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Islam

La crisi del Golfo: un anno dopo

Ritratto dell'emiro del Qatar su un palazzo di Doha [Shutterstock]

Il Qatar ha resistito all’isolamento messo in atto dai suoi vicini, contrariamente alle previsioni di molti, generando una riorganizzazione della politica regionale

Ultimo aggiornamento: 21/06/2018 10:42:18

Quando nel giugno del 2017 l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Egitto hanno rotto ogni relazione con il Qatar, molti si aspettavano una rapida capitolazione del piccolo emirato. Il rapporto di forza era infatti nettamente favorevole al quartetto. Invece, a distanza di un anno, il Qatar è riuscito a evitare la sconfitta. Tuttavia, per Doha molto è cambiato sia internamente che dal punto di vista regionale e internazionale.

 

La ridefinizione delle relazioni regionali e internazionali

Dal punto di vista regionale, la crisi ha indotto il Paese a sviluppare relazioni sempre più intense con la Turchia e ad ammorbidire la sua posizione verso l’Iran. Già nei giorni immediatamente successivi alla rottura con il quartetto, il Qatar si è rivolto a entrambi i Paesi per creare un ponte aereo che gli permettesse l’importazione di cibo, iniziando a transitare nello spazio aereo e nelle acque territoriali dell’Iran per impedire che le sue esportazioni di energia fossero perturbate. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha sostenuto incondizionatamente il Qatar, chiedendo e ottenendo dal suo Parlamento il diritto di dispiegare truppe turche sul suolo qatariota, in tal modo impedendo di fatto qualsiasi escalation militare della crisi. Questa decisione ha messo in luce il forte legame politico tra Ankara e Doha, istituzionalizzato in accordi bilaterali di cooperazione in materia di sicurezza e difesa firmati tra il 2014 e il 2016.

 

Oggi il Qatar ha un debito di gratitudine verso la Turchia che molto probabilmente cementerà ulteriormente le relazioni tra i due Paesi. D’altro canto, la politica di Doha di dialogo con l’Iran, potenza regionale e rivale geopolitico dell’Arabia Saudita, sembra del tutto pragmatica: grazie al sostegno vitale di Teheran, il Qatar ha potuto mantenere i propri impegni con i partner energetici, continuando a ricevere gli introiti derivanti dalle sue esportazioni, ma questo non ha generato più profonde relazioni politiche. Per esempio, il recente annuncio che il Qatar non parteciperà attivamente ad alcuna azione militare contro l’Iran non è così sconvolgente dal momento che le basi militari che si trovano sul suo territorio potrebbero essere comunque coinvolte.

 

Il Qatar si è inoltre riavvicinato agli altri due piccoli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), il Kuwait e l’Oman. Pur rimanendo formalmente neutrali, infatti, entrambi i Paesi sostengono il diritto di Doha alla piena sovranità e all’indipendenza dall’Arabia Saudita, un diritto di cui vogliono continuare a beneficiari essi stessi. Sia in Kuwait che in Oman, i decision maker hanno guardato con preoccupazione alla crisi, temendo di dover subire in futuro le stesse pressioni per adeguarsi alla politica saudita-emiratina. Il Kuwait è stato di gran lunga l’attore più attivo nel promuovere una soluzione diplomatica alla crisi, mentre l’Oman è intervenuto concedendo i suoi porti e i suoi aeroporti al Qatar per aggirare le misure messe in atto dal quartetto.

 

Dal punto di vista internazionale, il Qatar ha fatto ricorso al suo soft power per trovare il sostegno necessario a tutelarsi da un isolamento economico e politico che ne avrebbe causato la capitolazione. Tradizionalmente, la garanzia di stabilità era fornita dalle relazioni con gli Stati Uniti. Tuttavia, nel contesto dell’ultima crisi, è presto emerso che con l’amministrazione Trump gli Stati Uniti erano diventati inaffidabili, trasformandosi in qualcosa di diverso dai garanti della stabilità del Golfo che erano stati in passato. Il giorno dopo lo scoppio della crisi, il presidente americano Donald Trump ha twittato messaggi che sembravano suggerire un sostegno della Casa Bianca agli oppositori del Qatar, in contrasto con la posizione del Dipartimento di Stato e del Pentagono a favore di una de-escalation. Un anno dopo, è lo stesso Trump che sembra aver cambiato posizione, invitando apertamente alla soluzione della crisi, senza tuttavia suggerire una mediazione attiva degli Stati Uniti. Nel complesso, nonostante questo mutamento, resta chiaro che non si può fare affidamento sugli Stati Uniti per risolvere la crisi.

 

Di conseguenza, il Qatar ha guardato oltre Washington, investendo in relazioni più strette con i più influenti Paesi europei e con le potenze economiche asiatiche. Alla luce della rilevanza del Qatar come partner economico, finanziario ed energetico sia per i Paesi europei che per quelli asiatici, questi hanno contribuito alla resilienza economica e politica di Doha nella più grave crisi mai affrontata dall’emirato. Il fatto che gli Stati europei e quelli asiatici non abbiano mostrato alcuna volontà di riconsiderare o ridurre i loro legami con Doha è di per sé molto significativo, dal momento che questi attori intrattengono relazioni molto strette anche con gli oppositori del Qatar. Quest’ultimo è stato in grado di salvaguardare e alimentare abilmente le proprie relazioni, mantenendo i propri impegni energetici – nonostante l’aggravio dei costi dovuto alle nuove rotte utilizzate per le sue esportazioni – e sfuggendo in questo modo all’isolamento politico ed economico.

 

Il lascito della crisi potrebbe perciò essere la ridefinizione e il ricalibramento della rete di alleanze del Qatar, non solo nella regione, ma anche a livello internazionale, specialmente se gli Stati Uniti dovessero continuare a perseguire l’obiettivo di lungo periodo di riduzione del proprio impegno in Medio Oriente e Nord Africa.

 

 

Il problema della stabilità interna

Per i primi mesi della crisi, gli oppositori del Qatar hanno sostenuto all’interno della famiglia Al Thani figure che potessero contendere il trono al giovane emiro Tamim bin Hamad Al Thani, il cui padre è stato il grande architetto del controverso protagonismo regionale del Qatar, principale motivo della crisi. In particolare, Arabia Saudita e Emirati non hanno escluso che la crisi potesse scatenare l’opposizione interna al giovane governante, favorendo l’emergere di una figura più accomodante e più allineata alla politica di Riyadh e Abu Dhabi. Tuttavia, nonostante la grande campagna mediatica e le relazioni pubbliche messe in campo a questo scopo, la popolazione del Qatar è rimasta ampiamente leale all’emiro Tamim. La resistenza all’ultimatum ha innescato una narrazione da “noi contro il resto mondo” che ha unito la comunità nazionale intorno all’attuale leader. Un anno dopo la crisi, ritratti idealizzati dell’emiro sono esposti pressoché ovunque a Doha e l’orgoglio nazionale rimane forte.

 

Tanto è cresciuto negli anni questo orgoglio nazionale del Qatar, quanto è aumentata l’ostilità verso il quartetto dei suoi oppositori, in particolare verso i membri del GCC. La campagna mediatica al vetriolo a cui hanno fatto ricorso tutte le parti in causa, rilanciata e gonfiata dai social media, e la rapida crescita di un nazionalismo verticale (dall’alto verso il basso), ha messo in discussione la profondità del legame identitario khalījī (“del Golfo”). Inoltre, l’espulsione dei cittadini del Qatar e l’introduzione di restrizioni ai movimenti transfrontalieri sollevano questioni molto serie sull’impatto che nel lungo periodo la crisi avrà sul tessuto sociale dei Paesi del GCC.

 

Le famiglie sono state divise, e questo ha causato angoscia e esacerbato le ostilità reciproche, oltre a creare un senso di isolamento sociale. D’altra parte, l’isolamento ha funzionato anche da catalizzatore e da motore di sviluppo della sostenibilità interna del Qatar. L’alto livello di integrazione economica raggiunta dal GCC ha infatti creato un contesto molto favorevole all’offensiva diplomatica, amplificando gli effetti della chiusura dei confini, da parte dei Paesi del quartetto, al transito di beni, capitali e cittadini. Di fronte alla necessità di aumentare la propria resilienza economica, e di fronte alle difficoltà collegate alle operazioni di importazione/esportazione, in Qatar si è fatto di tutto per sfruttare al massimo le risorse locali.

 

Lo Stato, facendo leva su riserve finanziare dichiarate di 350 miliardi di dollari, è intervenuto su larga scala, sussidiando dove necessario le operazioni commerciali, e immettendo liquidità nelle istituzioni finanziarie per evitare una crisi valutaria o un’instabilità finanziaria significativa. Se dal bilancio statale si sono dovute eliminare alcune voci di spesa, e alcuni settori – come il turismo – non hanno potuto essere risparmiati dall’impatto della crisi, in generale le riserve hanno rappresentato un ammortizzatore rilevante e anche i progetti infrastrutturali per i campionati del mondo del 2022 hanno potuto continuare, almeno in una certa misura.

 

Scenari futuri

La cancellazione del progetto di un vertice del GCC a Camp David, previsto per la primavera nel 2018, ha reso chiaro che il quartetto non ha alcuna reale intenzione di fare marcia indietro. Il messaggio, sia da parte dell’Arabia Saudita che degli Emirati, è che la crisi deve essere risolta a livello regionale, impedendo così alle potenze internazionali di utilizzare la propria influenza per facilitare una soluzione, ammesso che ci sia la volontà di muoversi in questo senso. Le parti non sono pronte a parlare di de-escalation, né di una soluzione, tantomeno ora che ricorre il primo anniversario della crisi. Benché il suo profilo regionale sia stato effettivamente ridimensionato, e le sue relazioni con i gruppi libici, siriani e palestinesi siano al minimo, Doha non ha ottemperato alle condizioni poste dal quartetto, che includevano la chiusura di al-Jazeera, l’interruzione delle relazioni con l’Iran e con i Fratelli musulmani e la chiusura della base militare turca nel Paese. D’altra parte il quartetto non è affatto propenso a fidarsi del Qatar, e del suo alleato turco, con nuovi accordi sulla loro politica regionale.

 

Al di là di tutto questo, si può verosimilmente pensare che la crisi con il Qatar sia servita a indirizzare l’attenzione e le risorse dell’emirato verso l’interno, nel momento in cui Riyadh e Abu Dhabi si preparano a grandi iniziative nella geopolitica regionale. Considerate la sua tradizione di posizionarsi sulla scacchiera regionale sul fronte opposto a quello occupato da Arabia Saudita e Emirati, e l’influenza significativa che il suo soft power riesce a esercitare sugli attori regionali, il Qatar può essere un oppositore insidioso.

 

In questo senso, cercare di eroderne le risorse finanziarie, indirizzandole alla gestione delle conseguenze della crisi, diventa strategico. Tutto sommato, l’effetto più importante e durevole di questa crisi, con tutte le linee rosse che sono state attraversate, potrebbe essere proprio il danno arrecato alla fiducia reciproca e alle relazioni personali tra i leader del GCC, un elemento centrale nella storia di questo blocco. Un blocco che era stato creato negli anni ’80 per rispondere compattamente alle sfide esterne, e che di fronte alla possibilità di crollare dall’interno è stato congelato rischiando ormai di diventare un’istituzione priva di scopo.

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