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Islam

Inarrestabile marcia verso la de-civilizzazione?

Il Medio Oriente disegnato dopo la Grande Guerra non esiste più: gli Stati si sono disintegrati e le società sono ferite in modo ormai quasi irrecuperabile. L’islamismo, iniziato un secolo fa, è entrato in una fase che, abbinando una razionalità estrema a un millenarismo esaltato, produce una miscela autodistruttiva. Confini considerati sacri, come i luoghi di culto, i cimiteri e il corpo delle donne, sono violati sistematicamente e con essi è distrutta la coesistenza delle differenze.

Intervista con Hamit Bozarslan a cura di Michele Brignone

 

 

Nell’ultimo secolo si è assistito in Medio Oriente a un processo di costruzione di Stati e poi alla loro disintegrazione. Come possiamo leggere e spiegare il fenomeno?

 

 

È una questione molto complessa. Abbiamo l’impressione di padroneggiare questa storia ma allo stesso tempo ne sappiamo molto poco. Da un lato sappiamo che in seguito alla prima guerra mondiale il mondo arabo è stato diviso e che questa divisione non è stata voluta dagli arabi, come dimostrano a partire dagli anni ’20 la grande rivolta irachena, la rivolta siriana e poi la rivolta palestinese. Dall’altro sappiamo anche che gli spazi che si sono costituiti avevano già un’identità, per quanto mal definita. A ogni modo negli anni ’20 emerge una corrente nazionalista araba, ampiamente influenzata dalle destre rivoluzionarie e dalle destre radicali in Europa. Tuttavia questo movimento fallisce. Riesce a conquistare l’intellighenzia, ma non a smantellare le vecchie aristocrazie ereditate dall’Impero ottomano. Le cose iniziano a muoversi soprattutto a partire dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, quando una certa sinistra riesce a conquistare l’intellighenzia e lo spazio politico. È una sinistra molto complessa, allo stesso tempo nazionalista e progressista, con una base sociale reale e che perviene a innescare dei processi di trasformazione, ma che allo stesso tempo porta al potere un esercito più o meno sostenuto da una corrente civile. Pur sollevando anche la questione sociale, si concentra soprattutto sulla questione nazionale. La formula politica che propone è autoritaria: occorre che la nazione sia forte per affrontare Israele e quello che veniva definito come l’imperialismo. Non si pone perciò la questione della democrazia, della legittimazione dei conflitti e delle differenze. La società è percepita come un corpo organico, si pratica il culto del partito unico e del leader. Gradualmente i regimi nati da questa stagione diventano o dittature militari, come nel caso dell’Egitto, o dittature espressioni di una confessione o di una parte della popolazione, come in Siria e in Iraq. Il fallimento di questa sinistra è confermata dalla Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Si passa allora dalla sinistra all’islamismo. Gli anni ’80 e ’90 sono segnati da una grande violenza e quando si arriva alla fine degli anni ’90 i regimi autoritari sono sempre là. Sono detestati e considerati cleptomani, ma l’alternativa è altrettanto detestabile: l’islamismo, la violenza… In sintesi, nel Novecento mediorientale si sono avuti periodi di grande mobilitazione politica ma le società, invece di consolidarsi, si sono frammentate secondo fratture etniche, regionali, religiose e persino tribali.

 

 

Secondo lei quale “responsabilità” hanno avuto le rivolte arabe del 2011 in questo processo di disintegrazione?

 

 

 

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