Il viaggio apostolico in Turchia è stato profondamente segnato dall’invito tenace di Papa Francesco ad osare creativamente di più nel dialogo interreligioso, in particolare con l’Islam, religione della quasi totalità della popolazione di un Paese chiave in tutto il Medio Oriente.

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:37:17

Papa Francesco si è mosso sulle orme del suo santo-patrono San Francesco, il poverello d’Assisi che nel 1219 si recò a Damietta per cercare di convertire il Sultano al messaggio di salvezza di Cristo. Papa Francesco, dal canto suo, armato di grande umiltà, è partito alla volta Ankara, città dell’Anatolia e capitale della Repubblica di Turchia dal 1923. Il 28 novembre scorso si è recato quindi nel nuovo palazzo del neo-presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. Il discorso di apertura di fronte alle autorità turche espone il vero programma della visita, con i contenuti reali ed anche la missione che in questo paese desiderava compiere. Le prime battute contestualizzano la Turchia in un vasto orizzonte storico, geografico, geo-politico e spirituale, come si desume dal passato cristiano: «Questa terra è cara ad ogni cristiano per aver dato i natali a san Paolo, che qui fondò diverse comunità cristiane; per aver ospitato i primi sette Concili della Chiesa e per la presenza, vicino ad Efeso, di quella che una venerata tradizione considera la “casa di Maria”, il luogo dove la Madre di Gesù visse per alcuni anni, meta della devozione di tanti pellegrini da ogni parte del mondo, non solo cristiani, ma anche musulmani». Francesco parte dunque dalla storia cristiana di questo Paese che rischia sempre di più di dimenticare una parte di eredità che la storia – forse meglio – la Provvidenza gli ha affidato, benché sia ormai a stragrande maggioranza musulmana. Tuttavia, il seguito del discorso si concentra sull’attualità di questo popolo, quando afferma che «le ragioni della considerazione e dell’apprezzamento per la Turchia non sono da cercarsi unicamente nel suo passato, nei suoi antichi monumenti, ma si trovano nella vitalità del suo presente, nella laboriosità e generosità del suo popolo, nel suo ruolo nel concerto delle nazioni». Giuseppe Roncalli, nunzio di Turchia e Grecia, durante un ritiro spirituale nella casa dei padri Gesuiti vicino all’attuale piazza di Taksim, mentre osservava i pescatori alle prese con il loro faticoso lavoro, pensava al popolo turco che amava e alla speciale vocazione a cui era chiamata questa nazione. Papa Francesco sembra oggi esplicitare il senso di quella vocazione nel concerto delle nazioni: il riconoscimento della laboriosità diventa anche un appello accorato al ruolo di pacificatore che questo grande ed accogliente Paese può assumere nel dramma dei vicini Iraq e Siria. Così Francesco arriva immediatamente al nocciolo della questione: la libertà vera e propria di religione tanto all’interno, riconoscendo che in un Paese laico la cittadinanza piena deve essere un diritto per tutti, che all’esterno. Proprio come deve esistere un senso della cittadinanza pieno all’interno dei confini, così la Turchia può svolgere un vero lavoro di mediazione nelle zone attraversate dalla violenza cieca e irrazionale. Non ha paura il Papa di affidare un compito a questo Paese: «La Turchia, per la sua storia, in ragione della sua posizione geografica e a motivo dell’importanza che riveste nella regione, ha una grande responsabilità: le sue scelte e il suo esempio possiedono una speciale valenza e possono essere di notevole aiuto nel favorire un incontro di civiltà e nell’individuare vie praticabili di pace e di autentico progresso». Questa linea del dialogo politico ha il suo fondamento nel dialogo interculturale ed ancora di più nel dialogo interreligioso. Infatti, nell’incontro con le autorità religiose e in particolare con il ministro degli affari di culto, Mehmet Görmez, Papa Francesco riprende le fila del discorso sulla violenza religiosamente motivata e la interpreta nell’ottica della responsabilità delle guide spirituali: «In qualità di capi religiosi, abbiamo l’obbligo di denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani. La vita umana, dono di Dio Creatore, possiede un carattere sacro. Pertanto, la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l’Onnipotente è Dio della vita e della pace. Da tutti coloro che sostengono di adorarlo, il mondo attende che siano uomini e donne di pace, capaci di vivere come fratelli e sorelle, nonostante le differenze etniche, religiose, culturali o ideologiche». Sono parole pacate, ma che invitano a un’assunzione forte di responsabilità in questo momento. Per il Pontefice il dialogo non è solo un fatto dottrinale, ma diventa un impegno sociale e forse ancora di più politico soprattutto in certe situazioni. Dopo pochi giorni dalla visita a Bruxelles il Pontefice torna su alcuni argomenti come la sacralità e dignità della persona umana che aveva affrontato di fronte al Parlamento europeo anche se il contesto turco, apparentemente, potrebbe ispirare altre riflessioni. Bergoglio si mostra estremamente coerente, ha un insegnamento che è tanto classico quanto sempre attuale: un dialogo, anche interreligioso, che non si riferisca alla dignità sacra della persona non porta frutti. La condanna quindi della violenza perpetrata nei confronti dei deboli e di uomini e donne di ogni razza, condizione e religione è un dovere dei capi religiosi. Tuttavia, accanto alla pars destruens Francesco riafferma quanto già solennemente affermato: «Alla denuncia occorre far seguire il comune lavoro per trovare adeguate soluzioni. Ciò richiede la collaborazione di tutte le parti: governi, leader politici e religiosi, rappresentanti della società civile, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. In particolare, i responsabili delle comunità religiose possono offrire il prezioso contributo dei valori presenti nelle loro rispettive tradizioni». Cristiani e musulmani hanno troppi valori in comune per non essere orientati agli stessi obiettivi: «Noi musulmani e cristiani siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l’adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l’elemosina, il digiuno…». Il tema del dialogo interreligioso, cuore del discorso al ministro degli affari religiosi, riemerge in due gesti che confermano la volontà del Papa di proseguire tenacemente su questa strada: il momento di preghiera discreta, ma intensa alla Moschea Blu, di fronte alla nicchia che orienta il culto musulmano verso la Mecca e il richiamo al dialogo interreligioso con l’Islam nella dichiarazione ecumenica comune con il Patriarca ecumenico Bartolomeo, al Fanar. Il dialogo appare al centro delle preoccupazioni, quelle vere, del vescovo di Roma. Non una conversazione da salotto, ma un dialogo che scenda nel sociale e del politico senza dimenticare – anzi al contrario! – le rispettive ricchezze delle tradizioni spirituali. Il dialogo interreligioso o, forse ancor di più, la cultura e la spiritualità del dialogo sono il vero timone di tutto il viaggio apostolico di Papa Francesco. Come del resto confermato sull’aereo, di ritorno a Roma, da una risposta di Francesco alla domanda di un giornalista: «Dobbiamo fare un salto di qualità, dobbiamo fare il dialogo tra persone religiose di diverse appartenenze». È il salto di qualità che conta oggi in una società che chiederà giustizia per i giovani, le vittime ed i poveri. Questo viaggio dal punto di vista del dialogo geopolitico e interreligioso apre a nuove prospettive: invita a utilizzare la creatività spirituale per trovare soluzioni e rimedi ai conflitti, alle violenze ed alle contese di diversa natura. Non chiude, ma apre davvero all’incontro.
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