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Consigli di lettura

Afghanistan, la guerra impossibile

Una ricostruzione storica dei movimenti delle truppe e delle decisioni politiche accompagnata da un lavoro sul campo. Uno dei conflitti più lunghi del nostro tempo

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 25/10/2018 17:05:45

Unwinnable_copertina.jpgRecensione di Theo Farrell, Unwinnable: Britain’s war in Afghanistan 2001–2014, Bodley Head, London 2017.

 

Con Unwinnable Theo Farrell pubblica lo studio «più autorevole» – per usare le parole di Andrew Roberts riportate in copertina – sulla guerra del Regno Unito in Afghanistan dal 2001 al 2014. Del libro colpisce immediatamente la proporzione tra le pagine del testo (poco oltre le 400) e le circa 100 di note. Un così importante apparato deriva dalla metodologia scelta dall’autore: una ricostruzione storica approfondita dei movimenti delle truppe e delle decisioni politiche accompagnata da un lavoro sul campo che ha portato Farrell a intervistare «67 comandanti di campo talebani e 59 locali», permettendogli di «ricostruire la campagna talebana nell’Helmand» (p. 6).

 

Ulteriore valore aggiunto è la sua conoscenza diretta di entrambe le realtà coinvolte: i centri di potere occidentali e gli attori sul campo in Afghanistan. Pur avendo un profilo spiccatamente accademico, Theo Farrell infatti non è stato spettatore esterno del conflitto. Come lui stesso rivela nelle conclusioni (p. 424), nel 2013 ha mediato tra esponenti del governo afghano e leader talebani portandoli allo stesso tavolo, nel tentativo di raggiungere un accordo per la de-escalation di alcuni distretti.

 

Il volume è percorso da un duplice filo conduttore: il primo fornisce una ricostruzione accurata dei fatti sia dal lato occidentale sia, per quanto possibile, da quello afghano. Man mano che procede la ricostruzione storica degli eventi, ed è questa la seconda traccia, Farrell fa emergere i fattori che hanno impedito alla coalizione occidentale di ottenere una vittoria duratura in Afghanistan. Il primo passo è la spiegazione delle ragioni che hanno portato Stati Uniti e Gran Bretagna (più una serie di altre nazioni) nel Paese: gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 Settembre e il collegamento tra Osama Bin Laden e i talebani al potere a Kabul fornirono la «giusta causa per dare il via alla guerra» (p. 417).

 

Farrell ritiene inoltre che la partecipazione di Londra sia stata «necessaria e proporzionata» ai danni e alle minacce subite (p. 418). Sono stati direttamente gli attentati a definire l’obbiettivo strategico iniziale della guerra: abbattere il regime dei talebani e sconfiggere al-Qaida.

 

Farrell dimostra però come la direzione strategica e politica dell’impegno bellico sia andata smarrita non appena i talebani sono stati estromessi dal potere. Qui va rintracciato il primo dei motivi per cui la guerra è risultata unwinnable: la mancanza di una chiara strategia e di obbiettivi precisi, evidente ad esempio nel contrasto tra azioni volte a guadagnarsi il sostegno della popolazione delle aree rurali e operazioni anti-narcotici che hanno tolto ai contadini la loro unica fonte di sostentamento (la coltivazione dell’oppio) senza fornire alternative credibili, con il solo risultato di spingerli ad abbracciare la causa talebana. Altri fattori negativi imputabili alla coalizione occidentale sono stati, secondo Farrell, la scarsa conoscenza della realtà locale, con l’eccezione dei limitati periodi in cui le forze ISAF hanno potuto contare su esperti come Casper Malkasian e Michael Semple; l’incapacità dei leader politici di leggere e orientare le situazioni, delegando questo compito ai militari sul campo; la mancanza di adeguate risorse, in particolare di elicotteri. A ciò si è aggiunta l’invasione dell’Iraq nel 2003, diventata la preoccupazione principale di Whitehall, a scapito dell’Afghanistan.

 

Naturalmente, non tutti i motivi del fallimento dell’iniziativa occidentale sono da imputare a Washington e a Londra. L’estremo livello di corruzione del governo afghano, a partire da quello di Hamid Karzai, ha stroncato sul nascere le iniziative di nation-building. In secondo luogo, i talebani hanno potuto fare leva su divisioni tribali e sub-tribali che gli occidentali faticavano a comprendere, ravvivando il fuoco del malcontento. Da ultimo, ma è forse l’elemento più importante, Farrell sottolinea il sostegno che i talebani afghani hanno ricevuto dall’estero: i servizi segreti pakistani (ISI), una parte dell’esercito di Islamabad e la rete di madrase sul lato orientale della Linea Durand. Un’ambiguità di cui Regno Unito e Stati Uniti non sono mai riusciti a venire a capo.

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