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Cristiani nel mondo musulmano

Il “cauto ottimismo” dei cristiani in Turchia

Ultimo aggiornamento: 11/06/2018 16:56:15

Intervista a Mons. Luigi Padovese, vicario apostolico d’Anatolia Alcuni quotidiani di paesi arabi come El Watan e Le Maghreb in in Algeria, the Daily Star in Libano, hanno posto in evidenza la "grande lezione" per il Medio oriente che viene dalle ultime elezioni in Turchia. I turchi secondo vari commentatori avrebbero scelto la moderazione, la stabilità, la pace sociale e il dialogo, preferendole al conflitto. Crede che questa descrizione corrisponda alla realtà? Senz’altro il fatto che le elezioni abbiano premiato il governo di Erdoğan è un segnale positivo fondato sulla considerazione che la situazione economica del paese è migliorata. Vista nella sua globalità la Turchia ha fatto passi in avanti in rapporto alla stabilità politica e ciò ha permesso ai mercati europei, specie tedeschi ed italiani, di fare investimenti nel paese. Dal momento che l’economia è un acuto sensore delle situazioni in atto, ritengo che tali investimenti non ci sarebbero stati se il rischio di una destabilizzazione politica fosse stato grande. La possibilità di un intervento militare a salvaguardia della laicità dello stato mi sembra, almeno per il momento, evitato. Mi pare che la sponda laica sostenuta dall’esercito – dinanzi al nuovo quadro parlamentare con la stragrande maggioranza di deputati dell’AKP – preferisca stare alla finestra e guardare anziché adottare atteggiamenti interventisti. Raffi Hermonn, armeno, vice presidente dell'associazione dei diritti dell'uomo ha dichiarato che per la prima volta dei cristiani hanno votato per dei cosidetti islamisti perchè sperano in un possibile accordo tra le minoranze turche non musulmane e lo Stato. Come guarda la vostra comunità cristiana a questa stagione di cambiamento? Vorrei precisare che se la presenza cristiana in Turchia è quasi scomparsa, ciò è avvenuto sotto regimi che difendevano la laicità. È pur sempre vero che rimangono ancora alcune perplessità sull’orientamento filoislamico di Erdoğan, d’altra parte il doppio filo con il quale cerca di legarsi all’Europa mostra una volontà di democrazia che dovrebbe riflettersi anche sulle minoranze. La recente legge circa la restituzione dei beni confiscati alle comunità religiose potrebbe essere un primo segnale. Evidentemente i passi da fare sono ancora molti e, comunque, non riguardano soltanto le minoranze cristiane. Si tratta di vedere come la situazione si evolverà nell’immediato futuro. Per usare un’immagine, direi che prima di aprire la porta di casa, occorre accontentarsi di tenere aperta la finestra e guardare quanto avviene. Se i problemi delle minoranze saranno affrontati con il solito sistema del “domani vedremo…dobbiamo procedere lentamente, ecc.”, allora capiremo che non è cambiato nulla. Per ora da parte dei cristiani turchi parlerei dunque di un ‘cauto ottimismo’ nei confronti dell’AKP. Un cauto ottimismo anche perché pare sia in crisi l’idea stessa della laicità alla “turca”? La storia recente della Turchia ha mostrato come un Islam politico non sia riuscito ad imporsi nel paese. Forte di questa esperienza Erdoğan sembra percorrere una via alternativa dove la politica non è a servizio della religione, ma dove la religione non sarebbe strettamente sottoposta alla ragione di stato. A questo riguardo non vedrei nel fatto che sua moglie indossa il velo un attentato alla laicità dello stato, quanto la volontà di esprimere la propria identità religiosa. Personalmente ritengo che il concetto di laicità quale si è venuto a formare nella Turchia del secolo scorso debba essere rivisto alla luce dello sviluppo sociale in atto, in cui democrazia e pluralismo cercano di convivere. Resta comunque da vedere se questi due valori varranno anche per le minoranze. Da una loro applicazione generale si potrà capire dove il nuovo governo vuole portare la Turchia

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