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Classici

Gli Otto Pilastri della Tradizione

Il concetto di tradizione non gode, nella cultura contemporanea, di grande considerazione, in gran parte per il fatto d’essere prevalentemente inteso come un attaccamento al passato, spesso ritenuto indebito, inutile e superfluo, se non addirittura ingombrante. Nonostante, infatti, pensatori contemporanei dello spessore di Henri Bergson, Edmund Husserl, Max Scheler, Martin Heidegger e Hans Georg Gadamer l’abbiano espressamente valorizzata come autentica risorsa della riflessione filosofica, la tradizione nell’intendimento comune è diffusamente intesa come un preteso valore accampato da pochi soggetti dall’inclinazione nostalgica il cui sguardo rivolto all’indietro impedirebbe alla società di progredire e di guardare con libertà di spirito e di azione al futuro. Il suo fraintendimento ha condizionato la stessa comprensione interna al Cristianesimo e, nella sensibilità maturata da molti nel post-Concilio, a valle di quella che spesso è vista – a torto – come un’esperienza di “rottura” con il passato, impedisce di guardare alla Storia della Chiesa con la serenità di riconoscervi un percorso lineare e di continuità, nella maturazione della coscienza cristiana e della prassi ecclesiale. Al punto da far sentire in obbligo, ogniqualvolta si evochi il solo termine di tradizione e volendone proporre ancora la positività, di produrre una serie di precisazioni e giustificazioni per garantirne un retto intendimento o, piuttosto, per liberarlo dalle incrostazioni pregiudiziali dei luoghi comuni. È del resto comprensibile che, in una temperie culturale affetta da soggettivismi e relativismi di varia natura, un concetto come quello di tradizione, che comporta sempre l’idea di un patrimonio di contenuti non pienamente disponibile alla plasmabilità da parte della coscienza individuale, possa rappresentare qualcosa di scomodo, se non imbarazzante o addirittura tale da suscitare una certa insofferenza. Così, per guardare oltre la cortina dei pregiudizi e farlo oggetto di una riflessione che ne metta in luce la grandezza e il valore, occorre qualcuno intimamente animato da un singolare amore per i classici, quale Josef Pieper (1904-1997) di fatto è stato per tutto il lungo corso della sua esperienza speculativa e accademica, incessantemente fecondata dal confronto con i testi di Platone, Aristotele e San Tommaso d’Aquino.

 

 

Il saggio del pensatore tedesco Le concept de tradition, che riproduce il testo di una conferenza pronunciata nel 1957 e pubblicata l’anno dopo col titolo Über den Begriff der Tradition, è una breve quanto densa riflessione su una nozione che, al di là di tutti i fraintendimenti, è rilevata nell’importanza vitale – e vitale nel senso più ampio della sua portata teorico-pratica esistenziale – per l’uomo di ogni tempo e di ogni cultura, al punto da rappresentare un assunto irrinunciabile, non deducibile da altri complessi esperienziali, ma piuttosto condizione dell’intero complesso esperienziale umano. Non dimostrabile, la sua realtà si pone in riflesso dell’esistenza di una fonte transumana di conoscenza il cui contenuto è trasmesso di generazione in generazione.

 

 

Dopo una premessa in cui un’importante pagina di Blaise Pascal viene assunta come illuminante il senso autentico della tradizione anche in rapporto alle possibili scoperte della scienza sperimentale, nel fermo obiettivo della verità – «per quanta forza abbia tale antichità, la verità deve sempre avere la meglio, quantunque di recente scoperta, giacché è sempre più antica di tutte le opinioni che se ne sono avute [...]» –, Pieper considera attentamente e descrive i diversi elementi costitutivi della tradizione, che Kenneth Schmitz, nella sua ampia e utile introduzione, enumera in otto: 1) l’implicare almeno due soggetti personali, uno che trasmette e uno che riceve; 2) il fatto che il contenuto trasmesso – traditum o tradendum – rappresenti, almeno al fondo, una qualche datità che pretenda avere valore veritativo; 3) il realizzarsi in un rapporto asimmetrico, esercitandosi in un rapporto gerarchico dove a chi parla corrisponde qualcuno che ascolta; 4) l’assunzione di una concezione del tempo tale per cui ciò che è trasmesso è accolto, in un contatto presente, come ciò che proviene dalle generazioni del passato per essere trasmesso a quelle del futuro; 5) il comportare una percezione simbolica dello spazio correlativa a quella temporale, con un luogo “altro” donde viene il sapere trasmesso “verso” un dove, in rapporto a chi è comunicato; 6) il non poter concepire il contenuto trasmesso come proprietà, tanto di chi lo trasmette quanto di chi lo riceve – il che implica quel fattore transumano notato da Pieper come qualificante il cuore della tradizione stessa – e, in dipendenza diretta da ciò, 7) l’indisponibilità del contenuto trasmesso a eventuali alterazioni, per cui è preoccupazione costante di una tradizione la conservazione della sua integrità, ritenuta obbligante in rapporto alla trascendenza della sua fonte e, infine, 8) l’implicare partecipazione da parte del recettore e autorità da parte di colui che attivamente si fa latore del contenuto trasmesso.

 

 

Riconosciute le caratteristiche essenziali di ciò che può dirsi “tradizione”, il filosofo tedesco individua tre loci o forme esperienziali nelle quali essa si presenta. Esse sono in primo luogo la Rivelazione giudaico-cristiana, poi i miti precristiani ed extracristiani, e infine la trasmissione delle “certezze inconsce” alimentate da fatti esistenziali fondamentali, quali sono teorizzate nella psicologia del profondo di Carl Gustav Jung. Accenna poi appena alla possibilità di aggiungervi l’esperienza del linguaggio, e concentra l’attenzione sul Cristianesimo quale massima espressione della nozione di tradizione, facendovi convergere, grazie alla nozione di memoria di cui traccia la linea di continuità da Platone ad Agostino, il complesso mitico precristiano ed extracristiano nei suoi dati essenziali, fino a recuperare la concepibilità di una «omogeneità di tutta la tradizione umana».

 

 

Ne viene la scoperta dell’esperienza della presa veritativa sulla realtà come dono, indipendente da un’accezione patrimoniale del sapere quanto indisponibile alla deformazione soggettivistica perché, in realtà, massimamente disponibile nell’universalità del suo carattere di patrimonio condiviso e sovrastante – cioè, poi, trascendente – l’orizzonte della singolarità spazio-temporalizzata dell’esperienza individuale. Da questo punto di vista, come osserva lo stesso Pieper, «il rifiuto moderno del fondamento teologico dell’essere rappresenta una perdita di tradizione nel senso pieno del termine». Vale, naturalmente, la reciproca, che mostra il pericolo insito in ogni trattamento superficiale e irrispettoso del patrimonio di ciò che rappresenta autenticamente una “tradizione”, purché non siano scambiate per tale alcune forme, caduche e transeunti, che essa assume nelle sue modalità espressive, nell’attraversare i secoli, giacché, anzi, «una coscienza autentica della tradizione ci rende liberi e indipendenti rispetto al conservatorismo di quanti pretendono di esserne i custodi». L’esperienza della tradizione riporta, in tal senso, all’essenziale che trascende uomini e secoli e per ciò stesso genera unità, in massimo grado, rinsaldando il presente alle fonti. Pieper può concludere così la propria riflessione affermando che «l’unità del genere umano ha le sue ultime radici nella comunità della tradizione in senso stretto, vale a dire nella partecipazione comune alla tradizione sacra che rimonta alla parola di Dio».

 

 

Alberto Peratoner

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