Gli ideologi della Fratellanza musulmana hanno concepito un progetto onnicomprensivo di rigenerazione della comunità islamica contro l’occidentalizzazione della società

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Ultimo aggiornamento: 18/06/2024 17:03:13

Convinti di vivere in un mondo in perdizione, gli ideologi della Fratellanza musulmana hanno concepito un progetto onnicomprensivo di rigenerazione della comunità islamica contro l’occidentalizzazione della società. L’organizzazione ha saputo mobilitare ampie fasce della popolazione, offrendo loro una rete assistenziale e un’utopia di salvezza, ma la sua natura settaria e la sua ostilità nei confronti dello Stato nazionale ne hanno fatto una forza destabilizzante.

 

I Fratelli musulmani sono un movimento transnazionale nato in Egitto alla fine degli anni ’20 del XX secolo in reazione al crollo del califfato. Esso si prefigge di unificare la comunità islamica (umma) e assegnarle la “guida dell’universo”, consentendole di ritrovare il vero Islam e fondando uno Stato islamico, il cui criterio determinante è l’applicazione integrale della sharī‘a, a cominciare dalle sanzioni penali.

 

Per comprendere questo movimento, diamogli la parola. Lasciamo stare Hasan al-Bannā e Sayyid Qutb, molto studiati, e concentriamoci su ‘Abd al-Qādir ‘Awda, ex numero due dell’organizzazione, impiccato dal regime di Nasser nel 1954:

«Da tempo i musulmani continuano a deviare dall’Islam, abbandonando i suoi precetti. Hanno adottato principi e leggi che si fondano sui loro capricci e sui loro vili interessi e questo ha portato alla dissoluzione e alla corruzione; i loro Paesi traboccano di male e di peccati, mentre sulla loro comunità si sono riversate la miseria e la sofferenza»1.

 

In questo testo l’autore avanza una diagnosi comprensibile, persino condivisibile e sentita da molti credenti. Chi di noi può pensare di essere un buon fedele? O che le società democratiche e capitaliste incarnino l’insieme dei valori delle grandi religioni o più semplicemente la giustizia? Se si crede alla possibilità di una politica cristiana o islamica, allora bisogna costatare che essa non è presente su questa terra. A sedurre è anche un discorso egualitario: riservare a Dio il monopolio della grandezza e della potenza significa sottrarlo ai grandi di questo mondo.

 

L’insistenza sul dovere della partecipazione e sull’azione ha permesso a diverse fasce della popolazione di accedere alla vita politica o di farvi irruzione. Il movimento è stato una struttura che ha accolto calorosamente i piccoli e i miseri, spesso sradicati o alienati. È stato anche una grande rete caritativa, un sostituto della famiglia, una grande causa, un’organizzazione meritocratica. O ancora un mito fraterno di salvezza collettiva. Negli anni ’20 e ’30, molti fedeli temevano che la loro religione fosse incompatibile con la scienza e la razionalità. Il movimento dei Fratelli ha detto loro, in un modo che essi hanno ritenuto convincente, che l’Islam avrebbe potuto fare i conti con queste realtà senza alcun timore.

 

Un progetto onnicomprensivo

 

Il progetto iniziale si vuole “onnicomprensivo”: al-Bannā afferma che il movimento è al contempo una confraternita sufi (tarīqa), un movimento salafita, un’organizzazione sportiva di giovani, una forza politica, un’associazione… A immagine della umma, esso è transnazionale e radicato in decine di Paesi. Alcune sue branche hanno preso il potere, in momenti diversi, in Sudan, in Tunisia, Egitto e Turchia, mentre in altri contesti sono state associate alla gestione politica. Questo progetto si è voluto e si vuole “educativo”, ha formato militanti esemplari, capaci di trascorrere decine di anni in prigione senza vacillare un istante. In generale, i Fratelli sono molto presenti nel settore dell’educazione in cui svolgono un ruolo cruciale, non sempre positivo.

 

Ma occorre vedere anche contro che cosa il movimento si definisce: contro il dominio coloniale, ma anche contro molte altre cose. È contro l’occidentalizzazione della società e del governo, contro il principio di autonomia, uno dei motori della modernità politica. È contro la grande cultura araba, che si tratti delle epoche classiche o della riforma islamica o laica, contro il fatto nazionale, che divide la umma e annacqua l’identità islamica, contro qualsiasi divisione o discorso divisivo, contro l’Islam “ufficiale” che sacrifica troppo al politico, e infine contro la religione popolare, descritta come un miscuglio di superstizioni e bricolage, scuola di lassismo e passività.

 

Tutti questi elementi avrebbero in comune il fatto di snaturare l’Islam e allontanarsi dal suo messaggio originario. La religione popolare dimentica, o non assume veramente, la centralità del jihad, concepito come combattimento sia violento che pacifico, cosa inammissibile in un momento in cui il mondo musulmano è occupato dalle potenze occidentali e in cui l’egemonia dell’Islam è insidiata in questa o quella sfera di attività (per esempio nel diritto e nell’insegnamento). L’irrazionalità del fatalismo aggrava il problema.

 

In altri termini, l’umanità ha preso la direzione sbagliata ed è caduta in perdizione. Che molti membri del movimento abbiano una visione minimalista di questa diagnosi e pensino soprattutto che sulla terra non esista più una società veramente musulmana e che questo stato di cose non possa durare a lungo, non cambia affatto le cose. Il messaggio e i concetti chiave sono propri di una struttura che autorizza a parlare di “gnosi” moderna: un’umanità in perdizione e sotto il dominio del male, un’avanguardia che ha conservato un ricordo del bene, lo riattiva e lo trasmette ai suoi discepoli, e infine la realizzazione intra-mondana del paradiso. Lo strumento principale è il jihad, che può essere sia violento sia pacifico.

 

Quando si elabora una diagnosi così nera della situazione, ci si aspetta che i nemici si moltiplichino di numero. Quando si crede di essere nel giusto, ci si aspetta che i diversi errori si coalizzino contro. Di qui la predilezione per il segreto di al-Bannā, che pure viveva in un Egitto semi-liberale e godeva della benevolenza di molti potenti, tra cui il re. Per sopravvivere, il movimento dev’essere segreto e disciplinato, sviluppare il principio dell’obbedienza assoluta ed essere doppio: allo stesso tempo “formazione, partito e movimento religioso di massa” e apparato clandestino, una grande bottega con un laboratorio nascosto. L’apparato clandestino è composto di livelli, i membri hanno gradi diversi che corrispondono a livelli di iniziazione. Non sei tu a unirti ai Fratelli, sono loro che ti cooptano dopo averti circondato, aiutato, osservato e messo alla prova.

 

Quando si elabora una diagnosi così nera, occorre mantenerla viva, alimentarla, confermarla. I Fratelli producono spesso critiche molto ragionevoli del loro ambiente ed eccellono nell’arte di sottolineare i difetti individuali e collettivi. Ma non esitano a ricorrere a tecniche assai meno raccomandabili, a menzogne, miti e invenzioni di sana pianta.

«La menzogna è proibita nell’Islam – diceva uno dei loro – salvo in caso di jihad. E siccome il Fratello militante è in una situazione di jihad permanente…».

Alcuni colleghi hanno contestato questa diagnosi, sostenendo che la menzogna sistematica non è appannaggio esclusivo dei Fratelli. È quindi opportuno aggiungere che queste menzogne rendono difficile la comunicazione con le altre forze politiche perché creano un immaginario parallelo, una forma di surrealismo che stigmatizza l’altro.

 

Una socializzazione settaria

 

Segreto, obbedienza, possesso della verità in un ambiente di errori percepito come ostile, provocano una “socializzazione settaria”. I Fratelli riescono spesso a creare una contro-società all’interno della società: un militante lavorerà in un’azienda di proprietà di un Fratello, sposerà la sorella o la figlia di un Fratello, si farà curare da un medico Fratello. Questa contro-società avrà la sua memoria, un miscuglio di fatti reali e inventati che raccontano una storia santa, punteggiata di prove, che sono sofferenze inviate da Dio, e di vittorie. Le prove non sono mai il risultato di un errore della direzione politica, bensì il frutto della perversità multiforme del male e servono a vagliare la lealtà e l’affidabilità dell’attivista.

 

Qual è la natura del rapporto con il musulmano che non fa parte della Fratellanza? Se non è anti-islamista, è considerato “inferiore” e allo stesso tempo potenziale recluta o possibile elettore. Ma è anche un non-iniziato, che non conosce la verità della perdizione. Oppure una vittima. Tutto dipende dalle situazioni, dalla mappa religiosa e politica del Paese considerato e dalle persone.

 

Il movimento diffida degli intellettuali e dei dibattiti. Al-Bannā diceva che la causa principale del ritardo della umma erano le dispute capziose tra gli ulema, che avevano diviso, indebolito, impedito l’unità di azione. Formare cento uomini valeva più che scrivere un libro. Peraltro, le defezioni principali, quelle che hanno fatto più male, sono quelle di intellettuali o di persone colte. Occorre però relativizzare quest’affermazione, ricordando che l’atteggiamento è condiviso da tutte le formazioni e i partiti politici della regione, compreso il liberale Wafd, che non apprezzano gli “appoggi critici”, e che l’ex-Guida Suprema Mahdī ‘Ākif2 aveva incoraggiato i dibattiti interni, tenendo conto delle aspirazioni della gioventù urbana istruita.

 

Il principale intellettuale della Fratellanza, Sayyid Qutb, non proviene dai suoi ranghi, come del resto molti intellettuali islamisti, che hanno mosso i primi passi in altre formazioni. Qutb sistematizza le intuizioni di al-Bannā e i suoi temi preferiti, portandoli all’estremo. Al-Bannā diceva che i musulmani non praticavano veramente l’Islam o che praticavano un Islam molto edulcorato, ma ha parlato di apostasia (ridda) soltanto per negare di aver mai lanciato quest’accusa, un aggiustamento del tiro che denota la scarsa chiarezza sulla questione. Resta il fatto che, tra le fila del movimento, altri hanno compiuto il passo prima di Qutb. Quest’ultimo, seguendo le orme del pakistano Mawdūdī, attraversa il Rubicone e accusa il mondo di vivere in uno stadio di jāhiliyya, di ignoranza e perdizione preislamica. L’argomentazione è limpida: Dio ha negato agli uomini il diritto di legiferare riservandosi questa prerogativa; non riconoscere questo fatto e intestarsi questo diritto equivale ad apostatare, negando la divinità e sovranità di Dio.

 

Il contributo del movimento a ciò che possiamo chiamare “la grande cultura araba” è quasi nullo. Ciò non dovrebbe sorprendere, considerato il suo disprezzo per le creazioni umane, che possono distogliere dalla via di Dio. Nessun grande musicista, poeta o scrittore è Fratello. C’è qualche professore di filosofia e qualche giurista di un livello onesto o al di sopra della media, ma gli intellettuali islamisti più brillanti non sono Fratelli. I Fratelli producono pedagoghi, professori, maestri, dottori, ingegneri. In alcuni Paesi sono quasi riusciti a uccidere l’industria cinematografica esercitando pressioni su attrici e attori, mentre alcuni dei loro dirigenti si sono battuti e hanno spesso ottenuto la messa al bando di questo o quel pensatore (Farag Foda, Nasr Hāmid Abū Zayd)3, o di questo o quel giornale.

 

Di fatto, l’organizzazione è “doppia” o tripla. Da un lato è un movimento di massa, che mira a reclutare qualsiasi musulmano il cui comportamento sia conforme ai precetti dell’Islam. È la ragione per cui i profili degli attivisti possono essere molto diversificati: alcuni stringono la mano alle donne, altri no; alcuni sono liberali, altri conservatori, altri molto rigidi. D’altra parte, l’organizzazione è un apparato segreto clandestino dalla disciplina ferrea (o presunta tale, perché di fatto questi partiti dalla struttura leninista sono spesso brezneviani) e dalla gerarchia rigida. Fin dalla rifondazione della Fratellanza nella prima metà degli anni ’70, le posizioni chiave di questo apparato sono occupate da qutbisti, con l’eccezione forse della Guida Suprema. I qutbisti infatti, in funzione dell’ambiente politico, hanno spesso desiderato che ad occupare la carica più elevata fosse una persona accettabile per le autorità o per il pubblico.

 

Il reclutamento e l’organizzazione interna

 

Per diventare Fratelli non ci si candida, si viene cooptati. In moschea, a scuola, all’università, nelle città che accolgono immigrati, i militanti della Fratellanza osservano le persone che sembrano “pie”. Le aiutano, le circondano, fanno sport con loro, le coinvolgono in attività collettive e strutturano gradualmente il loro universo sociale, a meno che non decidano di scartare il candidato. Dopo un periodo di “prove” gli propongono di diventare un Fratello, proposta che generalmente viene accettata. A questo punto il neo-Fratello viene inserito in una cellula detta usra (famiglia, NdR), guidata da un militante che ha accesso al livello superiore.

 

Esistono diversi gradi di appartenenza: da tre a cinque, secondo i diversi autori. La contraddizione può essere superata affermando che i livelli più bassi non fanno realmente parte dell’organizzazione ma sono ancora un periodo di prova. I tre livelli sono quelli di Fratello, Fratello attivo, Fratello mujāhid (“militante, combattente”). Un consiglio consultivo e un ufficio direttivo sovrintendono l’organizzazione. La maggior parte dei membri dell’ufficio direttivo egiziano sono uomini valorosi e pii che non amano la politica e che si fidano di chi, tra loro, la gestisce, primo fra tutti l’uomo forte Khayrat al-Shātir.

 

Tutti i membri sono vincolati a un obbligo di obbedienza assoluta e al divieto di divulgare i segreti dell’organizzazione. Questa regola era stata reinterpretata dall’ex-Guida suprema Mahdī ‘Ākif, che desiderava incoraggiare i Fratelli a esprimere la loro opinione e a prendere la parola. Ma una volta presa una decisione, tutti dovevano allinearsi. Si è allora scoperta la differenziazione interna del movimento, per il quale è stata proposta ogni sorta di classificazione: si è soliti contrapporre gli anziani, considerati limitati e stupidi – ciò che è profondamente ingiusto – alla cosiddetta generazione degli anni ’70 (all’epoca studenti universitari), ritenuta più aperta, più “democratica” ed esperta di azione politica, e ai giovani, portatori di “tutto ciò che è buono”. Se è vero che ogni generazione ha una particolare esperienza collettiva, questa classificazione non regge alla verifica. Lo studioso egiziano Hussām Tammām contrapponeva i militanti rurali a quelli urbani4, e ai primi, di cui lamentava l’ascesa, attribuiva l’ostilità alla grande cultura, fortemente critica verso il mondo rurale. Altri oppongono chi preferisce la predicazione alla politica e viceversa (l’obiettivo principale della predicazione sono i cattivi musulmani).

 

Le memorie dei dissidenti che hanno abbandonato la Fratellanza (Tharwat al-Khirbāwī, per esempio)5 mettono in luce le tensioni che opponevano da un lato i deputati e quanti ricoprivano posizioni di responsabilità nei sindacati (che dovevano parlare con tutti ed essere al servizio di tutti i membri dell’associazione, fossero o meno Fratelli) e, dall’altro, coloro che gestivano l’apparato del movimento e consideravano i sindacati un bottino di guerra a servizio della strategia dell’organizzazione e dei suoi membri, senza tener conto delle altre forze. Un’opposizione cruciale è anche quella tra quanti aderiscono alla grande narrazione di Qutb e quanti la considerano nefasta (benché non osino respingerne esplicitamente l’opera e cerchino di convincersi che dica qualcosa di diverso da quello che dice realmente).

 

Al-Bannā aveva reclutato diversi studenti stranieri in Egitto i quali, una volta rientrati nel loro Paese, hanno fondato delle succursali del movimento. Una di queste, quella sudanese, è arrivata al potere. Alcune sono state alleate dei regimi, altre loro avversarie, e la loro posizione è cambiata in funzione della congiuntura. Nel complesso la strategia si vuole gradualista, ciò che non esclude il ricorso alla violenza. Si comincia col formare l’individuo musulmano, poi la famiglia musulmana, la società musulmana, il governo islamico, con l’obiettivo ultimo di dominare il mondo (ustādhiyyat al-‘ālam).

 

L’internazionale islamista

 

Negli anni ’80, l’egiziano Mustafā Mashhūr (uno degli uomini forti della Fratellanza, capofila dei “falchi”) cercò di federare le filiali dei Fratelli in un’organizzazione internazionale, di cui redasse gli statuti. Il progetto però fu gravemente compromesso dalle divisioni seguite all’invasione del Kuwait. Molte succursali della Fratellanza infatti scommisero sul presidente iracheno Saddam Hussein, scelta che fu giudicata imperdonabile dalle altre. All’ora attuale possiamo dire che l’internazionale dei Fratelli è molto più dell’internazionale socialista e molto meno del Comintern. Tutti si conoscono e si consultano, ma la regola generale è che ogni succursale decide la sua linea d’azione. In caso di disputa, le due parti in conflitto possono chiedere congiuntamente l’arbitrato del centro (dove gli egiziani sono sovra rappresentati). Va notato che, di norma, la casa madre egiziana è molto più dogmatica delle altre succursali. Essa infatti si percepisce come guardiana del tempio: è il “papa”, mentre gli altri sono parroci di provincia che dispongono di un più ampio margine di manovra per tentare esperimenti. La situazione probabilmente sta cambiando, visto che il movimento egiziano ha fallito la prova dell’esercizio del potere, ma dal Cairo è difficile valutare la situazione generale.

 

In questo spazio limitato non è possibile tracciare le strategie di tutte le succursali della Fratellanza. In Occidente sembrano adoperarsi per controllare le istituzioni religiose musulmane, accreditarsi presso le autorità e difendere i diritti civili e personali dei musulmani. Nel complesso combattono l’islamofobia, reale o presunta (il termine è molto discutibile), e agiscono perché le società occidentali si adattino all’Islam senza mettere in pericolo l’identità dei musulmani (come questa è definita dai Fratelli), facendo concessioni minime. Se si preferisce, accerchiano lo spazio pubblico per ottenere questa o quella concessione, mettendo in atto una strategia di “rosicchiamento”. In terra araba, queste succursali si adoperano per “islamizzare” la società e lo spazio pubblico, indebolire le ideologie non islamiste e dominare la sfera religiosa e politica. In tutti i Paesi, musulmani e non, il movimento ha un rapporto complesso con gli altri attori islamisti, ritenuti concorrenti che possono mettere in pericolo il grande progetto, oppure utili idioti che permettono ai Fratelli di presentarsi come moderati, pragmatici e ragionevoli. In ogni caso, gli islamisti rappresentano sempre e comunque una minaccia, in quanto la loro stessa esistenza impedisce ai Fratelli di avere il monopolio della “parola islamica” e ne compromettono la legittimità politica e religiosa. In tutti i Paesi che conosco, l’organizzazione è dominata da uomini duri, raramente presenti sui mass-media. Essa rimane segreta, lasciando la ribalta a personalità ritenute attrattive e che sanno rivolgersi a diversi tipi di pubblico.

 

Resta da accennare infine ai rapporti tra l’ideologia islamista e il nazionalismo. Sappiamo che alcuni autori fanno di tale ideologia “lo stadio supremo del nazionalismo”, che mira a conseguire al contempo la liberazione politica, economica e culturale. Per quanto questo possa essere occasionalmente vero, in generale è un controsenso. L’ideologia dei Fratelli è ostile al nazionalismo perché lo considera un’ideologia importata che ha distrutto il califfato e impedisce la riunificazione della umma. Nella pratica, i Fratelli al potere hanno mostrato un internazionalismo che ne ha sicuramente provocato la caduta in Egitto e, in misura minore, in Tunisia. Se gli Emirati Arabi Uniti sono il loro peggior nemico è perché questo Paese, in fase di costruzione nazionale, sa che l’ideologia dei Fratelli considera lo Stato nazione un mero trampolino per riunificare la umma.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
1 ‘Abd al-Qādir ‘Awda, Al-Islām wa awdā‘unā al-siyāsiyya, Dār al-kitāb al-‘arabī, al-Qāhira 1951, p. 5.
2 Mahdī ‘Ākif fu Guida Suprema dal 2004 al 2010. Arrestato nel 2013, è morto in carcere nel settembre 2017 (NdR).
3 Farag Foda è stato un intellettuale laico e militante per i diritti dell’uomo, accusato di apostasia e assassinato nel 1992. Nasr Hāmid Abū Zayd è stato uno studioso di Islam fautore di un’ermeneutica coranica aperta all’apporto delle scienze umane. Accusato di apostasia, è stato costretto a rifugiarsi nei Paesi Bassi. È morto in Egitto nel 2010 (NdR).
4 Si Veda Hussām Tammām, Al-Ikhwān al-muslimūn. Sanawāt mā qabl al-thawra, Dār al-shurūq, al-Qāhira 2012, in particolare le pp. 71-93.
5 Tharwat Khirbāwī, Sirr al-mab‘ad. Al-Asrār al-khafiyya li-jamā‘at al-ikhwān al-muslimīn, Dār nahdat Misr li-l-tibā‘a wa-l-nashr wa-l-tawzī‘, al-Qāhira 2012.