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Religione e società

“Ho scelto i Fratelli per essere propositiva”

Intervista a Dina Zakarya, già portavoce del Partito Libertà e Giustizia, di Maria Laura Conte

Ultimo aggiornamento: 11/06/2018 16:45:59

La sua voce è decisa, senza incertezze, così come le posizioni che esprime. Dina Zakarya, neanche trent’anni, mamma di due gemelli, con studi universitari in inglese e arte e un diploma in Sharî’a, attivista dei Fratelli musulmani, è stata portavoce del partito Libertà e Giustizia. E in questa veste Oasis l’ha raggiunta qualche settimana fa per comprendere l’agenda del partito al Governo e la sua percezione della situazione politica, sociale ed economica del Paese. I media internazionali presentano ogni giorno la situazione dell’Egitto come estremamente drammatica: un’economia vacillante e una transizione democratica stagnante. Si ritrova in questa lettura? Ciò su cui concordo è che l’Egitto sta affrontando molte sfide in questo momento, poiché dopo la rivoluzione ci troviamo in una fase di transizione. Ciò non vuol dire che sia una situazione anomala; al contrario, è normale: ci sono difficoltà che tutti noi egiziani dobbiamo affrontare, i politici, i professori, il popolo stesso. Tutti noi dobbiamo fronteggiare questo genere di difficoltà perché è semplicemente normale. Credo che le misure che sono state adottate dal governo e dal presidente, così come da altri soggetti in diverse posizioni di responsabilità, come le ONG o altri enti non connessi al governo, evidenzino che prima di tutto dobbiamo affrontare queste sfide in maniera rapida e, in secondo luogo, che la contro-rivoluzione è molto attiva. Il che è un altro problema da affrontare. Possiamo iniziare a lavorare su un terreno stabile. Ma non ora perché stiamo attraversando un periodo transitorio troppo problematico, tenuti in ostaggio da forze della contro-rivoluzione che lavorano per il fallimento della nostra rivoluzione. Ecco perché l’Egitto ha questo aspetto ora. Non concordo con l’idea che ci sia una crisi con cui non possiamo fare i conti, no! Credo che l’Egitto, tutti gli egiziani insieme, possa superare questo tipo di difficoltà. Quali sono le priorità per il suo partito, le questioni più urgenti sul tavolo? Sono tre i nostri principali obiettivi come partito. Il primo è lavorare per il bene della gente, cercando di affrontarne i problemi quotidiani. A proposito della situazione economica, stiamo cercando di offrire informazioni corrette circa la situazione attuale, perché a volte la gente non sa esattamente cosa sta succedendo. Questo è molto importante, per convincerla ad essere più paziente. Il secondo è la preparazione alle elezioni: ci stiamo preparando molto seriamente alle prossime elezioni, che credo saranno fra alcuni mesi, non sappiamo ancora esattamente quando, ma, se Dio vuole, saranno concluse prima della fine del 2013. Il terzo obiettivo è la sicurezza. Stiamo cercando di far pressione sul governo per assicurare il ritorno della sicurezza nelle strade al più presto. Quindi nell’ordine: i bisogni quotidiani del popolo, le elezioni e la sicurezza… Perché ho nominato i bisogni del popolo come prima cosa? Credo che gli egiziani stessi siano la priorità assoluta: essi non si interessano alle manifestazioni, non si interessano agli scontri nelle strade fra i politici. S’interessano a quello di cui hanno bisogno e a quello che vogliono. Ecco perché crediamo che i bisogni della gente siano la nostra priorità immediata. In secondo luogo, le elezioni, poi la sicurezza. O, forse, la sicurezza con le elezioni; ma per raggiungere la stabilità della sicurezza dobbiamo prima fare le elezioni, e avere un parlamento che davvero rappresenti gli interessi di tutti. Gli scontri di Port Said sono solo un esempio del genere di disordini presenti nel Paese, che sembrano aver raggiunto un livello troppo alto per essere tollerati dalla popolazione. Chi è responsabile di questa situazione? C’è un problema politico? E in questo caso quale sarebbe la soluzione secondo lei? La ragione principale è, come dicevo, il fatto che la contro-rivoluzione è stata molto attiva negli ultimi mesi. Sta cercando di rinascere. In secondo luogo un periodo di transizione rende il paese debole. È naturale e normale che la situazione non sia stabile. Concordo sul fatto che ci sia un problema politico, c’era già prima della rivoluzione, ma dopo la rivoluzione la gente voleva la sicurezza immediatamente. Il problema politico viene dal fatto che a volte si possono trovare parti, non dico tutta, ma parti dell’opposizione che decidono di cooperare a creare instabilità. Cercano continuamente di bloccare l’evoluzione attuale o la riorganizzazione dello Stato e di impedire al governo attuale di costruire l’Egitto. Allo stesso tempo parti dell’opposizione stanno cercando di trovare una scusa per questo comportamento, non essendo riuscite a guadagnare la fiducia della gente alle ultime elezioni. Ma credo che ora a Port Said la situazione sarà più stabile; questo è un fatto, la gente a Port Said sta chiedendo i propri diritti. Erano molto addolorati per la morte di numerose persone sulle strade e di alcune davanti alle urne. È ragionevole che si siano arrabbiati, ma non significa che durerà a lungo. Mi lasci dire una cosa. Se farà un confronto tra i fatti recenti in Egitto e gli anni scorsi, vedrà che la situazione era più problematica allora che adesso. Il caos era più grande allora. Il tipo di dimostrazioni e la percentuale di persone nelle strade erano più rilevanti di adesso. Quest’anno la gente ha iniziato a capire che è il momento di lavorare per portare l’Egitto a una situazione di stabilità. Il presidente Morsi è stato spesso criticato per la sua posizione considerata contro la libertà di espressione. Mentre lui sostiene che sono i giornalisti a non scrivere la verità. Come replica lei? Risponderò con dei fatti. Come ricorderà un giornalista venne arrestato per diffamazione contro il presidente. E il presidente stesso ha promosso una legge per fermare questo tipo di provvedimenti contro i giornalisti: questa è la prima prova che assicura che il presidente non è contro la libertà di espressione. La seconda è che la presidenza stava prendendo provvedimenti contro quanti diffondevano menzogne a mezzo stampa. Ma fu il presidente stesso a bloccare questo tipo di provvedimenti perché non era d’accordo. Disse che ognuno era libero di criticare e di riconoscere da sé se le notizie date fossero vere o false. Dal mio punto di vista però c’è una grande differenza tra la libertà di espressione e la diffusione di voci false per minare la stabilità dell’Egitto. È una cosa che non può essere accettata dalla gente comune. Non era accettabile che il presidente fosse insultato in ogni momento o che venissero dette menzogne sul suo conto, perché questo va contro l’Egitto, non solo contro il presidente del nostro Paese. Tuttavia, il presidente ha fatto la scelta di non punire nessuno. Noi non eravamo d’accordo, ma decise così. Io chiesi personalmente al presidente, quando venni nominata membro della commissione per i diritti delle donne, di prendere provvedimenti contro queste voci e bugie che stavano facendo arrabbiare il popolo ed egli mi disse: «No, non posso farlo». Io, come egiziana, non come politico, ero molto irritata, ma lui disse che non si sarebbe arrabbiato con nessuno, poiché questo non è l’atteggiamento adeguato ad un presidente egiziano post-rivoluzionario. Come e perché decise di unirsi alla Fratellanza Musulmana? Qual è il suo ruolo nel partito? Decisi di unirmi alla Fratellanza Musulmana poiché la mia famiglia ne faceva parte, come ancora oggi del resto. Successe quando ero al primo anno della scuola secondaria, nel 1994. Scoprii di voler essere più propositiva sia nei riguardi della mia situazione religiosa che della mia comprensione dell’Islam e mi resi conto che i Fratelli Musulmani hanno una visione moderata dell’Islam, che si può vivere la religione in modo moderato, ma essendo più attivi, più positivi. Inoltre i Fratelli erano il più grande movimento di opposizione al regime di Mubarak, che ritenevo corrotto. Queste sono le ragioni per cui lo ritenni il movimento adatto a me e decisi di entrare a farne parte. Si opponevano al sistema pacificamente. Sono una dei co-fondatori del partito Libertà e Giustizia e sono membro e co-fondatore del Comitato delle relazioni estere. Inoltre sono stata l’unica rappresentate del partito al Parlamento europeo. Ed ha anche una famiglia impegnativa… Sì, ho due gemelli di otto anni e anche mio marito è membro del movimento, siamo entrambi attivisti politici. Ma io ho un ruolo superiore nel partito, ho più responsabilità di lui. In verità, sono il suo capo. I suoi figli sanno già il Corano a memoria? Non ancora, sono troppo piccoli. Intanto mi interessa insegnare loro ad avere un buon comportamento, essere delle brave persone e aver successo in qualunque campo si impegneranno. Forse in futuro saranno attivisti e forse anche nelle loro scuole.

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