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Religione e società

Il fattore umano

Il problema dell'identità, comunque lo si affronti, è sempre un problema intricato. Lo è per i filosofi, ma ancor più, specialmente oggi, lo è per gli storici e gli scienziati sociali. In che cosa consiste infatti l'identità di una cultura, di un popolo o di una nazione? Ha senso insistere sulla tematica dell'identità in una società, quale è la nostra, sempre più differenziata, frammentata o, come direbbe il sociologo Zygmunt Baumann (1), sempre più "liquida"? E come la mettiamo poi con l'identità degli "altri"? Che cosa intendiamo di preciso quando parliamo di rispetto o di "inclusione dell'altro"? Mi propongo di affrontare tali questioni soffermando l'attenzione su due punti in particolare: 1) la cultura come valore in cui si esalta la persona; 2) la testimonianza della propria identità come strategia di incontro tra diversi.

 

 

La Cultura come Totalità «Aperta»

 

 

Nella cultura, in ogni cultura, vi sono sempre due dimensioni strettamente connesse tra loro: una dimensione particolaristica e una universalistica. Ogni volta che parliamo della cultura di un popolo o di una nazione, alludiamo a una specificità, a una particolarità, che ne abbraccia un po' tutte le espressioni. In questo senso, davvero, ogni cultura esprime un mondo, una totalità. Tuttavia non si tratta mai di una "totalità chiusa", altrimenti dovremmo intendere la pluralità delle culture come una pluralità di mondi incommensurabili tra loro e, in quanto tali, del tutto incapaci di dialogo e di reciproca comprensione.

 

Intendo dire che il tratto particolaristico di ogni cultura è soltanto un lato del discorso. In ogni cultura è infatti l'uomo che si esprime; quindi, al di là delle differenze culturali, c'è in ogni cultura anche un tratto comune, universalistico, rappresentato precisamente dall'umanità e quindi dalla trascendenza dell'uomo.

 

 

Come disse Giovanni Paolo II nel messaggio in occasione della giornata internazionale per la pace del primo gennaio 2001, «Le diversità culturali vanno comprese nella fondamentale prospettiva dell'unità del genere umano, dato storico e ontologico primario, alla luce del quale è possibile cogliere il significato profondo delle stesse diversità. In verità, soltanto la visione contestuale sia degli elementi di unità che delle diversità rende possibile la comprensione e l'interpretazione della piena verità di ogni cultura umana».

 

Ciò significa, tra le altre cose, che ogni uomo è, sì, plasmato dalla cultura nella quale nasce e vive. Ma i pensieri e le azioni degli uomini non sono mai il semplice riflesso o il semplice correlato della realtà socio-culturale nella quale essi nascono e vivono. Per quanto il mondo nel quale siamo nati rappresenti per noi un destino che ci rende inevitabilmente degli esseri socialmente e culturalmente condizionati, la relazione che instauriamo con esso è tuttavia sempre più o meno creativa, proprio perché, in quanto uomini, trascendiamo costantemente noi stessi e quindi anche le condizioni socio-culturali della nostra esistenza.

 

Nessun uomo, pur essendo un animale socio-culturale, è mai riducibile in toto alle condizioni biologiche e socio-culturali della sua esistenza.

 

 

Allo stesso modo nessuna cultura, pur esprimendo una "totalità" di significato, può arrogarsi il diritto di coprire tutto lo spazio di dicibilità di ciò che è "umano". L'uomo è dunque il vero fondamento della pluralità delle culture, la dignità dell'uomo il vero metro di misura, il vero criterio normativo di ogni cultura (2). Con le parole del già citato messaggio di Giovanni Paolo II, si potrebbe anche dire che «L'autenticità di ogni cultura, il valore dell'ethos che essa veicola, ossia la solidità del suo orientamento morale, si possono in qualche modo misurare dal suo essere per l'uomo e per la promozione della sua dignità ad ogni livello ed in ogni contesto». In questo senso una cultura non vale mai l'altra, indifferentemente; né possiamo dire che una cultura sia totalmente incommensurabile rispetto a un'altra. Alcuni elementi di opacità, di difficile comprensione e quindi anche di conflitto sono invero sempre possibili, allorché due culture, specialmente se sono vive, entrano in contatto tra loro. Del resto ciò vale anche per individui appartenenti a una stessa cultura. Tuttavia, essendo in gioco una dimensione profondamente umana, non si tratterà mai di una incommensurabilità, diciamo così, assoluta. L'unicità e la trascendenza di ogni uomo rispetto alle condizioni biologiche o socio-culturali della sua esistenza costituiscono insomma la vera condizione di possibilità, rispettivamente, della pluralità delle culture e della strutturale "apertura" di ogni cultura, premessa indispensabile per un autentico incontro tra culture.

 

 

Identità e Incontro con l'«Altro»

 

 

In modo un po' schematico, potremmo dire che la pluralità delle culture è diventata oggi un problema particolarmente scottante a seguito soprattutto di due eventi: da un lato la globalizzazione, dall'altro l'attentato terroristico alle torri gemelle di New York. Se la globalizzazione aveva costretto (e costringe) le culture del mondo a guardarsi da vicino negli occhi come mai era accaduto prima, riproponendo in modo anche drammatico il problema dell'identità e del conflitto tra culture, l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001 sembra soprattutto volerle estraniare, spingendole addirittura verso quanto Samuel Huntington considerava già prima dell'11 settembre come ineluttabile, ossia "lo scontro delle civiltà". In entrambi i casi abbiamo a che fare con un dato che considero piuttosto preoccupante: la difficoltà da parte delle culture oggi dominanti a prendere sul serio la premessa di cui parlavo sopra. E mi spiego.

 

 

Mentre il mondo occidentale sembra avviato sulla strada della "post-identità" e altri mondi, vedi l'Islam, rischiano di esasperare la propria identità in modo sempre più esclusivo e aggressivo, dovremmo tutti sentire con forza quanto sia importante che nell'autocomprensione di ogni cultura trovi spazio la valorizzazione di ciò che è umano in tutte le culture. Invece, per motivi diversi, sembriamo come voler fuggire da questa realtà, affidandoci ora a una perniciosa indifferenza, ora a un'altrettanta perniciosa aggressività, frutto, l'una, di un diffuso e inconsistente relativismo culturale e, l'altra, di un altrettanto inconsistente pretesa che a valere sia soltanto la propria cultura. Se però è vero che il dialogo e il rispetto dell'"altro" debbono diventare i pilastri su cui appoggiare le relazioni interpersonali e interculturali della società globale; se è vero altresì che quest'ultima, con la sua crescente differenziazione, costringe non soltanto le diverse culture, ma gli stessi individui che si riconoscono in una medesima cultura, a essere, diciamo così, "aperti" alle ragioni dell'altro, vista la pluralità di relazioni in cui ciascuno di noi costruisce ormai il proprio io; allora, e qui mi riferisco soprattutto a noi occidentali, il primo obbligo che abbiamo, nei confronti di noi stessi e degli altri, è precisamente quello di abbandonare le secche del relativismo nel quale ci siamo impantanati, riprendendo consapevolezza di ciò che siamo.

 

 

L'odierna globalizzazione, in quanto fenomeno principalmente occidentale (l'Occidente che "diventa mondo", secondo la famosa immagine weberiana), sta mostrando invero una cultura, la nostra cultura, che, col suo relativismo, di fatto procede spesso in modo vandalico nei confronti delle altre, senza avere tuttavia (e si direbbe paradossale) nessuna presunzione di affermare se stessa; una cultura che sembra addirittura diventare mondo, previo svuotamento progressivo di se stessa, delle sue istanze propriamente "umane", a tutto vantaggio di imperativi funzionali (quelli del mercato, della scienza, della tecnica), i quali, a loro volta, sembrano funzionare sempre di più come se gli uomini non esistessero. «L'uomo non è più il metro di misura della società», dice espressamente Niklas Luhmann (3). Si tratta di una forma di violenza per molti versi nuova; una violenza che produce danni incalcolabili all'interno e all'esterno dell'Occidente; una violenza che elude la tematica dell'identità e del confronto tra identità diverse, ponendo tutto ciò che è "altro" di fronte all'alternativa secca: adattarsi o scomparire; ma che offre in questo modo anche un pericoloso alibi alle più svariate reazioni integraliste, terrorismo incluso.

 

 

La forza di una cultura sta invece nella capacità di relazionarsi continuamente con ciò che è "altro", senza perdere la consapevolezza della propria identità; nella capacità di tendersi il più possibile verso l'altro, senza spezzare i legami che si hanno con se stessi, con la propria storia e la propria tradizione. Come ho scritto altrove, è ormai l'elastico la metafora ideale di una identità complessa (4). Ma per dare a questo elastico la giusta flessibilità non servono certo l'indifferenza, mascherata magari da tolleranza, o le esortazioni a coltivare la «virtù della mancanza di orientamento» (5). Ci vogliono al contrario convinzioni forti, un deciso orientamento alla libertà e alla dignità dell'uomo e, soprattutto, una grande, creativa, fantasiosa capacità di testimonianza.

 

 

A questo proposito c'è un passaggio nell'ultimo libro di Giovanni Paolo II, Memoria e Identità (6), che considero di fondamentale importanza. è quello in cui, nell'intento di valorizzare a pieno il ruolo fondamentale della cultura nella vita dei popoli e delle nazioni, veniamo sollecitati, non tanto a elaborare una "teoria della cultura", quanto a rendere "testimonianza alla cultura" (Giovanni Paolo II 2005, 105). Si tratta di un ulteriore squarcio di luce aperto da questo grande Pontefice su una delle più intricate sfide del nostro tempo: il confronto interculturale, appunto. Come è stato sottolineato con vigore anche dal Patriarca di Venezia, Cardinale Angelo Scola, il confronto con le culture "altre" non è mai soltanto un problema di tolleranza, di reciprocità o di integrazione; è certo anche questo; ma guai se resta soltanto questo, diventando magari un alibi per non mettersi in gioco fino in fondo, per nascondersi. è la nostra stessa umanità, l'umanità che condividiamo con tutti gli uomini del mondo, ad esigere che, nel confronto con coloro che provengono da culture differenti dalla nostra, ciascuno di noi sia in primo luogo se stesso, un testimone creativo della propria identità.

 

 

Del resto, se ci pensiamo bene, l'incontro con l'altro o con una cultura "altra" è sempre in primo luogo un'avventura con noi stessi, con la cultura che ci è propria. Un po' come quando si traduce un testo. «Comprendere è tradurre», ha scritto George Steiner (1995); ed è in quest'opera di traduzione che noi mobilitiamo veramente tutte le risorse di cui disponiamo nella nostra lingua madre; è nell'incontro con l'altro che noi possiamo scoprire non soltanto i nostri limiti, ma anche i tesori che si nascondono nella nostra cultura e ai quali avevamo smesso di pensare o non avevamo mai pensato prima. è per questo che, al limite, dobbiamo persino ringraziare l'altro per averci aiutato a scoprirli; è per questo che l'altro può diventare persino una risorsa, un'opportunità, un impulso ad andare più a fondo in noi stessi e quindi ad arricchirci.

 

 

Il Cristianesimo, pur con tutte le inadeguatezze, sconfinate nel passato persino nel sangue, costituisce da oltre duemila anni uno degli esempi più riusciti di questa capacità di imparare dall'altro senza rinunciare a se stesso. L'idea della trascendenza, la particolare escatologia cristiana, la stessa Chiesa, nel momento in cui entrano nella storia di un popolo e di una nazione, istituiscono una sorta di tensione costante in tutta la realtà. Di fronte al Dio di Abramo e di Gesù Cristo, nessun ordine del mondo, se così si può dire, è più lo stesso, nessun uomo e nessuna cultura sono più "totalmente altri". E nonostante i fraintendimenti che possono esserci stati in proposito nel corso dei secoli, oggi pare abbastanza evidente che abbiamo a che fare con un ordine sempre attento alle distinzioni (le cose di Cesare e quelle di Dio), sempre "perfettibile", sempre sollecitato a una "novità" che, di per sé, non ammette irrigidimenti né sul piano della vita individuale, né su quello della vita sociale.

 

 

Da questo punto di vista, la traduzione dell'"altro" di cui parlavo deve diventare davvero una forma di testimonianza; una testimonianza che, attraverso Gesù Cristo, va resa alla dignità di ogni uomo, senza pretendere di conoscere in anticipo "che cosa" si dovrà volta a volta tradurre, né "come" farlo, né se sarà possibile farlo, poiché, come ho già accennato, zone più o meno ampie di intraducibilità e quindi di possibili conflitti vanno sempre messe nel conto nel rapporto tra culture. Ma ciò non toglie che la traduzione sia possibile, né che tutte le lingue possano arricchirsi, grazie al nuovo e all'imprevisto che ogni volta scaturisce dal concreto incontro con l'altro. Un mondo che va mescolando individui e popoli di ogni cultura ha bisogno in questo senso di traduttori-testimoni che conoscano bene la propria lingua e che abbiano sufficiente fantasia creatrice per tradurre quella degli altri e, quindi, tradurla in quella degli altri. In questo modo intendo il "meticciato di civiltà" di cui parla il Cardinale Angelo Scola.

 

 

Un mondo dove gli uomini riusciranno tanto più a convivere in pace, quanto più saranno consapevoli dell'"umanità" che si esprime nella propria cultura e sapranno testimoniarla in mezzo agli "altri", insieme agli "altri", con il dovuto rispetto, la necessaria apertura, addirittura con amore. Altro che relativismo culturale. è su questa capacità di rendere testimonianza in ultimo alla dignità dell'uomo che si misura oggi la vera identità, la vera apertura, la vera universalità, al limite, la vera "superiorità" di qualsiasi cultura.

 

 


 

1) Z. Baumann, Modernità liquida, Laterza, Bari 2002.

 

 

(2) S. Belardinelli, Sociologia della cultura, in Enciclopedia del Novecento, Supplemento III, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana 2004, 313-318.

 

 

(3) N. Luhmann, Sistemi sociali, Il Mulino, Bologna 1990, 354.

 

 

(4) S. Belardinelli, L'elastico come metafora della identità in una società complessa, in Id. (a cura di), L'Italia elastica. Religione e vita civile in Emila Romagna, Marche e Umbria, Roma, Ideazione Editrice 2004, 7-23 .

 

 

(5) U. Beck, Che cos'è la globalizzazione ?, Carocci, Firenze 1999, 176.

 

 

(6) Giovanni Paolo II, Memoria e Identità, Rizzoli, Milano 2005, 105.

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