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Religione e società

I monaci di Tibhirine raccontati dal cinema: le ragioni di un successo

Come è noto, il film sui sette monaci di Tibhirine, vittime di gruppi armati nel 1996 al tempo della crisi algerina degli anni tra il 1990 e il 2000, ha ottenuto il premio della Giuria all’ultimo Festival del Cinema a Cannes. Ha meritato anche il premio del Ministero della Pubblica Istruzione e della Giuria Ecumenica. Ma soprattutto sta conquistando il favore del pubblico che per molte settimane gli ha accordato un successo straordinario. Sono in molti a interrogarsi sulle ragioni di questo successo in un periodo nel quale la società francese non dà molto spazio alle questioni religiose. E a questo interrogativo intendo offrire qualche risposta.

 

 

Prima di tutto occorre sottolineare che questo film, prodotto da professionisti del cinema come Xavier Beauvois, regista, e Étienne Comar, sceneggiatore, è una realizzazione di qualità sul piano della tecnica cinematografica: immagini, ritmo narrativo, bravura degli attori, bellezza dei paesaggi…Non è stato commissionato da un’istituzione ecclesiastica. La decisione di farlo è stata presa da professionisti che hanno ritenuto che il dramma della vita e della morte dei monaci poteva essere presentato al grande pubblico, e hanno vinto la loro scommessa. E’ un’opera cinematografica. Non è uno strumento di propaganda o di proselitismo.

 

 

Ma al di là della qualità tecnica, da dove viene il favore del pubblico? Ricordiamoci prima di tutto che il rapimento e poi la morte dei sette monaci erano stati seguiti con grande emozione dall’opinione pubblica francese, nel 1996. Questo interesse si trasformò in ammirazione quando fu pubblicato il testamento spirituale di fratello Christian, il priore del monastero. Un messaggio che rappresenta uno dei testi fondamentali del ventesimo secolo. Ha commosso Giovanni Paolo II a tal punto che il Pontefice volle il viso di Christian de Chergé nell’affresco dei nuovi martiri dipinto nella sua nuova cappella in Vaticano.

 

 

Ma quel messaggio ha assunto con la traduzione cinematografica una forza particolare nel suo accostamento con l’intera comunità alle prese con una decisione terribile: possono i monaci rimanere dove sono, mentre i gruppi armati nelle vicinanze infieriscono, moltiplicando i loro attacchi omicidi, come quello di cui rimasero vittime dodici lavoratori croati, il 14 dicembre 1993, sul loro cantiere, a tre chilometri in linea d’aria dal Monastero? La risposta a questa domanda è al centro del dramma evocato dal film. I monaci finiscono col prendere, collettivamente, la decisione di restare ed affrontare il pericolo per non venir meno alla solidarietà con i vicini musulmani, in mezzo ai quali la comunità vive la sua vita monastica da sessant’anni.

 

 

La decisione presa diventa così un segno forte dei legami che una comunità cristiana può intrecciare con dei contadini musulmani che abitano nel vicino villaggio. All’intensità drammatica della decisione da prendere collettivamente si aggiunge l’attualissimo problema della possibilità di autentiche relazioni tra cristiani e musulmani. Al di là della fedele rappresentazione della vita di un monastero cistercense nello scenario grandioso dell’Atlante marocchino, quel che viene presentato è un problema di coscienza che ha senso per qualunque uomo, chiunque egli sia. Si può essere fedeli alla propria vocazione fino a morirne? Si può mettere a rischio la vita per dei vicini di un’altra confessione religiosa? E’ possibile fare questa scelta ciascuno personalmente, e contemporaneamente scegliere come comunità, senza opprimere le libertà individuali? In un’epoca nella quale la società dei consumi impone le sue scelte e i suoi ritmi, il pubblico ha dimostrato di essere ancora sensibile a interrogativi di tutt’altra dimensione. Il che va ascritto a suo merito. Ed è un messaggio per questo nostro tempo.

 

 

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