close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Medio Oriente e Africa

Un Piano Marshall per il Mediterraneo? Idea prematura

Le concerie di Fez [Oasis]

Sono molti i comportamenti sociali che si fondano sul principio della gratuità. Solo ripensando a partire da essi il concetto di proprietà privata ha senso impegnarsi in un progetto di ricostruzione economica tra Europa, coste africane e Medio Oriente

Questo articolo è pubblicato in Oasis 24. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 24/06/2019 15:07:13

La praticabilità di un “Piano Marshall” per il Mediterraneo non è neppure ipotizzabile se esso – quale che sia il suo proporsi economico – non trova le condizioni geostrategiche per dispiegarsi e raggiungere un equilibrio regionale di potenza. Il grande ostacolo di questa ipotesi, tesa alla ricostruzione e al riequilibrio non solo economico, ma altresì demografico, delle due sponde del Mediterraneo, è quello dell’impossibilità di ricostruire un percorso economico di ripresa facendo unicamente appello al concetto di proprietà privata capitalistica.

 

 

Un nuovo Piano Marshall non può che essere il terreno sperimentale della poligamia delle forme dello scambio ben tratteggiate da quel documento seminale che è la Caritas in Veritate. La discussione odierna – proprio perché non siamo ancora usciti dalla grande crisi economica – dovrebbe vertere sia sulla diversificazione delle forme di scambio sia sulle differenti forme di allocazione dei diritti di proprietà. Questi due fiumi carsici della riflessione sul capitalismo incrociano il pensiero di Karl Polanyi[1] e dei suoi allievi, secondo i quali ci sarebbe una contraddizione tra il mercato e la sua base morale: quando nella «grande trasformazione» il mercato si afferma come forma dispiegata dello scambio, l’«economia morale» sparisce. Si tratta di una posizione sostenuta da molti anche oggi. In realtà essa è contraddetta dalla storia. Studi come quelli del grande storico inglese Edward P. Thompson, che per indicare una visione dei rapporti economici ispirata non al profitto individuale ma alla ricerca del benessere collettivo coniò l’espressione «economia morale», mostrano come questa abbia continuato anche con l’avvento del capitalismo[2].

 

 

Certo, nel mondo esistono anche nefandezze, per esempio il mercato degli organi, ma qui siamo nella sfera dell’economia criminale. Gli uomini perseguono anche questi fini, ma continuo a credere che si tratti di una minoranza. Eppure, mi sento dire da molti, l’attuale crisi non ha forse corroso le basi morali del mercato?

 

 

 

 

 

Il manager stockopzionista

 

 

Certo, queste basi sono state compromesse da quello che ho chiamato il manager stockopzionista – super pagato in base a stock options e ad algoritmi sconosciuti – che, portando all’estremo il suo comportamento opportunistico, ha tolto ogni fondamento etico al mercato[3]. Gran parte della crisi deriva da quest’eccesso di appropriazione e manipolazione degli indici di mercato, favorito proprio dalle stock options. Sono convinto che si riferisse a questo Papa Ratzinger quando nella sua enciclica Caritas in Veritate scriveva che si stavano minando le basi morali del mercato. Quando il conflitto d’interessi diventa endemico e chi guida un’impresa decide anche quale deve essere la sua retribuzione, una minoranza organizzata può arrivare a controllare una maggioranza disorganizzata. Quanto questo comportamento extra-economico costituisca una delle ragioni della crisi è stato messo in chiaro dall’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, nel suo recente libro The End of Alchemy. Money, Banking and the Future of Global Economy (Norton & Company, New York 2016), che non a caso si apre con una citazione tratta da La Rocca di Thomas Stearns Eliot, in cui il poeta si chiede dove siano finite «la saggezza che abbiamo perduto sapendo» e la «sapienza che abbiamo perduto nell'informazione».

 

 

La mia vecchia amica Elinor Ostrom ha vinto il Nobel a 84 anni per la sua teoria sui common goods, i beni comuni. Cioè su quei beni che si definiscono “pubblici” non per la forma proprietaria statuale, ma perché tale forma, non diretta al profitto individuale, è essenzialmente cooperativa, ovvero proprietà di piccoli e grandi gruppi sociali e ne consente l’uso per tutti coloro che vogliono accedervi, seguendo regole che ne assicurano l’infinita riproducibilità. Ho polemizzato con Stefano Rodotà, di cui pure ho molto amato Il terribile diritto[4], perché sostiene che l’acqua sia un bene comune, mentre io credo che si tratti di un bene che può essere privato, statale o autogestito dalle popolazioni che storicamente ne usufruiscono. Il principio dei common goods si fonda su quello della governance e prevede – questo mi sembra il punto su cui bisogna lavorare – un’allocazione dei diritti di proprietà diversa da quella del principio capitalistico, perché la proprietà è collettiva, cioè di un piccolo gruppo, e non dello Stato. È un bene gestito dai membri della collettività, il cui scopo è di distribuirlo in base alle esigenze delle famiglie della comunità.

 

 

 

 

 

Un incentivo a sperimentare

 

 

La materialità degli effetti della crisi è un incentivo a sperimentare. Si parla spesso di sharing economy per indicare forme di condivisione di servizi quali abitazioni, mezzi di trasporto, spazi di lavoro che coinvolgono ampi gruppi di persone grazie all’uso di piattaforme digitali. “Condividere” è una parola che si porta dietro un grappolo di termini analoghi, come “collaborare” o “cooperare”, densi di significato e che a loro volta richiamano alla mente esperienze di “economia sociale” che mirano a ricomporre economia e società. Queste nuove forme di condivisione riguardano solo l’uso e mai la proprietà. Colpisce l’assenza di ogni principio mutualistico e di qualsivoglia ipotesi di superamento della proprietà capitalistica.

 

 

Al contrario, nella poligamia delle forme dello scambio e della proprietà descritta nella Caritas in Veritate (cooperativa, not for profit, capitalistica), si può vedere una reazione agli eccessi disvelati dalla crisi economica, provocati dal principio dello shareholder value [il valore per l’azionista, la sua remunerazione, NdR]. Nella benefit corporation, per esempio, alla figura dello shareholder dominante è affiancata quella dello stakeholder [il soggetto che ha un interesse nell’impresa anche se non è azionista, NdR], che tempera e modera il primo, spostando la funzione di utilità da un principio di massimizzazione a un principio di convivenza, di utilità sociale. Si tratta così di un capitalismo ben temperato e un capitalismo ben temperato è certo meglio di un capitalismo ben dispiegato.

 

 

L’impresa sociale, invece, favorisce l’allocazione dei diritti di proprietà capitalistica grazie ai quali tuttavia si può perseguire tanto la produzione quanto la fruizione di beni pubblici, com’è tipico delle teorie neoclassiche dell’economia del benessere, da Pigou[5] in avanti. Le differenti forme di sharing economy o di economia condivisa, infine, si configurano come forme di condivisione della sfera dei beni di consumo, materiali o immateriali, e non mettono mai in discussione i principi della produzione. Quindi si disinteressano riguardo a quale forma di allocazione dei diritti di proprietà sia presente quando essi, appunto, si consumano o se ne usufruisce. Qui si tratta di forme che nulla hanno a che vedere con i principi della proprietà cooperativa o del mutualismo, e dunque non producono quello “spauramento”, quel “terrore” che si produsse nelle classi capitalistiche e nei loro intellettuali organici allorché tra ’800 e ’900, con il sostegno intellettuale di giganti come Alfred Marshall, Luigi Luzzati, Leone Wollemborg e Friedrich W. Raiffeise, Don Luigi Cerruti, Charles Gide, Ugo Rabbeno, Bruno Cossa, Giovanni Montemartini, si erse – Davide contro Golia – il principio cooperativo e mutualistico, che sfidava l’ipostatizzazione totalitaria del principio capitalistico della proprietà. Le molteplici forme di sharing economy non sfidano infatti tale totalitaristica ipostatizzazione perché auspicano una biodiversità delle forme di consumo e non di produzione di beni e di servizi.

 

 

L’economia circolare indotta dal pensiero massonico si inserisce prepotentemente in questo contesto. Il fatto che sia un’idea globale l’avvicina al modello cooperativo: anch’essa non tende a massimizzare il profitto, ma la continuità d’impresa e quindi il lavoro. Perfino Marshall, uomo di straordinaria intelligenza e che nutriva una grande passione per la storia, dedica all’impresa cooperativa un capitolo nei suoi Principi di economia, base dell’economia neoclassica. Quello che mette bene in evidenza è che essa introduce proprio il principio morale nell’economia, la sostenibilità di chi ci lavora e della sua famiglia, e massimizza la continuità dell’impresa. Non distribuisce profitti, se non ai fattori della ri-produzione.

 

 

Ora, la questione su cui ragionare è come produrre valore in imprese che non siano a locazione di diritti di proprietà capitalistici. Se non cominciamo a costruire segmenti di fuoriuscita dal modello economico capitalistico attraverso, soprattutto, la forma d’impresa cooperativa, da questa crisi non usciremo perché è senza precedenti (al suo confronto quella del ’29 è stata una «timida ricreazione»). Questa crisi, per esempio, crea disoccupazione strutturale. La prima cosa da fare è quindi creare occupazione dentro un processo lavorativo rivoluzionato dall’innovazione tecnologica. Purtroppo però il pensiero cooperativo è sempre più debole perché mima troppo l’impresa capitalistica. Ma esso potrebbe incontrare i common goods di cui parla Ostrom, traendone nuova linfa.

 

 

 

 

 

Il principio della gratuità

 

 

Il punto in comune sono sempre i diritti di proprietà. Ostrom è stata troppo rapidamente dimenticata o mistificata, disinnescando in tal modo la potenzialità alternativa e rivoluzionaria che la sua teoria contiene, tanto rispetto all’allocazione dei diritti di proprietà, quanto rispetto ai principi di una vera ed efficace corporate governance.

 

 

Come ho più volte scritto – ed è la mia critica a Polanyi – l’avvento del mercato capitalistico non distrugge la soggettività delle persone, e quindi non distrugge il dono. La mia convinzione è che il dono convive nel mercato: non è dunque l’alternativa o qualcosa di interstiziale, quanto invece una risorsa formidabile e potente. Il dono che agisce effettivamente come temperamento del mercato è il dono senza reciprocità. Se c’è l’obbligazione a rendere, si è prigionieri di chi ha donato. Come mi ha insegnato uno dei miei maestri, Maurice Godelier, grande antropologo del secondo ’900, non sempre il dono ha bisogno del contro-dono. Dev’essere invisibile ed è più diffuso di quanto non sembri. E non è riconducibile al puro calcolo cognitivo perché è energia psichico-affettiva.

 

 

Sono molti, infine, i comportamenti sociali che si fondano sul principio della gratuità. L’economia del dono si incarna soprattutto nel not for profit: tu dai una parte del tuo tempo e non ne hai un ritorno. Questo donare ti sostiene, dà pienezza alla tua vita. Il «date e vi sarà dato» di Federico Ozanam, fondatore della Società San Vincenzo De Paoli, non nega il mercato, non nega la giustizia, addolcisce e tempera il dolore della crescita economica.

 

 

Solo su queste basi teoriche e di fede ha senso impegnarsi in un Piano Marshall nel Mediterraneo, sennò riprodurremo le brutture capitalistiche e neo-colonialistiche che ci hanno precipitato in questa situazione tragica.

 

 

 

 

 

Ricostruire un ordine geopolitico

 

 

A queste considerazioni va aggiunta una valutazione geopolitica. Senza un nuovo nation and state building ogni ragionamento economico di qualsivoglia natura è impossibile. Occorre prima creare una situazione di potenza che riporti la pace e questo è possibile solo attraverso la guerra. Il mondo è ora dominato dal conflitto nord-africano, che vede il ritorno del nasserismo rivisitato alla luce dei cambiamenti intervenuti sulla scena internazionale con la caduta dell’Unione sovietica, con il riemergere dei militari come forza di stabilizzazione. Con Gamal Abdel Nasser e anche con il baathismo essi costruivano la nazione: oggi la difendono dal cosmopolitismo seguito alla distruzione del Califfato ottomano, cosmopolitismo che ha dato vita alla Fratellanza musulmana e ora pone in pericolo lo stesso rapporto con l’Occidente, tra ciò che rimane di quel passato e le nuove formazioni ierocratiche che dalla caduta dello Shah in Iran cercavano in vario modo assumere il potere. Questi diversi attori godono dell’appoggio di potenti forze statuali, come l’Iran da un lato e l’Arabia Saudita e il Qatar dall’altro. Ciò avviene a causa delle cosiddette Primavere arabe, che si sono presto rivelate una rivolta di classi medie sia laiche sia islamiche le une contro le altre armate, incoraggiate anche dalla moral suasion degli Stati Uniti, decisi a rinnovare il blocco di comando egiziano. L’incomprensione dei cambiamenti avvenuti nel mondo arabo, persiano e turco da parte degli Stati Uniti è stata catastrofica, incapace di prevedere l’instabilità del radicamento istituzionale dei Fratelli musulmani. Il meccanismo di disinnesco delle dittature militari con una riforma politica affidata a forze come i sunniti radicali ha avuto lo stesso effetto che si è prodotto in Iraq e in precedenza in Iran, dove al potere era arrivato lo sciismo più intransigente.

 

 

Attualmente, il mondo islamico vede sempre più allontanarsi il ruolo egemonico degli Stati Uniti, con conseguenze che possono essere devastanti se questo vuoto non sarà subito colmato. Il tema energetico è fondamentale, ma non sufficiente per comprendere la situazione. Certo: gli shale oil and gas determinano un indebolimento crescente dell’OPEC, l'Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio, ma il problema è più antico. Inizia alla metà degli anni ’70, quando le riserve proven and unproven hanno iniziato a concentrarsi non più nelle mani delle majors[6], ma in quelle delle NOCS, ossia delle compagnie nazionali in prevalenza non OPEC, che oggi ne posseggono il 90 per cento. Questo ha generato una rivoluzione tecnologica impressionante e un aumento della concorrenza.

 

 

 

 

 

La rottura tra sunniti e sciiti

 

 

Il fatto che si stia timidamente delineando un’alleanza tra Arabia Saudita, Israele e Russia per porre sotto controllo la situazione siriana sostenendo Bashar al-Assad e sostenendo al contempo i militari egiziani, che hanno salvato non solo il loro Paese, ma anche l’Occidente, evitando la creazione di un enorme stato islamico salafita destinato a minacciare sia l’Europa sia il Centro Africa, è un dato positivo: ma la sua istituzionalizzazione deve superare un’enorme difficoltà. In primo luogo culturale: e cioè la caduta della cultura di Vestfalia e la vergogna delle teorie dell’intervento umanitario e dei diritti umani senza riguardo alcuno per le compatibilità e le specificità culturali delle nazioni, dei popoli e delle élite con cui si viene in contatto. Tutto ciò ha fatto sprofondare l’Occidente in un antikissingerismo di cui solo ora stiamo iniziando valutare gli enormi prezzi da pagare. La rottura militare tra sciiti e sunniti non è che l’inizio di una lunga guerra inter-islamica che potrà essere risolta solo ponendo in comunicazione tra loro le tre culture fondamentali dell’area: quella araba, quella turca e quella persiana. L’Occidente deve svolgere questo ruolo.

 

 

Senonché, tutto va diversamente: il mercato si dispiega sì, ma tra mille faglie e crepe e la dimenticata teoria di Steve Rokkan sui cleavages[7]di cui il mondo intero soffriva e soffre nei processi di cambiamento torna alla luce con una potenza inusitata. A questi si aggiunge oggi si aggiunge la presenza del terrorismo su una faglia che rischia di dividere il mondo proprio nell’area di crisi a più alta intensità disgregatrice, quella in cui si trovano le riserve energetiche di idrocarburi fossili più dense del pianeta. Una faglia che corre spaccando in due il Nord Africa e giunge sino al Golfo Persico, rischiando di disgregare il Medio Oriente e l’Asia Centrale. A un capo vi si trova l’Arabia Saudita e la sua egemonia sul mondo sunnita, e all’altro capo l’Iran e la sua ideologia sciita: entrambe a macchia di leopardo dividono, frastagliano, contrappongono tutti gli Stati del Golfo, del Medio Oriente, dal Libano alla Persia. Se la Siria si disgregasse, la faglia potrebbe aprirsi trascinando con sé la monarchia hashemita e anche quella alawita marocchina (oltre naturalmente a Israele).

 

 

La crisi libica è un’indiretta conseguenza di questo generale processo, a cui si aggiunge la specificità del mancato state and nation building di quell’aggregato tribale dominato bonapartisticamente da Gheddafi dopo il crollo della monarchia senussita: un equilibrio tribale che non si è ancora ristabilito e che solo le potenze occidentali potranno ricostruire. Il patto militare anglo-francese stretto in quella fase va letto in questa luce a fronte di un relativo disimpegno militare in occidente degli Stati Uniti.

 

 

In effetti, quel patto è l’anteprima dell’evoluzione di una strategia non europea, ma duopolistica, di lotta per il controllo del vero oggetto del contendere: l’Africa sub-sahariana e in particolare la regione dei Grandi Laghi, cuore energetico, nutrizionale e industriale del futuro. I prossimi cinquant’anni della storia economica mondiale saranno la storia dell’emergere dell’Africa Nera: chi eserciterà, con gli africani, il dominio su quelle terre, dominerà il mondo.

 

 

Questo in un contesto in cui il declino nord-americano non è, come pensano alcuni, ineluttabile, ma resta più visibile per via della crisi economica e dell’incertezza strategica. Gli Stati Uniti debbono trovare un altro pilastro strategico da affiancare a se stessi, perché l’Europa non può più esserlo unitariamente. Di qui l’importanza del confronto con la Cina e dell’alleanza con i Paesi emergenti.

 

 

 

 

 

Stati senza nazione

 

 

Le grandi faglie della storia tra Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano sono sempre state decise dall’incontro o dallo scontro, aspro quanto mai, tra le tre grandi civiltà che hanno dominato per secoli quelle terre: araba, persiana, turca. Solo il crollo dell’Impero ottomano ha oscurato questa verità, con i trattati, che stipulati nel corso della prima guerra mondiale, diedero vita a un insieme di Stati senza nessun rapporto né con l’etnicità né con la storia. Stati senza nazione, ecco il problema arabo. E, dall’altro canto, nazioni con Stati forti e costruiti da élite modernizzatrici: ecco il segreto della tradizione persiana e dell’invenzione turca. Questo equilibrio poté reggere solo perché tra le due guerre mondiali si era troppo impegnati in Europa a costruire la basi della distruzione di Versailles. Nell’immediato secondo dopoguerra si procedette alla costruzione dei due antemurali allo stalinismo: a est, l’Arabia Saudita, costruzione nord-americana tra tribalismo e dominio sacrale della tradizione religiosa; a ovest l’Egitto, che dopo lo strappo perseguito con clamore dagli Stati Uniti nei confronti del post-colonialismo proteso alla conquista del Canale di Suez nazionalizzato (la guerra del 1956), sarà il guardiano fedele dell’atlantismo nord-africano. Il tutto unificato in un unico pensiero strategico, insomma, e non diviso, come i più pensano, dalla Guerra fredda. Essa, infatti, dava un significato al ruolo della Turchia come fianco sud della NATO e consentiva di stabilire un equilibrio di potenza anche in Siria, ciò che il vecchio Hafez al-Assad fece magnificamente. In Iran la caduta dello Scià e prima ancora quella di Muhammad Mossadegh per un colpo di stato anglo-americano tanto stolido quanto mal concepito, aprì la via, anni dopo, a un regime ierocratico quale mai si era visto in tutto il mondo musulmano. In questo contesto il terrorismo jihadista pone in discussione la grande svolta che maturò a cavallo degli anni ’90 nell’orizzonte internazionale. Come la globalizzazione apriva i mercati della finanza all’assenza tragica della regolazione, l’abbandono della prospettiva kissingeriana saldamente vestfaliana apriva la via a una serie di avventure militari senza pensiero strategico che sono state il buco nero del disordine internazionale degli ultimi vent’anni.

 

 

Quello che avviene oggi in Africa è in primo luogo il frutto di una mancata stabilizzazione delle relazioni tra Europa e Russia. L’ideale gollista di un’Europa dall’Atlantico agli Urali era l’unico contrappeso internazionale da opporre a quella che è ora la solitudine degli Stati Uniti. L'America deve ancora attardarsi a garantire le basi del potere al suo stanco, imbelle alleato europeo, incapace di costruire una forza militare autosufficiente che possa garantire la sicurezza sul fianco sud della Nato e nel nord dell’Africa? Sino a quando gli Stati Uniti, ora liberi dalla necessità del rapporto transatlantico che il dominio del Golfo assicura, continueranno a proteggere l’Arabia Saudita? Ecco il più drammatico degli interrogativi che la riflessione strategica pone oggi dinanzi a noi.

 

 

È proprio questo interrogativo che dobbiamo risolvere prima di proporre qualsivoglia “Piano Marshall”, benevola ma forse prematura iniziativa.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

 

 

 

 

Note

 

 


 

[1] Economista, sociologo e antropologo, nato a Vienna nel 1886. La sua opera principale, La grande trasformazione, è una critica della società di mercato e dell’autonomia dell’economia dalla società, NdR.

 

 

[2] Edward P. Thompson, L’economia morale, Milano, et Al/Edizioni, 1999; oltre a Thompson a ricordarcelo ci sono anche Albert O. Hirschman e Barrington Moore jr, per i quali il mercato non vive senza una base morale. Si veda Albert O. Hirschman, L’economia politica come scienza morale e sociale, Liguori, Napoli 1987; Barrington Moore jr, Aspetti morali dello sviluppo economico, Edizioni di Comunità, Torino 1999.

 

 

[3] Pratica ancora corrente. Recentemente il Fondo sovrano norvegese (870 miliardi di dollari) ha aggiunto ai suoi rigorosi standard la decisione di non investire più in aziende i cui manager siano pagati in modo sproporzionato.

 

 

[4] Stefano Rodotà, Il terribile diritto, Il Mulino, Bologna 2013.

 

 

[5] Arthur Cecil Pigou (1877-1959) è stato un economista inglese. Allievo di Alfred Marshall e suo successore alla cattedra di Economia politica del King’s College di Cambridge, è considerato il pioniere dell’economia del benessere, NdR.

 

 

[6] Lo shale oil e lo shale gas sono il petrolio e il gas prodotti in maniera non convenzionale. Le riserve proven sono quelle la cui estrazione è considerata altamente probabile (90 per cento). Le riserve unproven sono geologicamente equivalenti a quelle proven, ma la loro estrazione non può essere stimata con lo stesso grado di certezza a causa di ragioni tecniche o politiche. Le majors sono le grandi compagnie petrolifere, NdR.

 

 

[7] Secondo il politologo norvegese Stein Rokkan (1921-1979) la società occidentale moderna è attraversata da quattro “fratture” (cleavages): centro/periferia, Stato/Chiesa, città/campagna, capitale/lavoro. Queste fratture spiegherebbero l’origine dei partiti politici, NdR.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Giulio Sapelli, Un Piano Marshall per il Mediterraneo? Idea prematura, «Oasis», anno XII, n. 24, novembre 2016, pp. 46-54.

 

Riferimento al formato digitale:

Giulio Sapelli, Un Piano Marshall per il Mediterraneo? Idea prematura, «Oasis» [online], pubblicato il 22 novembre 2016, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/un-piano-marshall-il-mediterraneo-idea-prematura.

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale