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Islam

Aggiornare, riscoprire, reinventare: le opzioni del Sunnismo

Uomini sauditi in vestiti tradizionali a Riyadh [Moatassem/Shutterstock]

La vera novità introdotta dalle rivoluzioni del 2011 non è la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita, ma la certificazione della crisi del Sunnismo

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/09/2018 10:06:30

In principio c’era la coppia progressista/conservatore. Nasser e il socialismo arabo erano progressisti, il Golfo conservatore. Dopo la fine dell’Unione Sovietica è stata introdotta la variante moderato/fondamentalista, salvo poi scoprire che il moderato poteva essere parecchio conservatore e il fondamentalista a suo modo progressista, persino rivoluzionario (o “involuzionario”, dipende dai punti di vista). Le rivolte del 2011 hanno offerto lo spunto per un cambio di paradigma. La lente con cui leggere il mondo musulmano è diventata quella più familiare del sistema binario Internet/no Internet.

«Nella prima euforia delle rivoluzioni – scrivevamo nel luglio 2011 – mentre cadevano tanti riferimenti consueti, lo scenario sembrava talmente cambiato da risultare irriconoscibile. [In realtà] ogni giorno che passa conferma l’impressione che queste rivolte […] abbiano introdotto una reale novità, ma innestandosi in un contesto specifico».

Proprio per questo decidemmo di dedicare quel numero 13, uscito mentre le piazze arabe erano ancora in fermento, alla «irrisolta tensione tra comunità sunnite e sciite».

 

Da allora la chiave di lettura è diventata di moda, anche perché l’uso spregiudicato della rete da parte dell’ISIS ha mostrato quanto superficiale fosse l’equazione progressista = moderato = social network. Non passa così giorno che non si senta proporre l’opposizione sunniti/sciiti come criterio esplicativo di qualsiasi cosa stia avvenendo nel mondo islamico. Intendiamoci, le differenze tra queste due confessioni esistono – come spiega molto bene Joshua Landis parlando di Siria – e la categoria, rispetto alle precedenti, ha il vantaggio di non essere imposta da fuori. Però, a insisterci troppo, soprattutto confondendo il piano dogmatico con quello geopolitico, si rischia di restare ancora una volta un passo indietro rispetto ai fatti, come mette in guardia al-Marashi parlando di Iraq: la vera novità introdotta dalle rivoluzioni del 2011 infatti non è la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita, ma la certificazione della crisi del Sunnismo.

 

Quale sia lo “spirito” di questa confessione religiosa, che raggruppa circa l’85% dei musulmani del mondo, lo spiega perfettamente Sohaira Siddiqui nel suo articolo. L’idea che la rivelazione si chiuda definitivamente con Muhammad, senza proseguire nei suoi discendenti, implica che nessun credente possa rivendicare per sé piena autorità religiosa. Si può vedere questo fatto come sorgente di un deficit perenne di legittimità, ma anche come argine alle pretese egemoniche (e probabilmente è entrambe le cose insieme). Il risultato è comunque la creazione di una cultura del compromesso, accentuata dal fatto che il patrimonio scritturale non è esattamente lo stesso tra le diverse scuole giuridiche. Mentre infatti il testo del Corano è identico per tutti i musulmani, diverse sono le valutazioni circa l’affidabilità degli hadīth – il termine ritorna continuamente in questo numero – cioè dei racconti che costituiscono nel loro insieme la Sunna o Tradizione di Muhammad. Considerando la diversità nel patrimonio scritturale e la possibilità di interpretarlo in vari modi, le divergenze – spiega Walī Allāh, l’originale pensatore a cui abbiamo dedicato la sezione dei classici – sono entro certi limiti un fenomeno non solo naturale ma anche inevitabile.

 

Il richiamo di Walī Allāh, che giunge dall’India del XVIII secolo, sembra avere un valore speciale per la situazione attuale, in cui il Sunnismo – e la classe degli ulema o esperti religiosi che storicamente se n’è fatta interprete – si trova preso non tra due, ma tra molti fuochi. Jakob Skovgaard-Petersen, nel descrivere la nascita del “neo-tradizionalismo” a trazione statale, illustra con lucidità il dilemma degli ulema contemporanei, a cui è lasciata la scelta «tra un’organizzazione che sostiene l’islamismo e una che appoggia l’autoritarismo». Quante volte abbiamo letto in questi ultimi decenni che all’Islam servirebbe un Lutero (con tanto di nomi dei possibili candidati). La nostra tesi è che il Lutero islamico c’è già stato, si chiama rivoluzione tecnologica. La stampa, che è arrivata massicciamente nel mondo islamico solo a metà Ottocento, quindi Internet e ora i social media hanno reso disponibile anche al credente comune il vasto corpus scritturale islamico (Corano e hadīth) dando l’impressione di poter saltare la tradizione scolastica degli ulema. E in realtà, anche nel caso del Lutero originale, è noto quanto importante sia stata l’invenzione della stampa nella diffusione della Riforma. Anche noi sosteniamo dunque senza riserve l’importanza della rivoluzione tecnologica in atto nel mondo musulmano. Non la leggiamo però come un fattore estrinseco che interviene da fuori a secolarizzare l’Islam – la non tanto velata speranza dei commentatori delle rivoluzioni del 2011 – ma come un elemento che amplifica un’evoluzione interna verso il testualismo.

 

I partigiani della Sola Scriptura sono ovviamente i salafiti contemporanei. Quanto della loro posizione sia in continuità con i loro predecessori medievali e quanto invece rappresenti un’innovazione lo spiega Ahmad Wagih, analizzando in particolare il caso egiziano e provando a mettere un po’ d’ordine in una terminologia confusa. Ma non ci sono solo i salafiti. L’altra contestazione al Sunnismo tradizionale è avanzata dai Fratelli musulmani. La provocatoria tesi di Tewfik Aclimandos, che vede nella loro ideologia una componente gnostica, lascia intuire la difficoltà di questo movimento ad accettare mediazioni non soltanto a livello pratico, ma anche ideologico. Certamente però – l’aggiunta ci pare doverosa – la contrapposizione frontale che si è instaurata in Egitto peggiora soltanto le cose.

 

Di laici e secolari non si parla molto in questo numero, tranne nell’utile rassegna di Salim Daccache circa il dibattito innescato in Libano dalla minaccia dello Stato Islamico. Ma un elemento in qualche modo affine è stato introdotto di recente dal tentativo neo-liberista di riforma saudita, con conseguente dichiarazione di guerra all’Islam politico ispirato dal Qatar. Sia l’articolo di Nabil Mouline sia l’ampia recensione di Chiara Pellegrino mettono in guardia circa i limiti del proclamato ritorno all’Islam “moderato” anteriore al 1979. Non basta dare la patente alle donne o riaprire i cinema per risolvere la questione, anche se – scrive Emma Neri – «da qualche parte bisogna pur cominciare».

 

Ulema tradizionali e neo-tradizionali, salafiti, islamisti, neo-liberisti, sullo sfondo dell’irrisolta questione del jihadismo e della persistente contrapposizione con l’Iran: le tessere del puzzle sunnita sono tutte sul tavolo di questo numero. Ma come ricomporle in un disegno unitario? Ogni attore pensa di avere già la risposta in tasca, ma in realtà una ricetta finora non c’è. Ci sono dei tentativi e tra questi il Marocco, a cui è dedicato il reportage di Michele Brignone. Forse più che su Riyadh vale la pena gettare uno sguardo dalle parti di Rabat; lì il programma si chiama aggiornamento dell’Islam malikita. Quanto aggiornato non si sa – le contraddizioni e linee rosse ci sono tutte, come mostra il caso della femminista Asma Lamrabet – ma almeno la risposta non è già data in un passato più o meno prossimo. Può essere cercata invece che “riscoperta”. È un vantaggio incomparabile.

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