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Le nostre letture

Il christianus arabicus da riscoprire

La vita e l’opera del beato Raimondo Lullo, filosofo e precursore del dialogo con l’Islam, in un libro pubblicato dal PISAI

Ultimo aggiornamento: 17/02/2022 11:36:21

Diego_Sarrio_Cucarella_ed_Il_beato_Raimo.jpgDiego R. Sarrió Cucarella (a cura di), Il Beato Raimondo Lullo. Il personaggio e il suo rapporto con l’Islam, PISAI, Roma 2021

 

La figura del beato catalano Raimondo Lullo (Ramon Llull, Città di Maiorca c. 1232 - Tunisi? 1315/16) – la cui vita eccezionale è in qualche modo esemplificativa della sua missione – ha affascinato l’Europa per secoli. Inventore di una nuova tecnica logica chiamata Ars, volta a dimostrare ai fedeli di altre religioni punti complessi della teologia cattolica come l’Incarnazione e la Trinità, egli racconta nella sua autobiografia Vita Coaetanea di aver trascorso la propria vita alla ricerca dei beni materiali finché non ricevette in visione Gesù per cinque volte e non si risolse a dedicarsi alla conversione dei musulmani. Così, nato in un territorio appena strappato alla dinastia marocchina degli almohadi, le isole Baleari, Lullo non ha mai smesso di guardare all’altra sponda del Mediterraneo.

 

Per farlo, studiò la lingua araba per nove anni, con l’aiuto di un servo saraceno, e in parallelo la teologia scolastica nonché la filosofia araba: il suo primo trattato in arabo (di cui non è rimasta traccia) era infatti un compendio della filosofia del grande teologo musulmano Abū Hāmid al-Ghazālī (1058-1111). Animato dalla sua conoscenza della cultura islamica e da una profonda simpatia per i saraceni, Llull compì di propria iniziativa ben tre viaggi in Nordafrica dopo aver messo in subbuglio il panorama filosofico europeo con le sue proposte, anticonvenzionali per un’epoca appena successiva all’esperienza delle Crociate.

 

In un carcere di Tunisi, il christianus arabicus (come lo stesso Lullo amava definirsi) ebbe modo di dialogare con un ‘ālim e si convinse che il modo migliore per avvicinare al Cristianesimo i fedeli di altre religioni era convincerli della bontà e della ragionevolezza delle concezioni cristiane all’interno di un dialogo di amicizia, nel rispetto dell’interlocutore e senza mai forzarne la volontà, ma lasciando agire sul suo intelletto il fascino della verità. Questo suo approccio al dialogo ricevette scarso credito presso i suoi contemporanei, e fino al secolo scorso Lullo è rimasto piuttosto ai margini della storia dell’incontro tra le due religioni più diffuse al mondo.

 

Questa singolare figura è stata recentemente approfondita da un volume curato da padre Diego Sarrió Cuccarella ed edito dal Pontificio Istituto di Studi Arabi e islamici (PISAI), che raccoglie i contributi del convegno internazionale “Il beato Raimondo Lullo: il personaggio e il suo rapporto con l’Islam”, tenutosi a Roma nel novembre 2021.

 

Il volume mostra come il teologo catalano non sia l’ideatore soltanto di una pratica filosofica, ma soprattutto di un nuovo umanesimo e di uno sguardo sull’altro che lo portò a viaggiare in tutta Europa e lo spinse sull’altra sponda del Mediterraneo in un momento in cui il dialogo sembrava impossibile.

 

Nei suoi trattati latini e nei suoi romanzi in catalano, come il celebre Blaquerna, figurano argomenti il cui scopo è suscitare l’interesse dei musulmani e degli ebrei attraverso l’uso di un linguaggio comune alle diverse religioni. Come mostra il contributo di Annemarie C. Mayer, infatti, negli scritti di Lullo appaiono chiare reminiscenze di al-Ghazālī (1058-1111), Avicenna (980-1037) e del filosofo arabo cristiano Yahyā Ibn ‘Adī (893-974). Nella sua Weltanschauung sembrano trovare spazio anche alcuni concetti di probabile matrice sufi: il saggio di Marta M. M. Romano esplora a questo proposito l’affascinante rapporto tra il pensiero di Lullo e quello del mistico andaluso Ibn al-‘Arabī (1165-1240) in relazione al concetto di amore divino.

 

È interessante notare che questi autori non vengono soltanto citati en passant, ma integrati a pieno titolo nella dottrina e nell’Ars lulliane. Per esempio i “100 nomi più belli di Dio”, elemento distintivo della teologia islamica, sono presi come spunto per individuare le qualità, cioè i “nomi”, di Dio così come questi sono formulati nella tradizione giudaico-cristiana: il trattato Cent noms de Déu diventa così un terreno comune di incontro, come illustrano i saggi di Fatiha Benlabbah e Simone Sari.

 

Jordi Gayà Estelrich mette invece in luce come già secoli prima della conquista spagnola dell’America, in cui proprio i discepoli di Llull adottarono un diverso metodo di comunicazione del messaggio cristiano in controtendenza rispetto agli approcci missionari del tempo, egli avesse confutato su solide basi teologiche la tecnica della conversione forzata, ben comprendendo i limiti di un’adesione non libera alla fede.

 

Lullo è in anticipo di secoli anche nel postulare l’importanza metodologica del dubbio (è il tema del saggio di Alexander Fidora): non si tratta di rinunciare alle proprie convinzioni, ma di riconoscere che non è possibile costruire un dialogo senza presupporre una componente di verità nei punti di vista diversi dal proprio, né si può avanzare nella scoperta di una comune verità se si rimane immobili nelle proprie idee. Sulla base di queste e altre concezioni, anticipazioni di una moderna teologia dell’incontro, il beato Ramon Llull è stato spesso associato a un altro grande teologo medievale, Giovanni Duns Scoto: è l’oggetto dell’indagine di Xavier Calpe Melendres.

 

Il libro è un prezioso contributo a uno studio approfondito del teologo maiorchino, in particolare perché coglie il vero spirito missionario che ha animato questa personalità così complessa e poliedrica, troppo a lungo oscurata e messa in relazione con ermetismo e arti magiche sin dall’epoca del Rinascimento. Su Lullo non si scriverà mai abbastanza, ma chi ha già una conoscenza della sua figura sarà sorpreso dall’accostarla da un punto di vista particolare: il suo rapporto con l’Islam.

 

È a questo che mira il volume: rimettere a tema l’attualità di Lullo, così simile nei contenuti e nella pratica al metodo che Papa Francesco ha indicato al mondo con la sua enciclica Fratelli Tutti, valido per tutta l’umanità e per tutti i tempi. Riscoprire l’opera di questo pioniere del dialogo, in un mondo in cui il dialogo è sempre più necessario e urgente, è un aiuto a comprendere la convenienza di un approccio libero e appassionato all’altro, come sottolinea peraltro nella sua prefazione il Cardinal Ayuso, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. È questo che Ramon Llull ci testimonia.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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