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Islam

Armageddon nell’Islam: le bandiere nere di Isis

La bandiera di Isis

La tradizione apocalittica segna dalle origini le varie fasi della storia dell’Islam, fino al decisivo salto di qualità compiuto dallo Stato islamico di al-Baghdadi

Questo articolo è pubblicato in Oasis 21. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 13/11/2019 11:37:13

La tradizione apocalittica, con il suo patrimonio di profezie e simboli, segna dalle origini le varie fasi della storia dell’Islam. Fino al decisivo salto di qualità compiuto dallo Stato islamico di al-Baghdadi, che fa ricorso sistematico ed esplicito alle profezie sull’Ultimo giorno e sulla battaglia finale. Come dimostra il titolo della rivista Dabiq.

 

 

Leggi anche: La storia dello Stato Islamico: dalla sua fondazione alla morte del califfo

 

 

Con l’ascesa dello Stato islamico in Iraq e in Siria assistiamo per la prima volta in quasi due secoli alla relativa affermazione di un movimento musulmano deciso a fondarsi in modo chiaro su profezie e attese apocalittiche. La proclamazione del califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi (noto anche come il Califfo Ibrahim) alla fine del giugno 2014 ha mostrato chiaramente che uno dei punti principali della propaganda dello Stato Islamico è che esso rappresenterebbe il risveglio dell’Islam autentico – di qui l’uso di Ibrahim, Abramo, come nome del califfo – e formerebbe lo Stato che combatterà le battaglie predette dalla tradizione apocalittica dell’Islam sunnita.

 

 

Da un punto di vista puramente propagandistico, tale enfasi ha finora funzionato a beneficio dello Stato islamico permettendogli di guadagnare un numero imponente di reclute da tutto il mondo. Tuttavia, è altrettanto evidente che l’uso di questo immaginario apocalittico non ha convinto della verità di queste pretese la grande maggioranza dei musulmani, e più significativamente la leadership religiosa costituita dagli ulema.

 

 

La narrativa apocalittica musulmana convenzionale è strettamente connessa a quella sviluppata nel mondo romano-bizantino classico, prima dagli ebrei (cfr. il libro di Daniele e molte altre composizioni dell’epoca del Secondo Tempio) e poi ripresa ampiamente dai cristiani (cfr. Mt 24, 2Pt 3 e in particolare il libro dell’Apocalisse) e probabilmente anche dagli zoroastriani. Di fatto l’apocalisse è pensata per spingere il pubblico a credere che il mondo sia prossimo alla fine e per illustrare una serie di eventi (di solito) sempre più terrificanti che culmineranno nell’era messianica, nel giudizio finale o nell’effettiva fine del mondo. L’intento più ovvio di un’apocalisse è spingere un ampio pubblico a un cambiamento spirituale significativo, che dovrebbe essere indotto dal terrore che gli eventi descritti possano davvero accadere. Altri possibili scopi sono una forte critica sociale, un’azione che ridesti un gruppo di persone altrimenti apatico in vista di un obiettivo specifico (idealmente uno Stato messianico) o che offra a un gruppo sconfitto e sconfortato un’interpretazione teologica delle ragioni per cui la situazione in cui versa è conforme al piano di Dio e del modo in cui dalla sconfitta scaturirà la vittoria.

 

 

Anche se le apocalissi musulmane sono strettamente connesse a questo tipo di apocalisse classica, vi sono alcuni scostamenti importanti dalle norme abituali. Le apocalissi classiche includono spesso l’elemento di un viaggio in paradiso (e all’inferno), e una rivelazione dei misteri del cosmo attraverso l’intervento di un angelo. Questo tipo di apocalisse nell’Islam si colloca nel genere detto al-isrâ’ wa-l-mi‘râj (Il viaggio notturno e l’ascesa al Cielo) e non sarà trattato in questa sede.

 

 

Le apocalissi musulmane assumono la forma letteraria di tradizioni (hadîth) di solito attribuite al Profeta Muhammad, ma riferite anche, per una porzione più piccola ma significativa, a ‘Alî Ibn Abî Tâlib o ad altri sahâba (Compagni del Profeta Maometto). A differenza delle apocalissi classiche, questo fatto ha drasticamente limitato la crescita di un’apocalittica letterariamente completa e ha fatto sì che tali racconti restassero allo stadio di frammenti. Solo molto raramente tali frammenti sono stati “cuciti” per costituire un “intero” letterario. In generale i frammenti sono privi di un contesto, sono molto contradditori e/o si sovrappongono nel contenuto, non tenendo conto degli altri frammenti e a volte polemizzando con essi.

 

 

Questa forma priva di contesto rende difficile parlare di tendenze specifiche nell’apocalisse musulmana. Benché la catena dei trasmettitori (isnâd) ci offra alcune indicazioni sulla provenienza di frammenti apocalittici e i contenuti siano a volte molto partigiani, settari o regionali, cosa che permette al ricercatore di risalire con una certa approssimazione alla loro origine, la fonte di buona parte del materiale resta sconosciuta a causa della sua forma, spesso refrattaria a un’analisi accurata.

 

 

Da un punto di vista letterario molte apocalissi cominciano con la frase lâ taqûm al-sâ‘a hattâ (“l’Ora non sorgerà finché”), dopo la quale sono elencati segni e premonizioni. Altre prevedono sessioni di domande e risposte o avvertimenti drammatici di eventi destinati a verificarsi nel futuro prossimo o in quello più lontano. Ma la maggior parte dei materiali apocalittici nella letteratura degli hadîth rimane allo stadio di semplici frammenti, di solito di una o due righe.

 

 

 

 

 

Il contenuto delle profezie

 

 

Il contenuto dell’apocalisse musulmana, come quella dei suoi precedenti classici, serve a indurre il pubblico a un pentimento comunitario o almeno a ritirarsi dalla società peccaminosa per prepararsi all’imminente fine del mondo. Dato che la forma dell’apocalisse musulmana ci nega una cronologia coerente degli eventi della fine del mondo, dobbiamo fare affidamento in una certa misura sulla ricostruzione degli studiosi islamici, che tale cronologia hanno artificialmente creato. Essi hanno diviso i materiali apocalittici in due gruppi principali: i Segni minori e i Segni maggiori dell’Ora (‘alamât al-sâ‘a al-sughrâ wa-l-kubrâ).

 

 

I Segni minori sono quegli eventi morali, sociali, politici, ambientali e cosmici sufficientemente drammatici e catastrofici da annunciare in modo inconfutabile l’imminente fine del mondo. La maggioranza di essi si fonda su eventi storicamente attestati o esprime una critica sociale appena velata. Non tutti i Segni minori sono realmente accaduti (da un punto di vista storico), ma tanto basta perché uno scrittore o un predicatore apocalittico possa generalmente citarne alcuni per ottenere una qualche credibilità, perché provano ex post facto che il Profeta Muhammad era a conoscenza di questi eventi in anticipo. Non c’è accordo sul numero dei Segni minori: alcune autorità ne elencano fino a 150, mentre altre ne citano un numero inferiore.

 

 

Da un punto di vista letterario, i due tipi di segni più fecondi sono i segni apocalittici morali, che permettevano allo scrittore di criticare la società, e le descrizioni delle guerre con i bizantini (e a volte con altri nemici), che consentirono agli scrittori apocalittici che risiedevano in Siria di creare qualcosa di molto simile a un racconto apocalittico classico. Quest’ultimo tipo di apocalissi presentava le guerre dei musulmani con i bizantini, in genere nel nord della Siria, come uno dei principali eventi annunciatori della fine e costringeva la gran parte dei Segni maggiori dell’Ora entro questo schema.

 

 

I Segni maggiori dell’Ora sono molto più importanti per gli scrittori apocalittici e sono definiti in modo molto più preciso: l’apparizione del Dajjâl (Anticristo), la discesa di Gesù per ucciderlo, l’apparizione di Ya’jûj wa-Majûj (Gog e Magog), il sorgere del sole da Occidente e altri prodigi simili. Questi segni sono talmente drammatici e catastrofici che nessuno potrebbe ignorare il loro manifestarsi.

 

 

La datazione dei frammenti apocalittici è un problema rilevante, strettamente connesso alla datazione della letteratura di hadîth. Tuttavia le apocalissi, diversamente dai frammenti di hadîth, spesso contengono eventi storici o riferimenti databili e a volte elencano delle cronologie. I primi, sfortunatamente, sono raramente trasparenti e spesso nascondono il loro esatto referente dietro offuscamenti creati dagli autori. Questi possono includere un linguaggio simbolico, riferimenti indiretti, soprannomi o parole dal valore gematrico[1] che si riferiscono al vero oggetto dell’apocalisse. A volte, tuttavia, i riferimenti sono così oscuri e così insensati da suscitare la domanda se essi abbiano davvero un referente esterno.

 

 

I frammenti apocalittici databili vanno dalla prima profezia della fine del mondo del 35-37/655-657 fino alle apocalissi che riguardano l’anno 1000 dell’egira (1591-1592). Benché queste apocalissi siano oggettivamente più facili da datare, è molto meno probabile che esse sopravvivano, in quanto l’incentivo a conservare materiale evidentemente falso è scarso. La maggioranza di esse si trova solo nelle raccolte di hadîth dette mawdû‘ât[2]. Apocalissi databili oltre l’anno 600 (1200 d.C.) non sono in genere hadîth, ma profezie basate su interpretazioni gematriche del Corano, su sogni e su calcoli astrologici.

 

 

 

 

 

I primi scritti apocalittici

 

 

Nella letteratura apocalittica musulmana primitiva si riscontra una netta divergenza tra quello che fu ritenuto canonico entro la fine del III/IX secolo e quello che non entrò nel canone. Materiali apocalittici figurano nelle raccolte canoniche di al-Bukhârî (m. 256/870), Muslim (m. 261/874), Abû Da’ûd (m. 275/888-889), al-Tirmidhî (m. 279/892) e Ibn Mâja (m. 275/888-889) ed è da queste fonti che gli studiosi musulmani traggono le definizioni delle credenze islamiche relative alla fine del mondo. Oltre a queste fonti esistono dozzine di altri libri di hadîth e lavori esclusivamente apocalittici, come il Kitâb al-Fitan (Libro delle tribolazioni) di Nu‘aym Ibn Hammâd al-Marwazî (m. 229/844) e il Kitâb al-Malâhim (Libro delle guerre apocalittiche) di Ibn al-Munâdî (m. 336/947-8). Nu‘aym è la fonte primaria delle tradizioni apocalittiche primitive della Siria, soprattutto quelle connesse alla città siriana di Homs, mentre Ibn al-Munâdî, che aveva simpatie sciite, raccolse le tradizioni irachene. Si trovano qua e là raccolte locali di altre aree del mondo musulmano: alcuni materiali esclusivamente nordafricani sono sopravvissuti in al-Sunan al-wârida fi l-fitan wa ghawâ’ilihâ wa-l-sâ‘a wa-ashrâtihâ (L’insieme delle tradizioni sulle tribolazioni e le loro calamità, l’Ora e i suoi presagi) di al-Dânî (m. 444/1052-3) e nel lavoro molto più popolare di al-Qurtubî (m. 671/1272-3), al-Tadhkira fi ahwâl al-mawtâ wa-umûr al-Âkhira (Una nota riguardante lo stato dei defunti e l’escatologia), che si concentrava sulla tradizione apocalittica musulmana spagnola. Altro materiale apocalittico locale proveniente dalla Persia orientale e dall’Asia centrale è in genere successivo ed è il frutto di una sintesi delle fonti elencate prima.

 

 

A eccezione di alcuni brevi osservazioni in Nu‘aym e Ibn al-Munâdî, i libri apocalittici musulmani primitivi non si distinguono dalle raccolte di hadîth e non offrono praticamente alcun commento sulle tradizioni che riportano.

 

 

 

 

 

La tarda apocalittica

 

 

La tradizione apocalittica musulmana più tarda comincia con i due scrittori più popolari: al-Qurtubî e soprattutto Ibn Kathîr (m. 774/1372-3). Grazie a questi due autori si può cogliere la natura reattiva della scrittura apocalittica più tarda. Al-Qurtubî scrisse sotto la pressione della reconquista cristiana della Spagna e incluse ampi commenti sulla rilevanza delle tradizioni e sulla loro interpretazione. Ibn Kathîr aggiunse alla sua famosa storia, al-Bidâya wa-l-Nihâya, una lunga raccolta di apocalissi, con alcuni commenti. È evidente che per lui l’apocalisse formava una parte del processo di scrittura della storia. Altri importanti scrittori apocalittici, come Jalâl al-Dîn al-Suyûtî (m. 911/1505) e al-Barzanjî (m. 1113-1701), dovettero fare i conti con sfide particolari che derivavano dallo scenario apocalittico musulmano. Al-Suyûtî, ad esempio, essendo vissuto immediatamente prima dell’anno 1000 dell’egira (1591-1592), dovette scrivere a proposito delle credenze secondo le quali gli eventi apocalittici sarebbero dovuti accadere nel suo secolo. Il suo Kashf ‘an mujâwazat hadhihi al-umma al-alf (Una rivelazione sul passaggio dell’anno 1000 da parte di questa comunità) è uno dei più importanti libelli apocalittici scritti nel periodo più tardo in quanto sposta la cronologia degli eventi che annunciavano la fine del mondo di 500 anni (dal 1000/1591-2 al 1500 dell’egira). Al-Barzanjî, che visse circa 200 anni dopo, molto probabilmente scrisse il suo al-Ishâ‘a li-ashrât al-sâ‘a (Diffusione delle premonizioni dell’Ora, completato l’11 Dhû al-Qa‘da 1077/20 aprile 1666) per rispondere alle attese messianiche ebraiche incentrate sulla figura di Sabbatai Zevi. Come al-Qurtubî poco sopra, al-Barzanjî è uno dei pochi scrittori classici che abbia abbandonato la forma dello hadîth per comporre un vero e proprio racconto.

 

 

Le apocalissi continuano a essere importanti fino a oggi. Molti riformatori del XIII-XIV/XVIII-XIX secolo, come Shehu ‘Uthman Dan Fodio (m. 1234/1817) della Nigeria settentrionale, scrissero pamphlet apocalittici reinterpretando i segni secondo gli eventi del tempo. Altri scrittori come Muhammad Anwar al-Kashmirî (m. 1352/1933) hanno utilizzato materiali apocalittici per combattere specifici movimenti come gli Ahmadiyya nell’India britannica. Dato che una delle credenze di questo gruppo è che il fondatore, Ghulam Ahmad (m. 1326/1908) sia in realtà il Mahdi, per al-Kashmirî era importante richiamare con forza la dottrina della discesa di Gesù dal Cielo.

 

 

Le apocalissi sciite sono strettamente collegate ai materiali sunniti e di fatto, nel periodo classico, quasi non se ne distinguono. Tuttavia vi sono alcune differenze, come il ridimensionamento delle vicende che riguardano il Dajjâl e Gesù e un ruolo più rilevante per la figura del Mahdi, legata agli Imam. Altri elementi della sequenza apocalittica sono invece interscambiabili.

 

 

 

 

 

Le attese contemporanee

 

 

I gruppi jihadisti-salafiti contemporanei, come lo Stato islamico (ISIS) e altri, attingono alla tradizione apocalittica dell’Islam. Quest’uso è il risultato di una strategia che li pone in contrapposizione ad altri gruppi salafiti, come al-Qaida, o gruppi islamisti come i Fratelli Musulmani o Hamas. Insistere sull’imminenza dell’apocalisse, per quanto essa sia un evento accettato da tutti i musulmani, è problematico perché la specificità delle profezie ostacola il reclutamento per una data causa. Chi crede che Dio porterà a compimento tali profezie potrebbe assumere un atteggiamento piuttosto passivo verso il combattimento.

 

 

Molti gruppi radicali come al-Qaida citano segni apocalittici molto generali, come la profezia secondo cui “bandiere nere verranno da est” e conquisteranno le regioni dell’Iraq e della Siria per purificare l’Islam. Questa tradizione fu usata per esempio per giustificare l’ascesa dei Talebani. Tuttavia, dato che si trattava di una tradizione estremamente generale, tanto da essere usata anche durante la Rivoluzione islamica in Iran, essa non fu considerata problematica.

 

 

Con l’ascesa in Iraq di Abu Mus‘ab al-Zarqawi durante il periodo 2004-2006, si fece più stretta l’associazione stabilita dai jihadisti-salafiti tra le loro battaglie contro le forze armate statunitensi in Iraq e le guerre apocalittiche descritte nei testi. Tra il 2006 e il 2014 questo senso apocalittico non era molto forte nei gruppi che più tardi sarebbero entrati a far parte dello Stato islamico, ma con la proclamazione del califfato nell’estate 2014 queste interpretazioni sono divenute esplicite. Il nesso più evidente è rappresentato dalla rivista online di Isis, Dabiq, nome che fa riferimento alla battaglia del genere Armageddon descritta nei materiali apocalittici classici e che secondo le profezie dovrebbe svolgersi nella Siria settentrionale, oggi contesa tra il regime siriano e i ribelli jihadisti-salafiti.

 

 

In questo caso è necessaria una reinterpretazione del materiale classico, perché i testi affermano che gli avversari sarebbero stati i bizantini o romani d’Oriente. Tuttavia oggi non è inusuale che Isis interpreti “i bizantini” come i cristiani in generale, forse anche gli Stati Uniti o, in modo ancor più sorprendente, come i turchi, che i salafiti spesso ritengono non-musulmani. Giacché questo materiale apocalittico siriano fu composto quando il nemico per eccellenza dell’impero islamico era Bisanzio, lo scopo finale dell’apocalisse è di solito conquistare prima Costantinopoli, oggi Istanbul, e poi proseguire per conquistare Roma. Nel libro di Nu’aym, ad esempio, c’è una descrizione molto dettagliata della futura presa di Roma, che dimostra tra l’altro una qualche conoscenza delle chiese del tempo, dove si diceva fossero conservate le rovine del secondo tempio di Gerusalemme.

 

 

Lo Stato islamico per sua natura è apocalittico e aggressivo e si attribuisce la missione di purificare l’Islam, di conquistare e unificare l’intero mondo musulmano e quindi di portare a compimento le profezie. Anche se si può facilmente dimostrare la debolezza delle sue interpretazioni e la fuga nella fantasia che permette a un gruppo politico maturo di credere di riattivare e compiere queste profezie, è altrettanto evidente che il messaggio raccoglie consenso in una parte significativa, per quanto piccola, del mondo musulmano.

 

 

 

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

 

 


 

[1] La gematria è un sistema di numerologia che assegna un valore numerico a lettere e parole (N.d.R.).

 

 

[2] Si tratta di raccolte di hadîth non autentici (N.d.R.).

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Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

David Cook, Armageddon nell’Islam: le bandiere nere di Isis, «Oasis», anno XI, n. 21, giugno 2015, pp. 83-89.

 

Riferimento al formato digitale:

David Cook, Armageddon nell’Islam: le bandiere nere di Isis, «Oasis» [online], pubblicato il 12 giugno 2015, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/armageddon-nellislam-le-bandiere-nere-di-isis.