A un mese dagli attacchi contro Bamako e altre città del Paese, il Mali appare sempre più fragile: il fallimento dell’esternalizzazione della sicurezza, l’alleanza tra il JNIM e il FLA, e il rischio di contagio regionale alimentano le incertezze sul futuro del Paese
Ultimo aggiornamento: 25/05/2026 14:22:24
Lo scorso 25 aprile, in Mali, un attacco condotto da gruppi jihadisti e separatisti tuareg contro il regime militare di Bamako ha ucciso il Ministro della Difesa maliano Sadio Camara. Gli scontri si sono verificati nei pressi della capitale ma anche in altre città, a Gao, Sevare, Mopti e Kidal, nel nord del Paese. A condurre le operazioni nel Nord è stato il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), mentre i militanti di Jama‘at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), legato ad al-Qaeda, hanno concentrato i loro attacchi nelle aree centrali del Paese, in quella che rappresenta un’escalation molto significativa. Ne abbiamo parlato con Bakary Sambe, presidente del Timbuktu Institute di Dakar, Senegal.
Intervista a cura di Chiara Pellegrino
Un mese dopo gli attacchi, qual è lo stato di salute del regime di Assimi Goita? Come si pone la popolazione nei suoi confronti?
La giustificazione principale del colpo di Stato e della successiva ascesa al potere di Assimi Goita era la promessa di ristabilire la sicurezza del Paese, dopo il fallimento dell’intervento militare francese e dei governi civili succedutisi negli anni precedenti. La legittimità della giunta militare si è dunque costruita essenzialmente sulla capacità di riportare stabilità e sicurezza in Mali. Al di là del successo temporaneo rappresentato dalla riconquista di Kidal, il regime ha però mostrato grandi difficoltà nel garantire il controllo del territorio. La partenza delle forze internazionali e il ritiro della MINUSMA, la missione di pace dell’ONU, hanno lasciato importanti vuoti di sicurezza. Oggi persino la regione di Kayes, che fino a poco tempo fa era considerata relativamente al riparo dalle attività jihadiste, è sotto attacco, con conseguenze come il blocco dei rifornimenti di carburante e della Strada Nazionale 1. Il regime si trova quindi in seria difficoltà nel garantire la sicurezza del Paese. L’attacco nella città di Kati, quartier generale del regime, è il secondo di questo tipo negli ultimi anni. L’azione coordinata tra il FLA e il JNIM ha però creato una situazione paradossale: ha dato la sensazione a molti maliani che il loro Paese fosse vittima di una coalizione o di una cospirazione internazionale, e ha unito la popolazione attorno alla bandiera in sostegno del regime di Goita. Se però nelle prossime settimane o nei prossimi mesi il governo non riuscirà a garantire la sicurezza e a riconquistare Kidal, potrebbe perdere parte della sua legittimità ed essere percepito dalla popolazione come un fallimento, esattamente come era accaduto al regime precedente.
Negli ultimi anni, il Mali, così come altri Paesi del Sahel, hanno appaltato la propria sicurezza a Paesi terzi. Che cosa ci dicono gli attacchi jihadisti di questa strategia sicuritaria?
Questi attacchi mostrano che il mito dell’esternalizzazione della sicurezza attraverso alleanze con i russi è crollato. A mio avviso, la morte del generale Sadio Camara e il ritiro caotico degli Africa Corps da Kidal sono il simbolo del fallimento della strategia Wagner-Africa Corps. Dopo l’Operazione Barkhane, che pure aveva risvolti civili, militari e di sviluppo, l’esternalizzazione della sicurezza a Mosca ha fallito di fronte a una guerriglia profondamente radicata sul territorio. Se il regime del generale Assimi Goita non otterrà risultati rapidi sul campo, rischia di perdere la sua principale risorsa narrativa, ovvero la promessa di ristabilire la sicurezza.
Quale ruolo giocano oggi gli Africa Corps in Mali?
Stando ai video che circolano e alla gestione della situazione sul campo da parte della Russia, gli Africa Corps sono ancora al fianco dell’esercito maliano. Ma la disfatta a Kidal, così come ciò che è accaduto a Tessalit, da cui gli Africa Corps e l’esercito maliano si sono ritirati, dimostrano che siamo di fronte a un problema: in Mali il subappalto della sicurezza non ha funzionato.
Peraltro, i due Paesi che, insieme al Mali, fanno parte dell’Alleanza degli Stati del Sahel, creata nel 2023 come alleanza di mutua difesa, non sono intervenuti a sostegno di Bamako. Come si spiega questo silenzio?
Gli articoli 5 e 6 della Carta Liptako-Gourma, paragonabili all’articolo 5 della NATO, stabiliscono che, in caso di attacco a uno dei Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), gli altri debbano intervenire. Dopo l’attacco del 25 aprile a Bamako, abbiamo assistito a dichiarazioni di intenti da parte dei capi di Stato dell’AES. Il presidente Traoré del Burkina Faso ha parlato di un complotto mostruoso. Ma al di là di queste dichiarazioni, non c’è stata alcuna mobilitazione da parte di questi Paesi. Va detto che il Burkina Faso si trova ad affrontare una situazione sicuritaria estremamente fragile, tanto più che, nelle settimane precedenti all’attacco di Bamako, aveva a sua volta subito diversi attacchi sul proprio territorio. Questi Paesi hanno dimostrato di essere molto più preoccupati per la propria sicurezza interna che per la difesa collettiva prevista dall’alleanza.
Per quanto riguarda l’alleanza nata tra i jihadisti del JNIM, legati ad al-Qaida, e i ribelli separatisti del FLA, lei ha espresso dubbi sulla possibilità che questa convergenza possa reggere nel lungo periodo. Potrebbe spiegarci meglio?
Credo che l’alleanza tattica tra il JNIM e il FLA rappresenti più una convergenza dettata dalle circostanze che un vero matrimonio. È vero che gli attacchi coordinati testimoniano un livello di cooperazione e di capacità operativa senza precedenti tra i jihadisti del JNIM e i combattenti del FLA. Tuttavia, a mio avviso, questa alleanza si fonda soprattutto sull’esistenza temporanea di un nemico comune, il regime di Bamako, e su interessi pratici, in particolare legati ai traffici, ambito nel quale Iyad Ag Ghali svolge un ruolo centrale. Ci sono parecchi ostacoli alla costruzione di una coalizione a lungo termine. Innanzitutto, gli obiettivi dei due movimenti divergono: da un lato l’applicazione della Sharia per il JNIM, dall’altro l’autonomia dell’Azawad rivendicata dal FLA. A questo si aggiunge l’incertezza sul fatto che gli elementi del JNIM, oggi dominati dalla Katiba Macina, siano realmente disposti a sostenere un progetto indipendentista per l’Azawad.
I movimenti però evolvono. Il JNIM, per esempio, ha progressivamente modificato il proprio discorso, cercando di presentarsi sempre più come un attore politico del Paese.
Da tempo il movimento tenta di liberarsi dell’immagine di forza esogena che aggredisce il Mali, e punta ad acquisire una dimensione nazionale, anche attraverso figure come Bina Diarra, per mostrare di essere capace di mobilitare consenso e di proporsi come interlocutore politico. L’alleanza con il FLA potrebbe favorire la sua trasformazione in attore politico nazionale, capace di giocare un ruolo nel futuro assetto del Mali.
Se l’opzione militare ha fallito, qual è la soluzione per riportare la stabilità nel Paese?
Se c’è un’idea oggi largamente condivisa nel panorama politico maliano è quella della necessità di un dialogo nazionale inclusivo. Io non vedo altra alternativa. Il jihadismo sta diventando un fenomeno endogeno. I jihadisti non sono più solo invasori provenienti da Paesi stranieri oltreconfine. Oggi si trovano dei jihadisti tra i figli stessi del Paese. I maliani dicono che è giunto il momento che il Mali parli con tutti i suoi figli, compresi quelli considerati perduti. In questa prospettiva, il dialogo è fondamentale.
In una precedente intervista, ci aveva parlato dell’importanza di riconoscere e valorizzare le autorità religiose tradizionali e il ruolo che esse svolgono per la stabilità sociale dei Paesi del Sahel. Nel contesto dell’attuale conflitto, queste figure religiose possono costituire un fattore di pacificazione?
Sì, le autorità religiose tradizionali svolgono un ruolo importante. Le grandi famiglie religiose di Bamako continuano a esercitare una notevole influenza nella mediazione sociale e politica. Figure religiose come lo Cherif di Nioro, sheikh del ramo hamallista della confraternita sufi Tijaniyya, e l’Imam Dicko occupano un posto centrale nella vita pubblica maliana. L’Imam Dicko, in particolare, ha svolto un ruolo decisivo nelle manifestazioni del movimento M5-RFP [Mouvement du 5 Juin – Rassemblement des Forces Patriotiques] che, insieme alla società civile, ha portato alla caduta del presidente Ibrahim Boubacar Keïta nel 2020. Peraltro, l’imam Dicko aveva già svolto un ruolo di mediazione durante la prima crisi maliana, in particolare nel 2012-2013, quando aveva negoziato il passaggio dei convogli umanitari della Mezzaluna Rossa del Qatar. Le sue origini del Mali centrale e la sua appartenenza all’etnia peul fa sì che venga ascoltato dal leader della Katiba Macina, Amadou Koufa. Oggi però bisogna capire se conserva la stessa aura di prima, visto che nel 2023 ha lasciato il Mali per l’Algeria, Paese che ha dei problemi con il governo maliano attuale.
La crisi maliana potrebbe avere delle ripercussioni sulla sicurezza dei Paesi limitrofi?
Nel rapporto pubblicato dal Timbuktu Institute sulla minaccia rappresentata dal JNIM nelle zone di confine tra Senegal, Mauritania e Mali, emerge chiaramente come la regione di Kayes abbia registrato un forte incremento degli attacchi tra il 2021 e il 2024, aumentati di sette volte. Questa regione è particolarmente importante per il JNIM perché detiene l’80% delle risorse auree del Mali ed è attraversata dal fiume Senegal. Recentemente, il gruppo jihadista ha anche sabotato la diga di Manantali, che fornisce energia elettrica al Senegal, alla Mauritania e al Mali. È quindi importante capire che quanto sta accadendo oggi in Mali non è solo una questione nazionale, ma è un problema regionale. Tutti i Paesi dell’area dovrebbero impegnarsi per trovare delle soluzioni.