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Medio Oriente e Africa

La risposta del Libano alla violenza religiosa

Fedeli sunniti in preghiera nella moschea blu a Beirut [Catay / Shutterstock.com]

Le istituzioni islamiche del piccolo Stato levantino sembrano avere gli anticorpi per resistere all’ondata jihadista e continuare a promuovere una religiosità aperta e tollerante

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 26/10/2018 18:53:29

L’ondata jihadista che si è abbattuta sul Medio Oriente ha destabilizzato anche il Paese dei cedri, rischiando di compromettere il fragile equilibrio interreligioso e interconfessionale su cui si fonda. Mentre alcuni intellettuali si confrontano da prospettive diverse sulle cause e sulla natura di questa minaccia, le istituzioni islamiche del piccolo Stato levantino sembrano avere gli anticorpi per resistere a questa fase e continuare a promuovere una religiosità aperta e tollerante.

 

Uno degli effetti destabilizzanti della crisi siriana è stato, in Libano, il risveglio del salafismo jihadista sunnita, con l’espansione di movimenti come il Fronte al-Nusra e lo Stato Islamico. In questo contesto il salafismo è passato da un certo atteggiamento quietista, incentrato sulla predicazione, a una radicalizzazione che esalta la violenza e il terrorismo, facendo leva sul takfīr (la dichiarazione di miscredenza) per arrivare al jihadismo. Soprattutto a partire dai primi mesi del 2013, centinaia, per non dire migliaia, di jihadisti libanesi e palestinesi si sono uniti alle fila dei movimenti salafiti siriani, svolgendovi un ruolo importante. La città sunnita di Arsal, situata alle pendici della catena orientale dell’Anti-Libano, è stata il principale teatro, per oltre quattro anni, dello scontro tra jihadisti di tutti gli orientamenti e le forze di sicurezza libanesi. Nell’estate del 2017, la battaglia decisiva per il recupero della città e dei suoi dintorni montuosi è terminata con l’allontanamento dei jihadisti verso l’interno siriano e le forze di sicurezza libanesi hanno potuto rafforzare il controllo sui gruppi armati in Libano. Tuttavia, i jihadisti mantengono la presa in ampi strati della popolazione sunnita. Per capire come si sia arrivati alla situazione attuale, occorre guardare all’evoluzione degli ultimi decenni.

 

Tripoli, centro del salafismo jihadista

In Libano, uno dei primi esponenti del salafismo – la corrente che promuove un’autenticità islamica fondata sulla stretta adesione ai testi fondativi e sull’emulazione dei comportamenti dei pii antenati (salaf) – è stato lo shaykh Sālim al-Shahhāl (1922-2008) di Tripoli, che aveva abbracciato il wahhabismo a Medina dopo la seconda guerra mondiale. Tornato nella sua città d’origine fondò il gruppo Shabāb Muhammad, la prima formazione salafita in Libano. In seguito percorrerà tutti i trecento villaggi dello Akkar e le vie di Tripoli predicando la nuova ideologia, che avrebbe trovato molti seguaci tra gli imam delle moschee. In questo periodo, il successo del salafismo si spiega anche con la sconfitta degli eserciti arabi contro Israele nel 1948 e nel 1967 e col declino del nazionalismo arabo in seguito alla Guerra dei Sei giorni. Diverse personalità di Tripoli, tra cui lo shaykh Sa‘īd Sha‘bān (1930-1998), si unirono a questa organizzazione, che successivamente avrebbe assunto il nome di Jamā‘at al-muslimīn (“Comunità dei musulmani”) e poi Harakat al-tawhīd (“Movimento dell’unicità”), senza tuttavia mai riuscire a diventare un vero movimento popolare.

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