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Religione e società

Generativi, dunque liberi

Ultimo aggiornamento: 29/03/2018 16:54:13

Se è difficile fornire una spiegazione univoca delle proteste che da alcuni anni agitano le piazze del mondo, e in particolare quelle dell’Europa meridionale e del Nord Africa, si può almeno dire che esse hanno in comune due elementi. Da una parte la tecnologia, che contribuisce a determinare la forma che queste manifestazioni assumono: Twitter, Facebook e internet in generale sono infatti strumenti usati soprattutto dai giovani e consentono un’aggregazione con caratteristiche nuove: le persone non hanno più assoluta necessità, o la necessità è più limitata, d’incontrarsi fisicamente per organizzare un’azione comune e far circolare le idee. Il secondo aspetto è il tempo storico: viviamo in un’epoca in cui è venuto meno il conflitto organizzato legato alla questione di classe. Lo si vede chiaramente in Occidente, ma risonanze si possono cogliere anche nel mondo arabo. La protesta così tende oggi a essere generazionale, ad avere obiettivi generici e a ricordare per alcuni tratti la rivolta o il moto insurrezionale, che fondamentalmente hanno per oggetto l’abbattimento di una classe o di un ceto dirigente associato a forme di tirannia o para-tirannia. Al di là di questi elementi comuni, peraltro, l’accostamento tra quanto sta accadendo nell’Europa meridionale e in Nord Africa risulta problematico, perché nei due casi la situazione è molto diversa, come diversi appaiono la natura e gli obiettivi di questi movimenti. Certamente in Nord Africa è all’opera, insieme a un anelito di libertà che si attiva regolarmente non appena interviene un miglioramento nelle condizioni di vita, una domanda di accesso al benessere che rischia paradossalmente di essere messa in discussione proprio da un avanzamento della democrazia. Questo non deve sorprendere, perché tra economia di mercato e democrazia c’è sicuramente un legame, ma riuscire a rendere sincronico il movimento è sempre stato molto complesso, tanto che la sfasatura sembra a volte prevalere sull’integrazione, come in Nord Africa appunto. Di contro, nell’Europa meridionale la protesta presenta caratteri diversi, anche per quanto riguarda la questione democratica. In primo piano c’è qui il nodo europeo e il modo in cui in questi anni l’Unione ha gestito la crisi, oltre alla questione irrisolta dell’esatta natura della democrazia europea. In entrambi i casi i movimenti protestatari, collocandosi al di fuori della logica tradizionale di classe, hanno bisogno di individuare un nemico, che viene identificato genericamente nella classe dirigente e in qualche caso in minoranze o gruppi specifici. Ma in questo modo le proteste sprigionano un fattore più distruttivo che costruttivo, anche perché spesso esse raccolgono il disagio dei ceti medi in crisi, o dei ceti popolari che si sentono poco rappresentati e difesi dalle istituzioni politiche democratiche e sono allo stesso tempo i più vulnerabili all’interno dei processi di globalizzazione. Per continuare a leggere i contenuti della rivista Oasis acquista una copia (digitale o cartacea) oppure abbonati.

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