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Religione e società

Il Medio Oriente, le steli dei massacri e il dovere della memoria

Filippo Landi

Sulla collina di al-Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, a poche centinaia di metri dalla mia casa c'è una stele di pietra nera. Vi sono incisi, in lingua ebraica, i nomi di 78 persone uccise il 13 aprile del 1948 durante un'imboscata tesa da miliziani palestinesi. Erano docenti e studenti dell'università ebraica del Monte Scopus ed anche dottori ed infermieri del vicino ospedale Hadassah. Il convoglio di dieci automezzi che li trasportava al monte Scopus fu bloccato ad al-Sheikh Jarrah e lì trovarono la morte.

 

Pochi giorni fa davanti a quella stele Meron Rapoport, giornalista israeliano, ebreo e mio buon amico, mi indicava il nome di una signora, amica della loro famiglia che era stata uccisa in quel giorno. Meron poi aggiunse: "Questa strage fu compiuta pochi giorni dopo quella di Deir Yassin". Non c'era scritto sulla stele, ma apparteneva alla sua memoria e alla sua esistenza di uomo libero.

 

Deir Yassin era un piccolo villaggio, vicino Gerusalemme. I suoi abitanti arabi avevano scrupolosamente rispettato un patto di non aggressione con le milizie ebraiche della Haganà. Il 9 aprile del 1948, altre milizie ebraiche di Irgun e della cosidetta banda Stern entrarono nel villaggio e massacrarono 245 civili palestinesi. E fu proprio questo massacro che avviò la fase più massiccia dell'esodo degli arabi dalla Palestina.

 

Meron Rapoport è uno di quegli ebrei che ha la capacità di ricordare, piangendo i propri cari e nel contempo avendo memoria per le stragi di cui palestinesi innocenti sono state vittime.

 

Purtroppo, il Medio Oriente è pieno di steli che ricordano le stragi, ma lasciano a noi il compito, arduo di collegare le une alle altre.

 

Mi è sovvenuto tutto questo, leggendo la testimonianza di padre Damiano Puccini nella newsletter di Oasis di febbraio, che inizia ricordando la strage accaduta nella cittadina cristiana di Damour, in terra di Libano, il 20 gennaio 1976. Almeno 330 cristiani, comprese donne e bambini, furono trucidati da miliziani palestinesi e libanesi islamici. La storia, tuttavia, ci costringe a ricordare tutta la complessità della tragedia che si consumò in quei giorni. Appena due giorni prima, il 18 gennaio 1976, le milizie falangiste avevano invaso e distrutto il villaggio di Karantina, massacrando mille civili musulmani. I morti cristiani di Damour pagarono dunque anche il prezzo di una cieca rappresaglia. Qualche miliziano falangista giunse a giustificare il successivo massacro dei palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila, come vendetta per i morti di Damour.

 

Credo che sia dovere di tutti noi, cristiani, laici o pastori non fa differenza, avere il coraggio di far memoria della storia sotto ogni latitudine per favorire la riconciliazione su fondamenta più solide. D'altra parte abbiamo avuto un grande maestro, Giovanni Paolo II, che ha avuto il coraggio di chiedere perdono per le colpe compiute da uomini di Chiesa nel corso della Storia.

 

Dobbiamo, inoltre, avere l'umiltà di imparare dalle persone più inaspettate. Voglio ricordare quanto accadde nelle strade di Beirut nel 1982 quando arrivarono i bersaglieri dopo le stragi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Il colonnello Franco Angioni, che comandava i nostri soldati, chiese ai capi sciiti musulmani e ai capi falangisti cristiani di ordinare ai propri miliziani di non girare armati nelle strade di Beirut sotto controllo italiano. I capi delle diverse fazioni rifiutarono. Dopo qualche giorno Angioni fece arrestare e disarmare un gruppo di miliziani falangisti. Immediatamente la voce si diffuse in città, in particolare nelle zone sciite e sunnite. "I soldati italiani - si raccontava tra i musulmani - hanno arrestato dei falangisti, dei cristiani. Lo hanno fatto loro che sono dei cristiani. Questi soldati, dunque, dicono la verità: non vogliono disarmarci per favorire i nostri avversari". Dopo quel episodio carico di tensione e di incredulità, rapidamente i miliziani sciiti ma anche quelli falangisti cessarono di ostentare le loro armi nelle zone di Beirut sotto controllo italiano. Tale comportamento preservò la pace per qualche anno poi la guerra civile riprese con violenza all'inizio del 1984. Tuttavia non fu inutile anche per gli anni seguenti. Per decenni e fino ad oggi gli italiani hanno avuto in Libano il rispetto degli sciiti ed anche degli Hezbollah. Anche per quel piccolo seme, frutto di amore per la pace e gli uomini e le donne senza distinzioni.
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