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Classici

Quando la divergenza è benedetta

Un ragazzo musulmano a lezione in una scuola islamica in Pradesh, India [bodom / Shutterstock.com]

Un grande pensatore indiano del XVIII secolo ripercorre le tappe essenziali nella formazione del diritto islamico e delle sue diverse scuole sunnite. Entro certi limiti la diversità di opinioni non è un male, ma una necessità

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 12/04/2019 15:02:50

Cause delle divergenze tra i Compagni e i Successori nei rami della Legge

 

Al tempo dell’Inviato di Dio il diritto (fiqh) non era scritto. In quei giorni le norme non venivano dedotte come fanno oggi i giurisperiti, quando chiariscono, al meglio delle loro capacità, i precetti fondamentali, le condizioni e i costumi, ciascuno distinto dagli altri in forza di prove legali, pronunciandosi anche su situazioni immaginarie e procedendo nella misura del possibile attraverso definizioni e restrizioni.

 

In quel tempo, l’Inviato di Dio faceva le abluzioni e i Compagni lo vedevano e lo imitavano, senza che egli chiarisse che cosa nel suo agire fosse un precetto fondamentale e che cosa invece un semplice costume. Pregava, lo vedevano pregare e si conformavano al suo modo di agire. Faceva il pellegrinaggio, la gente osservava i suoi gesti e li imitava. Così andava nella maggior parte dei casi; il Profeta non spiegava se i pilastri dell’abluzione fossero sei o quattro e non immaginava la possibilità che qualcuno s’interrompesse durante l’abluzione per potersi poi pronunciare su tale caso, tranne poche eccezioni volute da Dio, e raramente i Compagni gli facevano domande di questo tipo. Ibn ‘Abbās[1] afferma in proposito: “Non ho mai visto gente migliore dei Compagni dell’Inviato di Dio e questi gli sottoposero solo tredici questioni, prima che fosse portato via da loro: sono tutte nel Corano. […] Facevano domande solo su quello che era utile per loro”. Il figlio di ‘Umar[2] insegnava dal canto suo: “Non fare domande su cose che non sono accadute, perché ho sentito mio padre maledire chiunque facesse domande su casi ipotetici”.

 

[…] La gente chiedeva pareri all’Inviato di Dio sui casi della vita e questi glieli dava, gli sottoponevano le questioni e lui le giudicava, vedeva la gente compiere una buona azione e la approvava o un atto cattivo e lo disapprovava. Tuttavia, non tutti i suoi pareri o verdetti venivano espressi in riunioni pubbliche. Per questo i due shaykh Abū Bakr[3] e ‘Umar, quando si trovavano di fronte a una questione che non sapevano come trattare, chiedevano alla gente se qualcuno conoscesse degli hadīth al riguardo. Un giorno ad esempio Abū Bakr, dovendo attribuire la quota ereditaria alla nonna di un defunto, dichiarò di non aver sentito nulla da parte del Profeta circa questo caso. Alla preghiera del mezzogiorno, tuttavia, chiese ai presenti se qualcuno avesse sentito qualcosa al riguardo da parte dell’Inviato di Dio. Al-Mughīra Ibn Shu‘ba[4] rispose di sì, che le si desse un sesto dell’eredità. «Qualcun altro ha sentito la stesso?» Muhammad Ibn Maslama si fece avanti per confermare e Abū Bakr diede alla donna il sesto dell’eredità.

 

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Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Testo di Shāh Walī Allāh al-Dihlawī, Quando la divergenza è una benedizione, «Oasis», anno XIV, n. 27, luglio 2018, pp. 100-111.

 

Riferimento al formato digitale:

Testo di Shāh Walī Allāh al-Dihlawī, Quando la divergenza è una benedizione, «Oasis» [online], pubblicato il 25 ottobre 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/sunnismo-quando-divergenza-e-benedizione.

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