Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 18/03/2024 15:22:25

Uno degli argomenti a favore del rinvio delle elezioni libiche previste per il 24 dicembre scorso era che il loro svolgimento in questa fase avrebbe aumentato l’instabilità. Le elezioni sono state rinviate, ma non per questo la situazione appare più stabile. Vediamo perché e cosa è successo questa settimana.

 

Il parlamento di Tobruk (est della Libia) ha nominato nuovo primo ministro l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha. Tuttavia, verrebbe da dire “naturalmente”, l’attuale primo ministro ad interim Abdul Hamid Dbeibah, capo del Governo di Accordo nazionale di Tripoli (GNA) rifiuta di farsi da parte, asserendo la sua disponibilità a cedere il potere solo in presenza di un governo democraticamente eletto. La decisione della Camera dei Rappresentanti di Tobruk è «un altro tentativo di entrare a Tripoli con la forza», ha affermato Dbeibah, che in un’intervista ha provato a rilanciare la sua azione politica con l’annuncio di una nuova proposta di legge elettorale da inviare ai rappresentanti della Cirenaica. Da entrambi i lati «la chiara intenzione di mantenere o prendere il potere è fin troppo trasparente» ha commentato l’analista tedesco Wolfram Lacher.

 

È probabile dunque – scrive l’Associated Press – che la mossa riporti la Libia al tempo in cui il Paese era governato (se così si può dire) da due amministrazioni parallele. La figura di Dbeibah è ritenuta polarizzante dall’est del Paese (ma manifestazioni sono state organizzate anche a Tripoli) per via della sua decisione di correre alle elezioni nonostante le precedenti promesse in senso contrario. Una evidente escalation si sarebbe verificata questa settimana quando l’auto su cui viaggiata Dbeibah sarebbe stata colpita da raffiche di proiettili nel tentativo di uccidere l’uomo d’affari di Misurata, che tuttavia è illeso.

 

È importante sottolineare – come ha fatto al-Jazeera – che Bashagha, nominato dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, è però una «potente figura nella Libia occidentale, e si crede abbia dei collegamenti con le milizie armate di Misurata che hanno giocato un ruolo chiave nella difesa di Tripoli contro l’offensiva militare del 2019» guidata dal generale Khalifa Haftar, ritenuto uomo forte proprio della Cirenaica (est). Stando alle rivelazioni del New York Times, Bashagha avrebbe un accordo proprio con Haftar, che avrebbe acconsentito a sostenere l’ex ministro dell’Interno in cambio di alcuni  ministeri di rilievo nel prossimo governo (non precisati, ma immaginiamo che tra di essi sicuramente ci sia quello della Difesa). Questo sembrerebbe confermare quanto affermato da Arturo Varvelli dello European Council on Foreign Relations: «non si tratta neanche più di una questione ideologica, di competizione geopolitica, di visioni del mondo. Ora siamo davanti ai personalismi dell’uno o dell’altro e questo rende tutto ancora più difficilmente risolvibile».

 

Il timore immediato è che si torni allo scontro armato tra Cirenaica e Tripolitania. Ma, come scrive Reuters, sebbene molte delle differenze tra i due campi restino irrisolte, gli ultimi 18 mesi «hanno riconfigurato la rete di alleanze e ostilità che definiscono le relazioni tra le fazioni politiche e i combattenti che controllano le strade». Questo fa sì che secondo l’agenzia di stampa almeno in questa fase sia più probabile che si verifichi un riassestamento degli equilibri interni ai due campi più che uno scontro aperto tra le fazioni opposte. Anche perché Dbeibah gode ancora del sostegno degli uomini turchi sul terreno, e soprattutto dell’amicizia con Sadiq al Kabir, governatore della Banca Centrale libica, grazie al quale potrebbe «strangolare finanziariamente il nuovo governo», per usare le parole rilasciate dall’analista Jalel Harchaoui ad Agenzia Nova.

 

In fondo, nessuno sa bene cosa aspettarsi e soprattutto «nessuno sa cosa fare», nemmeno tra la comunità internazionale, ha affermato Varvelli, che suggerisce correttamente di invertire la logica: anziché fissare improbabili date per lo svolgimento delle elezioni occorre lavorare seriamente con i libici ai processi di nation e institution building, e solo dopo pensare alle urne.  

 

Siria: oltre l’uccisione del “Califfo”

 

È ormai passata più di una settimana dall’uccisione del leader dello Stato Islamico Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, ma l’evento ha ridestato l’interesse su quanto accade tra Siria e Iraq. In realtà, il livello di attenzione si era alzato già poco prima, a causa dell’attacco – proprio da parte dell’Isis – alla prigione di Ghwaryan in Siria. Trascorsa un po’ di tempo, cerchiamo di comprendere cosa ci suggeriscono questi eventi riguardo all’attuale condizione di Isis, alla sua nuova natura e alla situazione in Siria.

 

Anzitutto l’assalto alla prigione e l’uccisione di al-Qurashi vanno letti congiuntamente. Uno degli obiettivi dell’attacco di Isis al carcere nel nord est della Siria era infatti proprio quello di liberare diversi leader che vi erano detenuti. Secondo il generale Mazloum Kobane Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti, lo scopo dell’attacco alla prigione (che vera prigione non era, come ha ben spiegato il Washington Post) era infatti «rinnovare Isis […], impossessarsi di Hasakah  ed espandersi». Se l’obiettivo di impossessarsi della città è fallito, ciò non toglie che la presenza dello Stato Islamico sia tornata a farsi sentire. Infatti, alcuni attentati verificatisi nella città nei giorni successivi testimoniano che l’attacco a Ghwaryan «può avere un impatto duraturo sull’abilità del gruppo di rigenerarsi e terrorizzare la comunità circostante», ha scritto il Wall Street Journal. Quello di Ghwaryan è stato l’ultimo attacco coordinato da al-Qurashi, spinto probabilmente dalla preoccupazione per la mancanza di forze combattenti tra le file di Isis: con molti miliziani incarcerati o morti, la maggior parte dei ranghi di Isis è composta da donne. Da questo punto di vista, nonostante i 374 combattenti islamisti morti nell’attacco, si può dire che un successo è stato ottenuto, perché un gran numero è ancora in fuga.

 

È all’interno di questo contesto che si situa l’uccisione da parte americana di al-Qurashi. La caccia al nuovo “Califfo” è ricostruita nei dettagli dal Washington Post, che ha evidenziato le capacità operative e di comando del leader jihadista, aspetto che da un lato ha reso efficace la sua gestione della rete terroristica, ma dall’altro l’ha esposto. Come ha notato lo studioso Fawaz A. Gerges, nonostante al-Qurashi (noto anche come Haji Abdullah) svolgesse un ruolo attivo nella gestione dell’organizzazione, Biden ha evitato di affermare che la sua uccisione rappresenta un colpo strategico contro l’organizzazione. Gerges sostiene infatti che Isis è diventato un’organizzazione estremamente «agile […], decentralizzata, principalmente rurale ma nondimeno resiliente».

 

In questi anni Washington ha puntato molto sull’alleanza con le SDF, ma quanto avvenuto mostra la loro incapacità di raccogliere informazioni tra le cerchie dove Isis opera e le loro frizioni con le comunità arabe locali (aspetto quest’ultimo parzialmente smentito dalla ricostruzione del Washington Post, che ha evidenziato il loro ruolo nell’individuazione di al-Qurashi). Secondo Robert Ford, ex ambasciatore americano in Siria, senza una riforma delle SDF «Isis troverà nuove reclute ogni settimana». Dove, è presto detto: basta guardare la situazione del campo di al-Hol. Qui – come ha scritto il New York Times – sono 60.000 le persone rinchiuse, principalmente famiglie di membri dello Stato islamico, tra cui 10.000 stranieri non arabi. La maggior parte sono donne e bambini, ma Isis si sta infiltrando sempre più in profondità e in settimana è esplosa la violenza contro le guardie curde, che hanno sparato e ucciso almeno un bambino (originario del Turkmenistan).

 

Sul tema dei bambini in Siria e Iraq si è espresso il diplomatico americano Peter W. Galbraith sul New York Times. Sono grossomodo 7.000 i bambini incarcerati in Siria e la loro unica colpa è avere o avere avuto dei genitori che hanno scelto di andare in Siria e Iraq per ingrossare le fila dello Stato Islamico. Molti potrebbero essere rimpatriati, ma gli Stati di origine rifiutano di accoglierli, costringendoli a rimanere in condizioni disperate. Una situazione che non conviene a loro ovviamente, ma nemmeno ai Paesi occidentali perché – come ha scritto Galbraith – i campi e le prigioni siriane sono il contesto perfetto in cui crescere radicalizzandosi.

 

Afghanistan: oltre il danno la beffa

 

La notizia del giorno è che il presidente americano Joe Biden ha emesso un ordine esecutivo con cui richiede il potere per dividere in due parti i 7 miliardi di dollari della Banca Centrale afghana congelati a New York. 3,5 miliardi dovrebbero essere affidati a un trust che si occupi degli aiuti umanitari all’Afghanistan, mentre gli altri 3,5 dovrebbero andare a risarcire i familiari delle vittime dell’11 Settembre. Una decisione sconcertante che sottintende che i soldi della Banca Centrale afghana siano soldi dei Talebani e non soldi degli afghani, come hanno immediatamente sottolineato molti analisti.

 

Intanto in Afghanistan si muore di freddo e di fame: l’ONU prevede che entro giugno il 97% degli afghani vivrà sotto la soglia di povertà, mentre il numero dei bambini mendicanti e lavoratori a Kabul è triplicato (Guardian).

 

Il Wall Street Journal si è soffermato su una situazione meno nota: la vita dei circa 400 migranti afghani che hanno raggiunto la Corea del Sud. Negli ultimi cinque mesi sono stati sottoposti a un corso intensivo di lingua, economia e stile di vita coreani, ma ora faticano a inserirsi in un contesto sostanzialmente monoetnico. Non sono tuttavia gli unici afghani all’estero a essere in difficoltà: alcune migliaia di loro hanno protestato questa settimana ad Abu Dhabi, dove si trovano in attesa di proseguire il viaggio verso gli Stati Uniti, accusando le autorità di trattenerli come se fossero in prigione.

 

La Tunisia non è più una democrazia

 

Dopo aver accusato i giudici di corruzione e nepotismo, il presidente tunisino Kais Saied ha dissolto il Consiglio Supremo della Magistratura e inviato la polizia per impedire ai dipendenti di entrare nella loro sede di lavoro. Crescono ulteriormente i timori per la svolta autoritaria impressa da Saied al Paese e il Dipartimento di Stato americano ha espresso grande preoccupazione per le azioni intraprese dal presidente, la cui popolarità – riporta al-Monitor – comincia a calare. Saied può ormai essere definito un «monarca presidenziale» (come lo fu a suo tempo Habib Bourghiba) e nonostante siano presenti «sacche di resistenza» alle sue azioni, non è ancora emersa nessuna persona o coalizione in grado di metterne in discussione il potere, ha scritto la studiosa Monica Marks. La Tunisia, ha proseguito Marks, «è una ex democrazia».

 

In breve

 

Perché Hamas se la prende con i sufi nella Striscia di Gaza (Al-Monitor).

 

Culturalmente, economicamente e militarmente la relazione della Francia con gli Emirati Arabi Uniti è centrale nella visione del mondo di Macron (The Independent).

 

Lo Stato indiano di Karnataka ha deciso di vietare l’uso del velo islamico all’interno delle istituzioni educative. La conseguenza sono nuove tensioni tra la popolazione musulmana e il partito nazionalista indù BJP (Foreign Policy).

 

La BBC ha presentato una lamentela ufficiale alle Nazioni Unite a causa delle crescenti intimidazioni e molestie che i suoi giornalisti persiani subiscono in Iran.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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