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Religione e società

I Fratelli musulmani in Giordania: regola o eccezione?

Ottobre 2015: i Fratelli musulmani in Giordania manifestano contro il governo [Lena Ha - Shutterstock]

Lo scioglimento dei Fratelli musulmani giordani suggerisce che il loro destino è simile a quello di altri movimenti islamisti in Medio Oriente. Ma questa conclusione non tiene conto della storia particolare degli Ikhwān in Giordania. Un’analisi dei rapporti tra i Fratelli musulmani e il regime hascemita.

Ultimo aggiornamento: 29/07/2020 12:11:25

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La Fratellanza musulmana (Jamā‘at al-Ikhwān al-Muslimīn) venne fondata nel 1928 in Egitto da un insegnante di nome Hasan al-Banna (1906-1949). All’epoca l’organizzazione intendeva combattere l’influenza coloniale britannica nel Paese, era fortemente antisionista e puntava a ispirare, educare e mobilitare la popolazione egiziana con un messaggio vago, semplice e in un certo senso populista: “L’Islam è la soluzione”. La Fratellanza si diffuse rapidamente in tutto l’Egitto e crebbe di dimensioni, divenendo grazie a questo successo un esempio per altri attivisti islamici simili in altre parti del Medio Oriente, compresa la Giordania.

 

La storia dei Fratelli musulmani ha conosciuto alti e bassi in tutto il Medio Oriente, ma è spesso stata segnata dalla repressione. L’organizzazione – o gruppi simili che operano con nomi diversi – è stata repressa in Egitto tra gli anni ’40 e gli anni ’60 e decimata in Siria negli anni ’80. Nella Striscia di Gaza, il ramo palestinese della Fratellanza, Hamas, è al potere dal 2007, ma da allora è stato combattuto da Fatah sul piano locale e dalle potenze occidentali su quello internazionale. La Giordania al contrario sembra essere stata un’oasi di stabilità per i Fratelli musulmani, che vennero accettati dal regime hascemita quasi subito dopo la loro fondazione. Nel 2020, però, l’organizzazione è stata ufficialmente sciolta, ciò che solleva la questione se i Fratelli musulmani giordani fossero davvero un’eccezione nel mondo arabo o semplicemente la regola. Questo articolo cerca di rispondere alla domanda guardando al contesto storico dell’organizzazione, alla sua integrazione politica, alle sue attività sociali e alla sua rottura con il regime.

 

Il contesto storico

 

La Fratellanza musulmana in Giordania venne fondata da ‘Abd al-Latif Abu Qura (m. 1967), un mercante proveniente dalla città di Salt che era stato per anni un convinto sostenitore della causa palestinese. Abu Qura aveva manifestato ad al-Banna il desiderio di fondare un ramo locale dell’organizzazione, e questi decise di sostenerlo. Con l’aiuto di emissari egiziani e fortemente influenzati dalla loro ideologia, i Fratelli musulmani giordani cominciarono la loro attività nel 1945[1]. La loro base ideologica era piuttosto vaga e si concentrava sulla diffusione e sull’insegnamento dell’Islam a una nuova generazione di musulmani e sulla creazione, in collaborazione con organizzazioni simili in altre parti del mondo arabo, di un sistema e di una società islamici[2]. A differenza della loro controparte egiziana, i Fratelli musulmani in Giordania avevano inizialmente un’agenda piuttosto limitata, che evitava questioni apertamente politiche legate al contesto interno, concentrandosi soprattutto su quella che vedevano come la liberazione della Palestina. Dato il desiderio del sovrano, l’emiro (e poi re) ‘Abdallah (1921-1951), di rafforzare le proprie credenziali islamiche e di sostenere un’alternativa alle forze laiche e rivoluzionarie, molto popolari nella regione a quel tempo, non sorprende che nel 1946 il regime (benché scettico) avesse dato ai Fratelli musulmani il permesso ufficiale di svolgere le loro attività[3].

 

Re ‘Abdallah era piuttosto diffidente nei confronti dell’organizzazione perché si rendeva conto che le opinioni dei Fratelli musulmani sulla Palestina erano abbastanza in contrasto con le sue, più pro-sioniste, e così obbligò il gruppo a chiedere esplicitamente autorizzazioni ufficiali per dar vita a nuovi rami o per costruire edifici, in modo da controllarli meglio[4]. Mentre le idee relativamente pro-sioniste e filo-occidentali del re avrebbero potuto scontrarsi con le idee della Fratellanza, quest’ultima riuscì comunque a integrare le proprie opinioni in quelle del regime, sostenendolo nei momenti in cui questi ne aveva più bisogno. Per esempio, quando la monarchia fu messa in discussione dai nazionalisti arabi di tutta la regione perché accusata di essere troppo poco araba, la Fratellanza si oppose fortemente al Patto di Baghdad, pro-occidentale e anticomunista, e alla Dottrina Eisenhower degli anni ’50, plaudendo alla decisione di re Husayn (1953-1999), successore e nipote di re ‘Abdallah, di non aderirvi. Lo stesso vale per la decisione del monarca di liberare l’esercito giordano dalle ultime vestigia dell’influenza coloniale, con la destituzione nel 1956 del generale britannico e capo di stato maggiore delle forze armate del regno John Bagot Glubb. Allo stesso modo nel 1957 la Fratellanza sostenne il regime durante un presunto colpo di stato da parte dei nazionalisti arabi e accettò tacitamente la decisione del governo di uccidere o espellere migliaia di combattenti palestinesi durante il Settembre Nero del 1970.[5]

 

L’integrazione politica

 

Nel frattempo i Fratelli musulmani avevano avuto fin dagli anni ’50 il permesso di partecipare alle elezioni parlamentari e di avere una presenza in Parlamento. La situazione cambiò quando le elezioni nazionali furono sospese dal regime nel 1967, anno in cui la Giordania perse la Cisgiordania a favore di Israele e quindi non poté includere nel processo politico una fetta di popolazione che al tempo il governo considerava giordana. Dopo che nel 1988 il regime ebbe rinunciato alle proprie rivendicazioni sulla Cisgiordania, questa questione non poté più essere usata come scusa, e poiché le profonde riforme economiche del 1989 avevano suscitato proteste in tutto il Paese, il regime cercò di placare il malcontento indicendo per lo stesso anno nuove elezioni parlamentari. I Fratelli musulmani fecero molto bene, ottenendo 22 seggi sui complessivi 88, e divennero la più grande forza parlamentare del Paese[6]. Tuttavia il regime, più che a una reale democratizzazione, era interessato a tenere a bada una potenziale opposizione,[7] e cercò di frenare l’avanzata della Fratellanza modificando le circoscrizioni elettorali e la legge elettorale. Il risultato fu che alle elezioni del 1993 l’organizzazione perse sei seggi[8].

 

Nel 1992, intanto, il governo giordano aveva adottato una legge sui partiti politici, obbligando tutti i movimenti che volevano partecipare alle elezioni a farlo attraverso partiti politici veri e propri. La Fratellanza musulmana rispose istituendo lo stesso anno il Fronte d’azione islamica (FAI), che era indipendente dall’organizzazione. Il fatto che gli islamisti giordani ora avessero un proprio partito, il cui unico compito era quello di occuparsi di politica, rafforzò la politicizzazione del movimento. Questa era già iniziata con l’ascesa di una nuova generazione di leader che, soprattutto dopo la scomparsa di nemici esterni come gli inglesi, aveva iniziato a concentrarsi sempre più sulle questioni politiche interne. Tale politicizzazione, unita a un breve partecipazione della Fratellanza al governo nel 1991 e alla fondazione del FAI, portò anche a un dibattito interno sulla liceità o sull’illiceità di partecipare a un sistema che non era (pienamente) islamico, discussione che alla fine si concluse con il permesso di partecipare al sistema politico giordano[9].

 

Sebbene il dibattito avesse spianato la strada alla possibilità di partecipare alla vita politica da un punto di vista islamico, le misure che il regime aveva adottato contro la Fratellanza e contro il FAI per limitarne l’influenza non vennero meno. La situazione peggiorò ulteriormente quando nel 1994 re Husayn firmò la pace con Israele, un accordo che i Fratelli Musulmani e il FAI (così come molti altri giordani) rifiutarono con forza. L’incapacità del FAI di impedire l’accordo con Israele, a cui si aggiungevano i suoi scarsi risultati in parlamento, non solo spinse il partito verso posizioni meno concilianti, ma aumentò anche il numero di islamisti che ritenevano più opportuno boicottare le elezioni parlamentari del 1997. Sebbene non tutti i membri del partito fossero d’accordo con tale decisione, il FAI nel suo complesso alla fine decise di non partecipare alle elezioni del 1997[10].

 

Le attività sociali

 

La popolarità e il successo elettorale dei Fratelli musulmani erano in gran parte dovuti alla loro vasta rete di attività sociali, che, come afferma l’organizzazione, «rappresentano le fondamenta della società alternativa»[11]. Gli sforzi della Fratellanza in questo senso risalgono ai tempi immediatamente successivi alla loro fondazione, ed erano in parte legati al tipo di autorizzazione che la Fratellanza ricevette dal regime: proprio perché quest’ultimo non voleva che la Fratellanza agisse come forza di opposizione politica, nel 1946 essa venne riconosciuta come associazione caritatevole e non come gruppo politico. Anche se questo mandato fu poi ampliato quando l’organizzazione ottenne il riconoscimento di “gruppo islamico” nel 1953, era chiaro che per rimanere in buoni rapporti con il regime la Fratellanza avrebbe dovuto limitare le proprie attività agli ambiti meno sensibili. Tali attività inizialmente includevano il coinvolgimento nella guerra del 1948 per la liberazione della Palestina, alla quale partecipò anche l’esercito giordano, e il reclutamento di nuovi membri tramite gruppi di boy scout e moschee[12].

 

A partire dagli anni ’50, i Fratelli musulmani estesero le loro attività anche all’istruzione. Istituirono le loro scuole elementari per dare agli studenti un’educazione sia profana che religiosa, incentrata sulla conduzione di uno stile di vita islamico, che a sua volta implicava la separazione di maschi e femmine nelle classi, l’insegnamento dei valori della famiglia islamica e l’incoraggiamento a rispettare il digiuno durante il mese di Ramadan. Ma gli sforzi più intensi della Fratellanza si sono concentrati sul tentativo di influenzare il sistema scolastico pubblico, verso il quale nutriva un forte risentimento a causa dei programmi in uso nelle scuole e nelle università, che considerava occidentalizzati. Negli anni ’60 i membri della Fratellanza riuscirono a ottenere degli incarichi presso il Ministero dell’Istruzione, grazie ai quali poterono influire sulla definizione dei programmi e sulla selezione del personale scolastico. Con l’aiuto di insegnanti e studenti ben disposti, i Fratelli musulmani sono così riusciti a rendere l’istruzione giordana più islamica e, di conseguenza, a trasformare le scuole e le università in bacini di reclutamento per la loro organizzazione[13].

 

La più nota organizzazione per le attività sociali dei Fratelli Musulmani in Giordania è senza dubbio il Centro associativo islamico (Jam’iyyat al-Markaz al-Islāmī), che funge da ombrello per una vasta rete di attività educative, mediche e caritatevoli. Fondato nel 1963, quest’ente è diventato il braccio assistenziale dei Fratelli Musulmani. Benché sia separato da questi ultimi dal punto di vista organizzativo, esso è in grado di mobilitare risorse personali ed economiche tali da farne una forza imprescindibile per l’islamismo giordano[14]. Tra le strutture più importanti gestite dal Centro c’è l’Ospedale Islamico (Al-Mustashfā al-Islāmī) di Amman, fondato nel 1982. È uno degli ospedali migliori del Paese, ma s’ispira a ideali più commerciali che caritatevoli. Di conseguenza l’ospedale, pur aiutando i poveri, impone prezzi relativamente alti per i propri servizi, motivo per cui alcuni ritengono che abbia abbandonato i principi originari del Centro associativo islamico e l’hanno criticato[15]. Il Centro rimane comunque un importante bacino di reclutamento di futuri membri dei Fratelli musulmani e non sorprende quindi che il regime abbia cercato fin dalla metà degli anni 2000 di soffocarne le attività con il pretesto di combattere la corruzione[16].

 

La rottura con lo Stato

 

Il regime ha dunque progressivamente limitato le attività dei Fratelli musulmani sia in ambito politico che sociale. Questa tendenza si è ulteriormente intensificata con l’avvento della cosiddetta Primavera araba, la serie di rivolte cominciata alla fine del 2010 e che ha coinvolto tutto il Medio Oriente. Sebbene la Giordania non abbia assistito alle colossali manifestazioni di Paesi come l’Egitto e il regime non sia stato rovesciato, le rivolte degli altri Stati arabi hanno comunque ispirato riformatori e attivisti anche nel regno hascemita. Molti hanno così creduto fosse giunto il momento di scendere in piazza per protestare contro la corruzione e a favore di riforme economiche e politiche. Una delle forze più in vista nelle piazze è stata la Fratellanza Musulmana.

 

La “primavera araba” ha portato nelle piazze giordane un’ampia coalizione di partiti, organizzazioni e gruppi che hanno usato lo stesso slogan, “il popolo vuole la riforma del regime” (al-sha‘b yurīd islāh al-nizām). Sebbene si trattasse chiaramente di una richiesta più moderata rispetto a quella espressa da gruppi simili in altri Paesi arabi (“il popolo vuole la caduta del regime” – al-sha‘b yurīd isqāt al-nizām), il regime l’ha percepita comunque come una minaccia. Nel caso dei Fratelli musulmani, la “primavera araba” si è rivelata un’opportunità per far valere le proprie consolidate convinzioni in materia di riforme, tra cui la limitazione del potere del re, la trasformazione del governo nell’espressione del parlamento (anziché la sua nomina da parte della corona) e il ritorno alla legge elettorale in vigore prima del 1993. Allo stesso tempo, però, in altre parti del Medio Oriente i Fratelli musulmani erano sempre più sotto tiro. La vittoria elettorale del 2012 della branca egiziana è stata vanificata dal colpo di stato militare del 2013, mentre i regimi di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno proceduto a bandire completamente l’organizzazione. Alcuni Fratelli hanno allora cominciato a contestare la marcata spinta riformatrice dell’organizzazione e ad adottare un approccio più attento, per paura che il regime potesse reagire[17].

 

Questa divisione tattica si è aggiunta ad altre divergenze che esistevano già da tempo all’interno dei Fratelli musulmani in merito ad alcune scelte strategiche: se concentrarsi sulla predicazione o sulla politica, se dare la priorità alla causa palestinese o alle questioni giordane, se perseguire un’agenda esclusivamente islamista o una più inclusivamente riformista, se lottare per uno Stato islamico o trattare con lo Stato giordano alle sue condizioni e se partecipare o meno alle elezioni. Come già accennato, la Fratellanza aveva deciso di boicottare le elezioni del 1997, ciò che aveva spinto alcuni membri a staccarsi dall’organizzazione e a fondare nel 2001 il partito del Centro islamico (Hizb al-wasat al-islāmī). Da allora le divisioni in merito alla partecipazione elettorale sono aumentate, visto che il FAI decise di boicottare anche le elezioni del 2010 e del 2013. I disaccordi su queste e altre questioni hanno portato a iniziative alternative come ZamZam, un’ampia piattaforma riformista creata nel 2012 e sostenuta da alcuni Fratelli musulmani, e una Fratellanza musulmana alternativa nata nel 2015 per rivendicare l’eredità dell’organizzazione originaria[18].

 

Il regime probabilmente ha visto in tutto ciò l’occasione propizia per far assumere all’organizzazione un atteggiamento meno oppositivo. Dato che la Fratellanza alternativa era formata da persone più favorevoli al regime e che da tempo ritenevano i boicottaggi elettorali una cattiva idea, il regno ha accolto la loro pretesa di rappresentare i veri Fratelli musulmani. All’organizzazione originaria, nel frattempo, è stato comunicato che la sua registrazione non era valida e che perciò non poteva più agire come la Fratellanza che affermava di essere. La decisione è stata ratificata nel 2019 dalla Corte di Cassazione, trasformando in questo modo i Fratelli musulmani in un’organizzazione illegale fin dagli anni ’50. Nel luglio 2020 una nuova decisione del tribunale ha confermato la sentenza precedente: la Fratellanza musulmana originaria, quella che aveva ricevuto l’autorizzazione ufficiale dal regime, si era impegnata per anni in attività sociali e aveva fatto parte del parlamento quasi fin dalla creazione dello Stato giordano, è sciolta[19].

 

Conclusione

 

Mentre i Fratelli musulmani giordani – con la loro autorizzazione ufficiale, i rapporti cordiali con il regime e la loro presenza stabile nella società e in parlamento attraverso la loro stessa organizzazione e al FAI – appaiono un caso eccezionale per il Medio Oriente, il loro recente scioglimento suggerisce al contrario che il loro destino è in fondo piuttosto in linea con quello del resto della regione. Tuttavia, una conclusione simile non tiene conto del contesto storico nel quale i Fratelli musulmani sono sorti e si sono sviluppati, né del modus operandi dell’organizzazione stessa.

 

Il contesto storico della fondazione e dello sviluppo della Fratellanza mostra chiaramente che il regime giordano, pur non essendo troppo entusiasta dell’organizzazione, aveva comunque buone ragioni per permetterne le attività. Nei momenti critici tra gli anni ’50 e gli anni ’70, i Fratelli musulmani sono stati un importante alleato a sostegno del re quando il futuro politico di quest’ultimo era minacciato. È stato in parte a causa della successiva assenza di minacce condivise che a partire dagli anni ’70 i Fratelli e il regime hanno semplicemente avuto meno bisogno l’uno dell’altro.

 

Lo stesso operato dei Fratelli Musulmani non dovrebbe essere liquidato troppo in fretta. I Fratelli musulmani egiziani nacquero con una base ideologica piuttosto vaga, e ciò si è prolungato nel ramo giordano del gruppo. Guardando più a fondo, però, si nota che la Fratellanza è sempre stata divisa su diverse questioni ideologiche e strategiche, soprattutto negli ultimi anni. Il regime ha sfruttato queste divisioni, certo, ma senza di esse non avrebbe avuto niente da sfruttare e per questo la Fratellanza deve rimproverare innanzitutto se stessa. Come tali, i Fratelli musulmani possono aver fatto la fine di un qualunque altro gruppo islamista messo fuorilegge in Medio Oriente, ma il modo in cui ciò è avvenuto rimane comunque eccezionale.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
Testo tradotto dall'originale inglese 
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 


[1] Marion Boulby, The Muslim Brotherhood and the Kings of Jordan, 1945-1993, Scholars Press, Atlanta 1999, pp. 39-42.
[2] ‘Awni Jadwa‘ al-‘Ubaydi, Jamā‘at al-Ikhwān al-Muslimīn fi l-Urdun wa-Filastīn, 1945-1970 – Safahāt Tārīkhiyya, s.e., Amman 1991, p. 43.
[3] Marion Boulby, The Muslim Brotherhood and the Kings of Jordan, pp. 44-47.
[4] Ivi, p. 47.
[5] Joas Wagemakers, Foreign Policy as Protection: The Jordanian Muslim Brotherhood as a Political Minority during the Cold War, in Idir Ouahes e Paolo Maggiolini (a cura di), Muted Minorities: Ethnic, Religious and Political Groups in (Trans)Jordan, 1921-2016, Palgrave, Londra, in corso di pubblicazione.
[6] Curtis R. Ryan, Elections and Parliamentary Democratization in Jordan, «Democratization», vol. 5, n. 4 (1998), pp. 177-80.
[7] Ranjit Singh, Liberalisation or Democratisation? The Limits of Political Reform and Civil Society in Jordan, in George Joffé (a cura di), Jordan in Transition: 1990-2000, Hurst & Co., Londra 2002, pp. 75-82.
[8] Shadi Hamid, Temptations of Power: Islamists & Illiberal Democracy in a New Middle East, Oxford University Press, Oxford 2014, pp. 103-104.
[9] Joas Wagemakers, The Muslim Brotherhood in Jordan, Cambridge University Press, Cambridge 2020 (in corso di pubblicazoine), pp. 175-181.
[10] Jillian Schwedler, Faith in Moderation: Islamist Parties in Jordan and Yemen, Cambridge University Press, Cambridge 2006, pp. 169-176.
[11] Janine Astrid Clarke, Patronage, Prestige, and Power: The Islamic Center Charity Society’s Political Role within the Muslim Brotherhood, in Samer S. Shehata (a cura di) Islamist Politics in the Middle East: Movements and Change, Routledge, Londra e New York 2012, p. 70.
[12] Marion Boulby, The Muslim Brotherhood and the Kings of Jordan, pp. 47-49, 88-90.
[13] Ivi, pp. 80-88.
[14] Janine Astrid Clarke, Patronage, Prestige, and Power: The Islamic Center Charity Society’s Political Role, pp. 68-69.
[15] Janine A. Clarke, Islam, Charity, and Activism: Middle Class Networks and Social Welfare in Egypt, Jordan, and Yemen, Indiana University Press, Bloomington e Indianapolis 2004, pp. 100-102.
[16] Janine Astrid Clarke, Patronage, Prestige, and Power: The Islamic Center Charity Society’s Political Role, p. 68.
[17] Joas Wagemakers, Between Exclusivism and Inclusivism: The Jordanian Muslim Brotherhood’s Divided Responses to the “Arab Spring”, «Middle East Law and Governance», n. 12, (2020), pp. 47-59.
[18] Joas Wagemakers, The Muslim Brotherhood in Jordan, pp. 111-116.
[19] Anas Suwaylih, ‘Al-tamyīz’: jamā‘at al-ikhwān al-muslimīn munhalla hukman wa-fāqidatan li-shakhsiyyatiha al-Qānūniyya wa-l-I‘tibāriyya, «Al-Dustūr», 16 luglio 2020, https://bit.ly/3fIY5eV.

 

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