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Medio Oriente e Africa

L’economia dei campi profughi

L’esilio di milioni di siriani ha portato alla creazione di insediamenti temporanei in tutto il Medio Oriente. Al loro interno si ricreano dinamiche di quartiere e villaggio, forme di commercio e scambio, che aiutano a tenere viva l’identità di un popolo

Questo articolo è pubblicato in Oasis 24. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 20/06/2018 14:33:36

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il conflitto siriano ha provocato oltre cinque milioni di profughi. Si tratta di una delle più gravi crisi umanitarie in Medio Oriente dalla seconda guerra mondiale, che supera, in termini numerici, l’ultimo conflitto in Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Dal 2015 i profughi si dirigono sempre più verso luoghi più lontani, come l’Europa.

 

 

Ciononostante il Medio Oriente continua a essere la regione in cui si concentra il maggior numero di profughi. Considerato che il conflitto si sta protraendo indefinitamente, per gli Stati limitrofi alla Siria si pone la questione dell’insediamento dei rifugiati nei rispettivi Paesi di accoglienza. Dopo le principali ondate di profughi palestinesi nel 1948 e nel 1967 e salvo qualche rara eccezione[1], la creazione di nuovi campi profughi è sempre stata rifiutata dagli Stati della regione. Malgrado ciò la Giordania e la Turchia hanno messo in discussione questa politica e nuovi campi sono stati aperti ai confini con la Siria. Al di là delle cifre e dei dibattiti che queste possono suscitare nei Paesi di accoglienza[2], occorre considerare il significato di questo esodo, la cui entità e il cui prolungarsi nel tempo hanno riconfigurato profondamente la società siriana.

 

 

L’esilio non riguarda solo alcune categorie della popolazione, come gli oppositori attivi del regime di Bashar al-Assad, ma coinvolge interi settori della società siriana, costretti a partire dalle distruzioni di massa e dall’insicurezza prolungata. La moltiplicazione degli attori del conflitto provoca una crescente frammentazione del territorio siriano, mentre la violenza si è talmente generalizzata che trovare rifugio all’interno della Siria, come gran parte dei profughi tenta inizialmente di fare, diventa sempre più complesso. Il numero degli sfollati interni, che si concentrano nelle zone più sicure, continua a crescere, rendendo sempre più difficile l’accesso all’alloggio e ai servizi primari in molte città siriane.

 

 

Lasciare la Siria per cercare asilo diventa allora l’unica opzione possibile. Il protrarsi del conflitto spinge i profughi a cercare spazi di insediamento più durevoli in cui possano tentare di ricostruire una vita più stabile.

 

 

 

 

 

Note

 

 

[1] Per esempio, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003 ai palestinesi d’Iraq è stato vietato l’ingresso sul territorio siriano; perciò sono nati dei campi per accoglierli in una terra di nessuno tra i due Paesi. Cfr. Jalal al-Husseini, Kamel Doraï, La vulnérabilité des réfugiés palestiniens à la lumière de la crise syrienne, «Confluences Méditerranée» 87 (autunno 2013), pp. 95-107.

 

 

[2] I risultati preliminari dell’ultimo censimento giordano, pubblicato nel gennaio 2016, indicano la presenza di 1,2 milioni di siriani in Giordania. Il dibattito sui numeri è ricorrente in concomitanza degli arrivi di massa dei profughi. Per esempio, lo studio realizzato dall’istituto norvegese FAFO nel 2007 mostra molto chiaramente la difficoltà di produrre dati statistici sui rifugiati in Giordania. Cfr. Iraqis in Jordan 2007. Their Number and Characteristics, FAFO, UNFPA, Dipartimento di Statistica in Giordania, disponibile su www.fafo.no/ais/middeast/jordan/IJ.pdf. Quanto ai rifugiati che entrano in Europa, le cifre prodotte da Frontex devono essere prese con cautela perché conteggiano i passaggi ai confini (con il rischio di contare più volte le stesse persone) e non le domande di asilo effettivamente presentate in ogni singolo Stato membro.

 

 

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