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Consigli di lettura

Luigi Patrini, Cari amici musulmani

Luigi Patrini, Cari amici musulmani, Marietti, Genova 2009; edizione araba: Asdiqâ’î al-muslimîn al-a‘izzâ’, Marietti, Genova 2010.

«Occorre superare rapidamente una visione puramente e semplicemente economicistica, che vede l’immigrato solo come forza lavoro» (p. 14). Partendo da questa considerazione Luigi Patrini, docente di storia e filosofia con una lunga esperienza di servizio politico, ha concepito il progetto di presentare in modo sintetico, a beneficio di quanti scelgono di stabilirsi in Italia, «quelli che mi sembrano essere i due aspetti più caratteristici e fondamentali della concezione culturale e antropologica dell’occidente cristiano» (p. 27). Solo in tal modo infatti – sostiene l’autore – sarà possibile un autentico incontro che trasformi il tumultuoso processo dell’immigrazione in un’occasione d’arricchimento. E perché il discorso non resti solo teorico, all’edizione italiana si accompagna una traduzione araba, per raggiungere il pubblico più ampio possibile.

 

 

L’iniziativa di Patrini si colloca nel solco di una serie di attività che hanno visto la luce negli ultimi anni. Si pensi ad esempio alla traduzione della Costituzione italiana in arabo o ad altri progetti analoghi che, lasciando da parte una teoria del dialogo spesso vuota, si cimentano con i problemi molto concreti che la presenza di un numero sempre più considerevole di immigrati solleva.

 

 

Secondo l’autore, i due tratti più caratteristici della cultura occidentale, segnata, in modo particolare in Italia, da 2000 anni di Cristianesimo, sono il primato della persona e la netta distinzione dell’ambito socio-politico da quello religioso. Naturalmente non è compito facile riassumere in poche pagine questi due capisaldi del pensiero occidentale, oggetto tra l’altro lungo i secoli di svariate e talora contraddittorie interpretazioni. L’autore peraltro riesce a intessere uno stimolante percorso intellettuale, pur in presenza di un obiettivo molto ambizioso, soprattutto se misurato in relazione alle categorie culturali dei suoi destinatari. Se ad esempio individua giustamente le radici del moderno concetto di persona nel dibattito trinitario e cristologico dei primi secoli dell’era cristiana, sottovaluta forse quanto tale dibattito risulti oscuro a un lettore di tradizione arabo-musulmana. Penso ad esempio a passaggi quali «come nella Trinità il Figlio non è il Padre, ma non per questo è “meno Dio” del Padre, così si può capire perché, pur essendo ogni individuo diverso dall’altro, nessuno è più o meno persona dell’altro» (31), in cui forse è piuttosto il lato antropologico della similitudine a risultare comprensibile al lettore arabo non cristiano. In casi di questo tipo il traduttore, il prof. Camille Eid, si trova di fronte a una non facile scelta, disponendo di due termini per esprimere il concetto di persona: uno di origine siriaca, uqnûm, usato solo dai cristiani, con valore teologico; un altro di arabo puro, shakhs, compreso da tutti, con valore antropologico. Il nesso tra teologia e antropologia risulta perciò molto meno perspicuo in arabo di quanto lo sia nell’originale italiano. Varrebbe anzi la pena domandarsi (ma questo esula ovviamente dai contenuti del libro) se la teologia araba cristiana non potrebbe uniformarsi all’uso generale di shakhs, rendendo così meno ostico ai musulmani l’approccio alla cristologia. È questa del resto la scelta di Eid.

 

 

Peraltro la sovrabbondanza lessicale cui abbiamo accennato smentisce l’idea che il concetto di persona sia assente dall’orizzonte culturale arabo contemporaneo, come spesso si sente ripetere. Ben diversamente (e scendendo d’un balzo dall’atmosfera rarefatta della filologia alle piazze in tumulto dell’ultimo anno), le recenti rivoluzioni arabe hanno mostrato che la lotta per la dignità della persona è diventata una rivendicazione centrale in tutti i movimenti di protesta. Questo fatto induce a ben sperare per l’avvenire, anche per il successo di iniziative come quella di questo libro, e al tempo stesso suggerisce maggiore cautela rispetto ad alcuni giudizi emessi al riguardo in passato.

 

 

Un discorso analogo si potrebbe fare anche per la separazione tra religioso e temporale su cui il dibattito è vivissimo in questi mesi, ad esempio in Egitto (si pensi alla recente dichiarazione di al-Azhar), ma anche in Tunisia e naturalmente in Turchia. Il problema è avvertito come centrale in quasi tutti i filosofi, giuristi e religiosi contemporanei, inclusi i fondamentalisti, anche se è ben lungi dal dirsi risolto.

 

 

Terminata la presentazione di questi due pilastri della Weltanschauung occidentale, la seconda parte del libro offre un’antologia della Costituzione italiana e brani del magistero relativi ai rapporti con i musulmani, brevemente commentati e conclusi da una sintesi, che peraltro riprende talora alcune idee e materiali presentati in questi anni negli strumenti di Oasis. Arricchiscono il volume una prefazione di S.E. Mons. Negri e due contributi di Yahya Pallavicini, vicepresidente della CO.RE.IS e Giorgio Paolucci, caporedattore centrale di Avvenire.

 

 

Una speciale attenzione merita il titolo, ripreso dai discorsi dei pontefici: Cari amici musulmani. Non si tratta – spiega l’autore – di una semplice espressione di cortesia, ma vuole indicare l’origine di una comunione possibile, poiché «il fondamento vero dell’amicizia tra gli uomini è proprio questa capacità di testimoniarsi reciprocamente la “religiosità” di cui ogni essere umano è costituito» (p. 139). È certamente questa la sfida a cui cristiani e musulmani sono oggi chiamati, una sfida che il volume Cari amici musulmani non teme di raccogliere e mettere a frutto.

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