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Le nostre letture

Le tre facce dei barbuti

Alla scoperta della galassia salafita

Questo articolo è pubblicato in Oasis 16. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 07/06/2019 12:01:24

Copertina Rougier.jpgRecensione di Bernard Rougier (a cura di), Qu'est-ce que le salafisme?, PUF, Parigi 2008

 

 

Il termine salafita è di recente balzato all’onore delle cronache, soprattutto dopo l’importante affermazione elettorale in Egitto. L’etichetta tuttavia racchiude in sé molteplici gruppi dalla storia tutt’altro che lineare; il volume curato da Rougier, benché scritto prima delle rivoluzioni arabe, rappresenta uno strumento indispensabile per cercare di orientarsi in questa galassia, attualmente in grande fermento.

 

 

Nell’introduzione vengono distinte all’interno del salafismo tre principali tendenze: letteralista, riformista, jihadista. La prima è preoccupata soprattutto della moralità del singolo credente. Pur essendo nata in Egitto, Siria e India nel XVIII secolo, trova la propria terra d’elezione in Arabia Saudita dove viene arruolata dall’establishment politico-religioso per contrastare la crescente influenza dei Fratelli musulmani. A differenza di questi ultimi, il salafismo dell’epoca si caratterizza per un atteggiamento quietista, incarnato dalla figura di Nâsir al-Dîn al-Albânî (1914-1999). Figlio di un orologiaio albanese, emigrato a Damasco, al-Albânî è considerato come il maggior esperto di hadîth del XX secolo, punto di riferimento dell’Islam salafita e non solo. Se l’opzione apolitica di al-Albânî e dei suoi seguaci trovò plastica espressione nell’aforisma a lui attribuito («la buona politica è lasciar perdere la politica»), la corrente riformista della sahwa o risveglio islamico adotta invece un atteggiamento impegnato e molto critico verso le monarchie del Golfo.

 

 

Tuttavia l’evento più importante nella traiettoria del salafismo contemporaneo è certamente l’incontro con l’ideologia jihadista durante la guerra in Afghanistan. L’appassionante contributo di Rougier conduce il lettore nella città pakistana di Peshawar nel momento in cui si produsse per la prima volta la fatale sintesi. In effetti «il jihad afghano è stato all’origine di una crisi teologica e politica i cui effetti si dispiegano oggi nell’insieme del mondo musulmano» (89).

 

 

Non è possibile dar conto nel dettaglio dei contributi che, attraverso indagini sul campo, descrivono l’evoluzione del salafismo in diversi Stati, senza tralasciare la nuova frontiera aperta dal cyberspazio. Si va dal fallito tentativo di insurrezione armata in Arabia Saudita, al graduale inserimento nella vita politica in Kuwait e in Yemen. Di estremo interesse il contributo sulla Siria, in particolare alla luce degli ultimi sviluppi, mentre i due capitoli sugli incidenti di Nahr al-Bared in Libano (2007) e sull’attentato di Casablanca del 2003 illustrano il filone terrorista del movimento, che a volte degenera nella pura e semplice delinquenza.

 

 

L’ultima parte del volume esamina infine lo sviluppo del salafismo in Francia. Dalla lettura emergono due tentazioni ricorrenti nell’approccio al salafismo: la prima è sottovalutarne la componente propriamente religiosa a favore di un generico sociologismo, che tende a spiegare i fatti in chiave puramente economica. La seconda è l’illusione di potersi servire del salafismo per perseguire interessi politici alternativi. La storia del salafismo novecentesco dimostra che l’atteggiamento quietista può in ogni momento lasciare il posto alla militanza armata. È ancora Rougier a tirare, quasi profeticamente, la lezione: «Nessun Paese può vedere impunemente i propri concittadini condurre una guerra ideologica all’esterno delle frontiere senza subirne, in una fase successiva, le conseguenze per la propria stabilità. Cercare di far leva, in modo selettivo, su uno dei due orientamenti dell’islamismo sunnita è soltanto un ripiego: l’islamismo confessionale è una minaccia per la coesione sociale esattamente come l’islamismo jihadista è una minaccia per le istituzioni» (209).

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Martino Diez, Le tre facce dei barbuti, «Oasis», anno VIII, n. 16, dicembre 2012, pp. 113.

 

Riferimento al formato digitale:

Martino Diez, Le tre facce dei barbuti, «Oasis» [online], pubblicato il 1 dicembre 2012, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/le-tre-facce-dei-barbuti.

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