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Consigli di lettura

Gli islamisti presi sul serio

Islamism and Islam.

Il successo elettorale dei partiti politici islamici in molti Paesi arabi post-rivoluzionari ha restituito attualità alla questione dell’islamismo, della sua natura, del suo supposto superamento nel post-islamismo reso celebre dagli scritti di Olivier Roy e della sua capacità di partecipare all’edificazione di regimi democratici. Benché pensato prima della Primavera araba e dato alle stampe mentre l’esito di quest’ultima era ancora incerto, il libro di Bassam Tibi, s’inserisce a pieno titolo in tale dibattito.

 

 

La tesi dell’autore è chiara: Islam e islamismo sono due realtà irriducibili una all’altra. L’islamismo infatti non sarebbe solo una particolare interpretazione dell’Islam, ma una vera e propria reinvenzione della sua tradizione. Tibi non nega che gli islamisti siano credenti devoti e sinceri, né fa sua la lettura, mediaticamente diffusa, dell’islamismo come mera strumentalizzazione della religione per fini politici, ma parla di un fenomeno che allo stesso tempo politicizza la religione e “religionizza” la politica. Tale processo di ideologizzazione emergerebbe in particolare da alcuni elementi comuni a tutti i movimenti islamisti: l’interpretazione dell’Islam come ordine politico islamico (nizâm islâmî); la percezione degli ebrei come nemico per eccellenza; l’evoluzione dal jihad classico al jihadismo terrorista; la rielaborazione della sharî‘a quale sistema giuridico onnicomprensivo; l’ossessione per la purezza e l’autenticità e il conseguente rifiuto di qualsiasi elemento ritenuto estraneo all’Islam.

 

 

L’insieme di questi fattori produce secondo il politologo siriano un’ideologia totalitaria, esaminata in un confronto serrato con l’opera di Hanna Arendt, che accomunerebbe i movimenti violenti e i soggetti che hanno invece accettato le procedure democratiche. Qui Tibi rifiuta qualsiasi distinzione tra “radicali” e “moderati”, insistendo piuttosto (in modo forse troppo perentorio) sulla radice comune dell’islamismo istituzionale e di quello jihadista, divisi sul metodo di azione politica ma non sull’obiettivo finale, che rimane per entrambi l’instaurazione di un ordine politico islamico. Non ci sarebbe dunque molto da sperare dai partiti islamisti nominalmente convertiti alla democrazia e che guidano oggi la transizione dei Paesi post-rivoluzionari, a partire dall’Egitto, dove «il governo islamista non implicherà alcuna condivisione del potere, ma solo la sostituzione di un autoritarismo secolare con un totalitarismo religioso».

 

 

Tibi fa dunque quello che altri studiosi sconsigliano di fare: prende gli islamisti sul serio, descrivendoli attraverso un’analisi molto ampia e dettagliata, e non consueta neanche tra gli addetti ai lavori, della loro letteratura (Al-Banna, Qutb, Qaradawi, ‘Imara, ma non solo), senza indulgere a riduzioni sociologistiche (l’islamismo come sovrastruttura ideologica).

 

 

L’utilità di quest’opera consiste proprio nel tentativo di delineare con chiarezza i tratti costitutivi e i riferimenti ideali dell’islamismo, una categoria spesso più affermata che esplorata. Non mancano tuttavia alcuni punti deboli, a partire dall’apparente rinuncia a indagare veramente le origini della politicizzazione dell’Islam, genericamente ricondotte alla duplice crisi prodotta dall’impatto con la modernità e dalla “catastrofe” del 1967, ma mai veramente spiegate.

 

 

Soprattutto però non convince l’antidoto proposto da Tibi all’avanzata islamista: una ripresa del razionalismo islamico medievale, in particolare di Averroè, considerato uno degli elementi più genuini della tradizione islamica, talmente riconciliato con la modernità (kantiana, l’unica che Tibi sembra ammettere) da risolversi in essa. Racchiusa entro un orizzonte così mondano, questa interpretazione dell’Islam è forse meno minacciosa, ma non meno politica di quella islamista.

 

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