la sola presenza della popolazione siriana sfollata è uno dei modi con cui il conflitto siriano sta ridisegnando la geografia fisica e sociale della regione. Per esempio alcune regioni della Siria, come quelle più settentrionali, stanno instaurando legami sempre più stretti con l’economia turca, mentre le aree controllate dai partiti politici curdi hanno visto un incremento degli scambi con il Kurdistan iracheno.

 

- I rifugiati siriani si trovano all’intersezione di diversi tipi di emigrazione forzata: guerra/persecuzione, motivi ecologici o economici pericolosi per la vita, conflitti etnici, religiosi o tribali. I siriani rientrano inoltre in tre delle principali categorie giuridiche di migranti internazionali: rifugiati, immigrati legali o lavoratori ospiti, e immigrati illegali. In molti Paesi il loro status giuridico non è chiaro e questo ha delle implicazioni dirette sia per le loro tutele sociali nella vita di tutti i giorni e sia, nel lungo periodo, per la loro sicurezza.

 

Una società civile in esilio

 

Nonostante le avversità, l’esilio è stato foriero di nuove possibilità. Uno degli aspetti più notevoli della presenza siriana in Libano, e in certa misura anche in Turchia e Giordania, è il numero di siriani appartenenti alla classe media che si dedicano alla costruzione di una società civile siriana in esilio e all’aiuto di altri siriani in Libano. Ha affermato per esempio il direttore di una Ong siriana:

Quando la vita in Siria è diventata insostenibile, e sono arrivato qui, ho deciso che avremmo lavorato per creare il tipo di società che vogliamo per la Siria dopo la rivoluzione. Pensavamo che l’esilio non sarebbe durato molto, perciò ci siamo concentrati su chi era qui in Libano per cercare di costruire i valori che vogliamo per la Siria del futuro.

Si tratta di una convinzione tipica, che si ritrova tra molti rifugiati siriani anche altrove. Le osservazioni del direttore mostrano come molti siriani della classe media abbiano pensato, almeno nella fase iniziale nel loro esilio, che un primo modo di costruire la società siriana futura fosse prendersi cura degli altri siriani. I siriani sono impegnati in un’ampia gamma di attività, che vanno dalla distribuzione di beni di prima necessità, alimentari e non alimentari, al sostegno a chi deve pagare un affitto, all’aiuto a chi è sistemato nei campi informali, ad attività culturali ed educative fino alla formazione su questioni quali la cittadinanza e la giustizia transizionale. Questa fioritura della società civile siriana è notevole. Molti siriani affermano esplicitamente che queste organizzazioni sono la prima esperienza di democrazia che essi abbiamo mai avuto. Nonostante esistano molte Ong di piccole dimensioni, alcune in particolare hanno avuto un grande impatto. Una di queste, Basmeh & Zeitooneh, Ong siriana con sede nel campo profughi di Shatila a Beirut, sostiene di essere al servizio di circa 20mila siriani, con uno staff di 90 persone che gestisce undici programmi in tutto il Libano. Come dice Fadi Hallisso, uno dei co-fondatori della Ong,

Non possiamo aspettare che la guerra finisca; dobbiamo iniziare fin da ora a costruire una società che viva in modo dignitoso e indipendente. Abbiamo l’opportunità di dar vita a qualcosa che non è né il regime né Daesh (acronimo arabo per Isis, NdR). Noi non ci consideriamo soltanto come una risposta all’emergenza. Noi torneremo.

Altre organizzazioni siriane hanno cercato esplicitamente di affrontare la questione della coesione sociale. Un’organizzazione conosciuta come Wrd (pronunciato Ward, come fiore in arabo), con sede a Tripoli, ha lanciato diverse campagne volte a placare le tensioni tra rifugiati e comunità ospitanti. Secondo Ashraf Hifni, ex operatore della mezzaluna rossa trasferito in Libano, una delle loro campagne, chiamata “pane e sale”, è stata un successo enorme. La campagna prevedeva la distribuzione di pane fresco in strada ai libanesi come segno di “ringraziamento” da parte dei siriani ospitati in Libano, un’iniziativa che rientrava in una serie di attività siriano-libanesi svoltesi in diversi villaggi per rimarcare i legami e la riconoscenza della società siriana nei confronti dei libanesi.

 

I numeri della catastrofe

 

Questi esempi positivi non possono tuttavia nascondere le perdite a livello sociale. Secondo l’Institute of International Education, alla fine del 2015 ben 450mila rifugiati avevano tra i 18 e i 22 anni. Di questi, 110mila erano in possesso dei titoli per accedere all’università, ma meno del 6 per cento risultava iscritto. Per la stragrande maggioranza di questi studenti, i costi di una formazione universitaria, anche se questa fosse disponibile nella zona in cui vivono, sono fuori dalla loro portata. A livello dell’istruzione primaria e secondaria i consistenti sforzi messi in campo dai Paesi ospitanti e dalle organizzazioni internazionali hanno portato il numero degli studenti che accedono a un’istruzione formale a circa la metà o i due terzi dei bambini in età scolare, ma anche in questo caso le carenze sono considerevoli. Di fatto l’accesso all’istruzione è una delle ragioni più menzionate dai siriani per spiegare il loro tentativo di raggiungere l’Europa nonostante i pericoli del viaggio.

 

A questo punto può essere utile un confronto con altri Paesi della regione che hanno vissuto un conflitto precedente. Dopo il rovesciamento di Saddam Hussein, l’Iraq ha subito l’evacuazione della sua classe media. Secondo Jospeh Sasoon[3], una parte consistente della classe media irachena è stata presa di mira e perseguitata da gruppi religiosi estremisti per essere stata affiliata, anche solo vagamente, al partito Ba’th. Molti professori universitari e avvocati sono stati assassinati. La religione ha iniziato a infiltrarsi nella vita accademica e intellettuale nel momento in cui le milizie religiose hanno cominciato a battere i campus universitari. La disoccupazione ha raggiunto il 40 per cento tra i giovani istruiti. Per queste ragioni, l’Iraq ha perso medici, professori universitari e avvocati, al punto che il suo sistema sanitario e quello scolastico sono collassati. La perdita di così tante persone istruite ha inciso anche sul funzionamento della burocrazia del governo iracheno, ciò che, a sua volta, ha influito sulla programmazione di qualsiasi investimento.

 

Se la condizione dei siriani a livello regionale è molto difficile, la situazione all’interno del Paese è al collasso. Molti report del Syrian Center for Policy Research, un centro di ricerca indipendente che opera a Damasco e Beirut, hanno documentato il livello sconvolgente del deterioramento del Paese. Da un lato c’è la distruzione economica, dovuta per lo più sia alle sanzioni economiche imposte al Paese che all’impatto del violento conflitto in corso. Alla fine del 2015, le perdite complessive dell’economia siriana erano stimante alla sconcertante cifra di 254,7 miliardi di dollari, pari a circa tre volte il Pil della Siria del 2010. Tutti i settori formali dell’economia hanno registrato perdite eccetto uno: quello delle Ong, il cui contributo è trascurabile a livello quantitativo ma importante a livello simbolico. La crescita del settore delle Ong riflette la perdita di qualsiasi parvenza di un normale funzionamento dell’economia e l’aumento di organizzazioni umanitarie per l’assistenza primaria. La manifattura ha conosciuto un declino significativo, aggravato dalla distruzione e dal saccheggio delle fabbriche. A seguito di questo collasso, il reddito dei residenti nel Paese è precipitato e al tempo stesso il costo della vita è aumentato drammaticamente. Com’era prevedibile, i tassi di povertà sono saliti alle stelle, con oltre l’80 per cento della popolazione in Siria al di sotto della soglia di povertà.

 

Il settore più fiorente dell’economia siriana è quello dell’economia di guerra. Il rapporto del Syrian Center for Policy Research rivela come circa il 17 per cento della popolazione economicamente attiva in Siria sia legata all’economia di guerra, con attività come il contrabbando, il furto, il commercio di armi e il traffico di esseri umani. La crescita dell’economia di guerra e la distruzione del tessuto sociale della società siriana sono i problemi più gravi e verosimilmente saranno i più duraturi. Le milizie armate si sono diffuse ovunque nel Paese, tra tutte le parti del conflitto, e controllano importanti reti economiche, lecite e illecite, che spesso le legano a economiche regionali e transnazionali ben al di fuori del Paese.

 

I legami che prima del 2011 univano i siriani gli uni agli altri, nonostante il silenzio imposto dal regime autoritario, si sono drammaticamente deteriorati dopo un breve momento di speranza nelle prime fasi della rivolta. Quasi tutte le milizie e i gruppi armati, salvo poche eccezioni, utilizzano l’identità religiosa (confessionale) come principale fattore di coesione. Anche dal punto di vista politico, fin dall’inizio del conflitto, sia il regime sia i partiti politici di opposizione hanno insistito su un discorso rivolto ai loro seguaci più ferventi piuttosto che provare a sviluppare una piattaforma politica per tutti i siriani.

 

Alla miscela tossica fra declino di una narrazione nazionale inclusiva e incremento di economie della violenza si è aggiunta la confessionalizzazione del conflitto, intensificata dal confronto regionale tra Arabia Saudita e Iran e tra i rispettivi alleati e sostenitori. Uno dei grandi problemi dei siriani è che all’interno della società siriana non c’è mai stato una dibattito aperto e onesto sull’identità confessionale, sulla cittadinanza e sull’identità nazionale. Prima della rivoluzione del 2011 questo tipo di dibattiti era bandito dal governo, che desiderava eliminare le differenze e allo stesso tempo strumentalizzava le divisioni settarie in un processo di dividi et impera. I siriani perciò non si sarebbero mai neanche immaginati di parlare pubblicamente delle differenze religiose ed etniche nella loro vita quotidiana, pur essendo iper-consapevoli della composizione confessionale dei vertici dell’apparato politico, sicuritaria e militare del regime. Purtroppo, lo scoppio della rivoluzione non ha posto un rimedio neppure a questo.

 

Nonostante i tentativi da parte di molti siriani, a prescindere dalle loro appartenenze politiche, di mettere la sordina alle differenze confessionali, queste ultime sono state rapidamente sfruttate da imprenditori politici siriani e regionali. La crisi ha aumentato il potere di chi parla in termini confessionali e diminuito quello dei fautori dell’uguaglianza e della cittadinanza. La crisi dei rifugiati non ha fatto altro che esacerbare il problema.

 

Il modo in cui si risolverà il conflitto siriano avrà verosimilmente un ruolo determinante del definire il tipo di Siria che emergerà in futuro. Il ruolo della comunità internazionale e dei mediatori di pace è cruciale. Gli incontri che si sono tenuti a Ginevra nel 2012, 2014 e 2016, così come una serie di altre iniziative internazionali e regionali di peacebuilding hanno messo in luce l’urgenza di mettere fine alla guerra. Tuttavia, c’è una tensione tra la necessità di porre fine alla violenza a ogni costo da un lato, e quella di gettare le basi di uno stato post-conflittuale inclusivo ed equo dall’altro. Se il processo di pace accetterà la divisione del potere su base religiosa o etnica o consentirà ai signori della guerra di diventare attori politici potenti e radicarsi nella Siria che verrà, ne deriverà verosimilmente una instabilità di lungo termine. Anche processi apparentemente auspicabili, come la rapida organizzazione di elezioni nazionali, possono inavvertitamente creare conflitti e far ricadere il Paese nella violenza. Come i loro fratelli degli altri Paesi arabi, molti siriani sono scesi in piazza nel 2011 per un progetto democratico e inclusivo. Solo un processo di peacebuilding graduale, inclusivo e consensuale potrà consentire alla società siriana di guarire e, infine, affermarsi e cominciare a realizzare quelle aspirazioni.

 

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Note

[1] Huffington Post, Viktor Orban: Refugees ‘Look More Like An Army Than Asylum Seekers’, 10 settembre 2015 (aggiornato 8 ottobre 2015), http://www.huffingtonpost.com/entry/viktor-orban-refugees-army-warriors_us_560e42b9e4b076812701884f
[2] David Cameron, Discorso sull’immigrazione, 21 maggio 2015, https://www.gov.uk/government/speeches/pm-speech-on-immigration
[3] Joseph Sassoon, The Iraqi Refugees: The New Crisis in the Middle-East, I.B. Tauris, London 2008.