Che cosa dicono il testo sacro dell’Islam, i suoi esegeti, i giuristi e le donne musulmane su una delle questioni più controverse e dibattute della tradizione islamica
Ultimo aggiornamento: 08/07/2026 09:11:14
Il velo, nelle sue molteplici forme, è tra gli aspetti della cultura islamica più dibattuti sia nei Paesi a maggioranza musulmana che in Occidente. Il suo significato si intreccia, spesso in modo complesso e controverso, con questioni legate alla tradizione e alla modernità, alla libertà individuale e al controllo della donna, all’identità e alla convivenza nelle società multiculturali. Nei Paesi occidentali in particolare, il dibattito sul velo è spesso acceso e carico di implicazioni politiche e sociali, come dimostrano le polemiche legate al suo utilizzo negli spazi pubblici.
C’è velo e velo
In Occidente si tende a usare il termine “velo” in modo generico, ma in realtà ne esistono diverse tipologie, ciascuna con caratteristiche e significati specifici. Tra i veli integrali più diffusi ci sono il niqāb, che lascia scoperti solo gli occhi ed è indossato prevalentemente nella penisola arabica, in Pakistan e in Bangladesh, e il burqa, che copre interamente il volto, inclusi gli occhi, schermati da una rete, il cui uso è stato reimposto dai Talebani in Afghanistan nel 2022. Oltre a queste tipologie più note, esistono vari veli legati alle tradizioni locali, come lo haik bouaouina, un velo integrale che lascia scoperto solo un occhio, usato in alcune zone dell’Algeria occidentale abitate prevalentemente da ibaditi, un gruppo minoritario che anche in questo modo si differenzia dalla maggioranza sunnita circostante. Questo indumento ha origini antiche: secondo la tradizione islamica esso trova fondamento in un detto riportato da Ibn ‘Abbas, considerato uno dei più autorevoli compagni di Muhammad, secondo cui Dio avrebbe ordinato alle donne credenti di coprirsi il capo con un mantello, lasciando scoperto un solo occhio quando uscivano di casa[1]. Tale varietà di stili e fogge si estende anche ai veli non integrali, che coprono soltanto i capelli lasciando libero il viso. Il più comune è l’hijāb, un foulard che copre i capelli, il collo e le orecchie. Un’altra variante è l’amīra, composto da due parti, una fascia tubolare che aderisce alla testa e un secondo strato di tessuto che si indossa sopra; c’è poi lo shayla, un velo lungo e rettangolare che viene avvolto attorno al capo e spesso fissato su una spalla; il khimār, un velo più lungo e ampio, che scende fino al petto e il chādor, un ampio mantello semicircolare che copre tutto il corpo, eccetto il visto, indossato tradizionalmente in Iran.
In questo articolo cercheremo di rispondere ad alcune tra le domande più comuni: che cosa prescrive il Corano riguardo all’abbigliamento femminile? Quali sono le disposizioni del diritto islamico? L’uso del velo è un elemento legato alla religione o alla cultura?
Che cosa si legge nel Corano
Partiamo dalla prima. Nel corso della storia, i giuristi musulmani hanno affermato il carattere obbligatorio del velo sulla base di due versetti coranici: 24,31 e 33,59.
Il primo invita le credenti al pudore, esortandole ad abbassare lo sguardo, a custodire la propria intimità, a coprire «d’un velo» «i seni» e le «loro parti belle» alla vista degli uomini con cui non sussiste un legame di sangue né un vincolo matrimoniale:
«E di’ alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni (juyūb) d’un velo (khumur, pl. di khimār) e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle loro donne, o alle loro schiave, o ai loro servi maschi privi di genitali, o ai fanciulli che non notano le nudità delle donne, e non battano assieme i piedi sì da mostrare le loro bellezze nascoste; volgetevi tutti a Dio, o credenti, che possiate prosperare!». (Cor. 24,31)
Il secondo passo coranico ordina al Profeta di esortare le musulmane, comprese le sue mogli e le sue figlie, a coprirsi con i mantelli per distinguersi dalle donne non musulmane e proteggersi da possibili offese.
«O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli (jalābīb); questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese». (Cor. 33,59)
Si noterà che i due passi coranici citati non parlano di velare il capo o i capelli, e non definiscono con esattezza le parti del corpo che devono essere coperte, lasciando ampia discrezionalità a chi è chiamato a interpretarli. È vero che vengono menzionati due capi di abbigliamento femminili, il khimār e il jilbāb, ma l’assenza di immagini o descrizioni precise dell’epoca rende difficile capire come venissero indossati questi abiti e soprattutto quali parti esatte del corpo coprissero. Il khimār è stato descritto come un vestito leggero indossato dalle donne in casa, mentre il jilbāb era probabilmente un mantello o un grande scialle che avvolgeva tutto il corpo, indossato sopra il khimār per uscire. Queste restano tuttavia delle ipotesi, basate su fonti successive.
Dal velo alla ‘awra
La questione di quali parti del corpo debbano essere coperte è stata pertanto lasciata all’interpretazione dei giuristi. Questi hanno fondato il loro ragionamento sul concetto coranico di ‘awrā, ossia le parti del corpo che, per pudore, devono essere nascoste alla vista altrui perché sessualmente attraenti. Definire che cosa è ‘awra diventa per loro decisivo per stabilire che tipo di velo le donne sono tenute a indossare.
Per alcuni giuristi, la ‘awra femminile comprende tutto il corpo, mentre per altri, che costituiscono la maggioranza, essa include tutto il corpo ad eccezione del viso e delle mani. Più precisamente, le scuole giuridiche hanafita, shafi‘ita e malikita[2] hanno convenuto sull’obbligo per le donne di coprire tutto il corpo, salvo il viso e le mani. Un elemento forte a favore di questa interpretazione è il detto con cui Muhammad proibì alle donne di coprire il viso e le mani durante il pellegrinaggio. Al contrario, i giuristi della scuola hanbalita, l’ultima della quattro scuole giuridiche a essere fondata, nata sul finire del nono secolo, e tutt’oggi seguita prevalentemente in Arabia Saudita e in Qatar, hanno esteso la nozione di ‘awra fino a comprendere anche il volto e le mani, imponendo quindi l’obbligo di coprirli integralmente. Questa opinione si fonda su un detto del Profeta riportato da al-Tirmidhī, secondo cui «tutto il corpo della donna è ‘awra».
Gli ulema contemporanei
Entrambe le interpretazioni sono state sostenute da diversi ulema e mufti fino ai giorni nostri. Ibn Baz (m. 1999), Gran muftì dell’Arabia Saudita dal 1993 al 1999 e noto per le sue posizioni ultraconservatrici, ha argomentato a favore dell’obbligatorietà del niqāb, il velo integrale, basandosi proprio sui due versetti coranici sopra citati. Riguardo al già visto versetto 31 della sura della Luce, che esorta le credenti a non mostrare le loro «parti belle» se non ai propri mariti, padri e consanguinei, Ibn Baz afferma: «Se il velo non copre [anche] il viso e le mani, allora qual è l’eccezione per i mahram [persona con cui non è lecito contrarre matrimonio]?».
Analogamente, il versetto 59 della sura delle Fazioni Alleate (la n. 33), che invita le spose e le figlie del Profeta, nonché le donne dei credenti, a coprirsi con i loro mantelli per proteggersi dagli sguardi indiscreti, sarebbe, secondo il chierico saudita, una prova dell’obbligo di coprire interamente il corpo. Poiché il versetto non specifica quali parti vadano coperte, egli conclude che l’intero corpo debba restare nascosto, poiché «il viso e le mani sono un segno della bellezza o della bruttezza, e devono essere coperti affinché non diventino fonte di tentazione».
Infine, Ibn Baz richiama il versetto 53 della stessa sura:
«E quando domandate un oggetto alle sue spose [di Muhammad], domandatelo restando dietro a una tenda (hijāb): questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori».
Il passo coranico in questione introduce il concetto di hijāb, che significa letteralmente “cortina” o “barriera”, e indica in questo contesto la separazione fisica tra le mogli del Profeta e gli uomini, con l’obiettivo di preservare la purezza dei cuori di entrambi ed evitare ambiguità nelle interazioni. Da notare che Ibn Baz interpreta il termine hijāb come velo, laddove la traduzione di Bausani lo rende con “tenda”, come suggerito dal contesto e in particolare dalla locuzione preposizionale “da dietro” (min wara’) che lo precede. Se alle mogli del Profeta – considerate la migliore generazione – fu chiesto di nascondersi integralmente alla vista altrui per preservare la loro purezza e quella degli uomini, a maggior ragione, puntualizza il chierico, ciò deve valere per le generazioni successive, meno virtuose delle prime, al fine di prevenire qualsiasi forma di corruzione morale.
In Arabia Saudita la posizione di Ibn Baz è stata rifiutata da al-Albani (m. 1999), una delle figure più influenti del salafismo contemporaneo. Nel suo libro Hijāb al-mar’a al-muslima [“Il velo della donna islamica”] al-Albani ha sostenuto che le donne non siano obbligate a coprire il viso. Questa tesi costò al grande esperto di hadīth il posto all’Università di Medina, dove aveva insegnato per un anno: il contratto non gli fu rinnovato e nel 1963 fu costretto a lasciare il Paese, nonostante l’intercessione dello stesso Ibn Baz, di cui era un protetto[3].
Qualche anno prima, l’obbligo del velo integrale fu sostenuto, tra gli altri, anche da Abu l-A‘la al-Mawdudi (m. 1979), l’influente attivista pakistano fondatore nel 1941della Jamaat-e-Islami, un movimento nato con l’obbiettivo di instaurare uno Stato islamico. Tra le sue opere figura un trattato dedicato interamente al velo in cui l’autore fonda l’obbligo di coprire il volto sul versetto coranico 33,59, avvalendosi delle esegesi di alcuni commentatori coranici dei primi secoli dell’islam. A sostegno della sua tesi, l’ideologo cita in particolare il Tafsīr [“Commentario”] di Tabarī (m. 923) e gli Ahkām al-Qur’ān [“Fondamenti del Corano”] del giurista hanafita Abū Bakr al-Jassās (m. 981). In merito al versetto 33,59, Tabarī cita un detto riportato da Ibn ‘Abbas secondo il quale «Dio ha ordinato alle donne dei credenti di coprirsi il viso stendendo sul capo i loro mantelli»[4], mentre al-Jassās sostiene che «in questo versetto vi è una prova del fatto che alla donna è stato ordinato di nascondere il volto agli estranei e coprirsi in modo tale da esprimere modestia quando esce, affinché i malintenzionati non la desiderino»[5]. Mawdudi sostiene inoltre che questa sia stata l’unica interpretazione del versetto accettata dal tempo del Profeta fino all’VIII secolo, lasciando intendere che altre interpretazioni sarebbero innovazioni successive[6].
Secondo il pensatore indo-pakistano, la pratica di coprire il volto trova conferma anche in alcune tradizioni attribuite al Profeta, riportate nelle raccolte di hadīth di Abū Dāwūd e al-Tirmidhī. A sostegno della sua tesi, Mawdudi cita il detto con cui Muhammad proibì alle donne di coprire il viso e le mani durante il pellegrinaggio, lo stesso che per le scuole giuridiche malikita, shafi‘ita e hanafita è una prova della non obbligatorietà del velo integrale. Mawdudi lo interpreta invece come un’indicazione implicita del fatto che, nella vita quotidiana, il velo integrale fosse una pratica consolidata e dunque, obbligatorio. L’ampia diffusione del pensiero di Mawdudi in contesti tradizionalmente hanafiti, la cui visione dominante non considera obbligatorio il velo integrale, contribuisce probabilmente a spiegare perché in Paesi come il Pakistan, l’Afghanistan e il Bangladesh l’uso del niqāb e del burqa sia particolarmente radicato.
Di segno opposto è invece il parere di un’altra figura di riferimento della galassia islamista, il predicatore di origini egiziane Yusuf al-Qaradawi (m. 2022). Nel suo trattato Il lecito e il proibito, il global mufti, appellativo con cui Qaradawi è noto per la diffusione mondiale del suo insegnamento, ha ribadito l’obbligo per le donne di indossare il velo, ma ha specificato che esso deve coprire solo «la testa, il petto, la gola e il collo» lasciando liberi il viso e le mani che, nella sua visione, non rientrano nella definizione di ‘awra[7]. In un’intervista rilasciata nel 2010, Qaradawi ha confermato la non obbligatorietà del niqāb. Ha però riconosciuto che nella giurisprudenza islamica esiste una corrente consolidata che lo considera obbligatorio e pertanto il fatto di indossarlo non può essere a suo avviso ritenuto un’innovazione indebita (bid‘a) o una pratica priva di fondamento nell’islam. Secondo la sua interpretazione, se una donna è convinta che il volto rientri nella definizione di ‘awra, deve essere libera di coprirlo integralmente.
Qaradawi è stato peraltro l’ideatore del concetto di «giurisprudenza delle minoranze», un diritto pensato per i musulmani che vivono in contesti a maggioranza non islamica. In merito all’obbligo di indossare il velo per le musulmane che risiedono nei Paesi occidentali, il global mufti ha applicato il principio secondo cui la necessità può rendere lecito astenersi dal seguire una pratica che normalmente sarebbe obbligatoria. Nella fattispecie, ha affermato che una donna può essere esentata dall’indossare il velo integrale se il Paese in cui vive ne impone il divieto assoluto o lo vieta in determinati luoghi, come negli uffici pubblici o nelle scuole.
Più moderato sulla questione è invece il Grande Imam della moschea-università cairota di al-Azhar Ahmed al-Tayyib, che si è espresso più volte sul tema. Nel 2017, ad esempio, nel corso del suo programma “L’imam al-Tayyib”, andato in onda quotidianamente durante il mese di Ramadan, lo shaykh ha dichiarato che l’hijāb è un obbligo per tutte le donne musulmane come stabilito dal Corano e dal consenso della comunità islamica. Tuttavia, ha anche precisato che una donna che non indossa il velo non può essere considerata una miscredente: è semplicemente una peccatrice, anche se la mancata osservanza dell’hijāb non rientra tra i peccati gravi. Quanto al niqāb, al-Tayyib ha escluso che si tratti di un obbligo religioso: «Non è un obbligo, né una consuetudine, né un atto raccomandato, ma è lecito». Il Grande Imam conclude che indossarlo non comporta né un merito né una colpa, ma è paragonabile a un ornamento personale, come un anello, e rientra nell’ambito delle pratiche ammesse ma non obbligatorie.
Il velo nella teologia sciita contemporanea
Nel contesto dell’Islam sciita emergono due visioni distinte riguardo all’uso del velo. Da un lato, c’è la posizione dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, leader della Rivoluzione islamica del 1979 in Iran e promotore di un modello teocratico rivoluzionario in cui il potere politico e l’autorità religiosa coincidono. In questa prospettiva, lo Stato ha il compito di garantire la moralità pubblica, esercitando un controllo diretto sulla società e rendendo obbligatorie le prescrizioni religiose, tra cui il velo non integrale. L’Iran è tuttora l’unico Paese islamico, insieme all’Afghanistan, in cui il velo è imposto per legge, un obbligo introdotto dopo la Rivoluzione del 1979. Per Khomeini, la separazione tra uomini e donne e l’osservanza della modestia sono infatti centrali per preservare l’ordine islamico nella società. Nella sua visione, il velo assume dunque un significato che va oltre il precetto religioso: esso è il simbolo della rivoluzione, della riaffermazione dell’identità islamica e della resistenza all’influenza culturale occidentale.
Dall’altro lato, si colloca la visione dell’Ayatollah ‘Ali al-Sistani, massima autorità sciita in Iraq, rappresentante di un Islam meno attivo politicamente, secondo il quale il clero deve limitarsi a offrire una guida spirituale alla comunità, senza intervenire direttamente nel governo né trasformare la religione in uno strumento di controllo della società. Sebbene consideri il velo un dovere religioso per le donne, Sistani respinge ogni forma di coercizione da parte dello Stato. A suo avviso, l’adesione ai principi islamici deve derivare dalla convinzione personale, non da un’imposizione statale. Inoltre, Sistani non prescrive un tipo specifico di velo, ma si limita a stabilire che la donna debba coprire il corpo con abiti ampi e non trasparenti, lasciando scoperti solo il volto e le mani, come chiarisce in questa fatwa: «È obbligatorio per la donna coprire tutto il corpo agli estranei, eccetto il viso e le mani. L’abbigliamento non deve essere considerato un ornamento, né rivelare il fascino della donna». La sua posizione riflette dunque un approccio più personale, spirituale e meno politicizzato rispetto a quello khomeinista.
Prendono la parola le donne
A queste interpretazioni rigoriste si contrappongono quelle femministe, emerse agli inizi del secolo scorso e andate diffondendosi sempre più negli ultimi trent’anni in tutto il mondo a maggioranza islamica. Una delle voci più influenti del femminismo islamico contemporaneo è quella di Asma Lamrabet, intellettuale marocchina e autrice di Islam et femmes. Les questions qui fâchent (“Islam e donne. Domande scomode”). Nel volume l’autrice contesta alcune esegesi del Corano affermatesi nel corso dei secoli che avrebbero travisato lo spirito originario del Testo sacro islamico finendo per relegare le donne in una dimensione di subordinazione agli uomini.
Lamrabet confuta innanzitutto l’interpretazione tradizionale del versetto 33,53, che attribuisce al termine hijāb il significato di “velo”, come abbiamo visto nell’esegesi di Ibn Baz. Nel Corano, questa parola compare sette volte, sempre con il medesimo significato di «separazione» o «cortina» che cela qualcosa alla vista – Muhammad ai miscredenti (Cor. 17,45), Dio agli uomini (Cor. 42,51), le mogli del Profeta agli altri uomini (Cor. 33,53) – ma non indica mai un capo di abbigliamento. Inoltre, Lamrabet sottolinea che le circostanze della rivelazione di questo versetto, avvenuta in occasione del matrimonio di Muhammad con Zeynab, suggeriscono che il suo scopo fosse preservare l’intimità familiare del Profeta e insegnare agli arabi dell’epoca la riservatezza e la discrezione. In questo contesto, pertanto, hijāb non indicherebbe né un codice di abbigliamento particolare, né che le spose di Muhammad dovessero essere isolate dal resto del mondo, ma designa semplicemente la separazione tra vita pubblica e privata, spiega ancora la studiosa.
L’unico versetto coranico che indica chiaramente un capo d’abbigliamento assimilabile a un velo è a suo avviso 24,31, che invita le donne a coprirsi «il seno» «d’un velo (khimār)». Al tempo del Profeta, puntualizza Lamrabet, khimār indicava un foulard o uno scialle che le donne usavano indossare già in epoca preislamica, lasciando però scoperti il collo e la parte superiore del petto. Il Corano invita semplicemente a coprire anche quelle parti quando si è in pubblico.
Secondo la studiosa marocchina, lo slittamento semantico del termine hijāb e il suo uso improprio come sinonimo di velo non è innocente, ma riflette una visione patriarcale della società funzionale a determinati interessi politici e radicata erroneamente nella fede islamica[8]. La confusione tra hijāb e khimār avrebbe portato alla distorsione del loro significato originario: mentre khimār simboleggia la visibilità sociale e la partecipazione attiva delle donne nella società, hijāb – nell’accezione distorta di velo – è stato interpretato come segno di separazione dei sessi e di relegazione delle donne alla sfera privata. Nel tempo, il velo è diventato, nelle parole di Lamrabet, «un potente simbolo del deterioramento dello status giuridico delle donne musulmane, isolandole dallo spazio pubblico». L’autrice accusa giuristi ed ulema di aver creato un nuovo codice sociale volto a legittimare, in chiave religiosa, la separazione tra uomini e donne.
Accanto a queste letture riformiste, esistono anche delle interpretazioni femminili radicate nella tradizione. Espressione di questo orientamento è, tra le altre, shaykha Safia Shahid, una studiosa di scienze religiose, cresciuta nel Regno Unito e attualmente preside del Women’s Muslim College di Birmingham. Shahid evidenzia come, in Occidente, lo hijāb venga spesso percepito come un simbolo di oppressione, mentre per molte donne musulmane esso rappresenta una scelta consapevole ed è espressione della loro fede. La studiosa ricorda peraltro che la pratica del velo è presente anche in altre tradizioni religiose abramitiche, come quella cristiana ed ebraica ortodossa.
Una pluralità di posizioni
In conclusione, il Corano lascia ampio margine di interpretazione riguardo all’uso del velo e alle parti del corpo che esso deve coprire. Questa discrezionalità ha dato origine, nel corso dei secoli, a letture contrastanti che hanno alimentato il dibattito e lo scontro tra visioni culturali e religiose differenti. La maggioranza dei giuristi e degli ulema (tutti uomini) concorda nel considerare obbligatorio il velo che copre solo i capelli, mentre una minoranza di religiosi sostiene l’obbligatorietà del velo integrale. Entrambe le visioni sono contestate dalle femministe islamiche, che accusano i loro sostenitori di aver consapevolmente travisato il significato del Corano per giustificare una struttura sociale in cui la sfera pubblica è appannaggio esclusivo degli uomini, mentre le donne sono relegate alla sfera privata.
Infine, è utile ricordare che il velo può assumere significati diversi a seconda del contesto geografico e storico. Nei Paesi a maggioranza islamica in cui prevale un’interpretazione rigorista, come l’Arabia Saudita, l’Afghanistan, il Pakistan e il Bangladesh, il niqāb o il burqa vengono indossati o imposti con l’intenzione di nascondere la persona alla vista altrui. Nelle società occidentali, dove il dibattito sull’esposizione in pubblico dei simboli religiosi è particolarmente acceso, il velo può assumere una funzione diversa per chi lo indossa, che non è più quella di celare, ma di mostrare e rivendicare la propria identità religiosa, la cui visibilità nello spazio pubblico è spesso oggetto di contestazione.
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Abbiamo bisogno di te
Dal 2004 lavoriamo per favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani e studiamo il modo in cui essi vivono e interpretano le grandi sfide del mondo contemporaneo.
Chiediamo il contributo di chi, come te, ha a cuore la nostra missione, condivide i nostri valori e cerca approfondimenti seri ma accessibili sul mondo islamico e sui suoi rapporti con l’Occidente.
Il tuo aiuto è prezioso per garantire la continuità, la qualità e l’indipendenza del nostro lavoro. Grazie!
[1] Questa tradizione è stata ripresa nel 2008 da un chierico saudita, Muhammad al-Habadan, che, durante il programma “Notti di Ramadan”, trasmesso sul canale al-Majd, ha esortato le donne a indossare questo tipo di velo per evitare di sedurre gli uomini con lo sguardo. Le dichiarazioni gli hanno attirato una pioggia di critiche, aggravando la sua posizione agli occhi delle autorità saudite, alle quali era già inviso a cause delle sue simpatie verso i Fratelli musulmani, ciò che gli è valso un lungo periodo di prigione (dal 2017 al 2024).
[2] La più antica tra le quattro scuole giuridiche sunnite, la scuola hanafita è seguita prevalentemente in Turchia e nei territori dell’ex impero ottomano, in Asia centrale e nel subcontinente indiano. La scuola malikita è diffusa in nord Africa e Africa occidentale, quella shafi‘ita in Egitto, in Africa orientale e Indonesia mentre la scuola hanbalita è seguita principalmente nella penisola arabica.
[3] Roel Meijer (a cura di), Global Salafism. Islam’s New Religious Movement, Columbia University Press, New York 2009, p. 66.
[4] Abu l-A‘la al-Mawdudi, Al-Hijāb, Dār al-fikr, Dimashq 1964, 2a ed., p. 300.
[5] Ibi, p. 301.
[6] Ibi, p. 303.
[7] Yusuf al-Qaradawi, Al-halāl wa-l harām fī-l islām, Maktabat Wahba, al-Qāhira 2012, p. 498.
[8] Asma Lamrabet, Islam et femmes. Les questions qui fâchent, En toutes lettres, Casablanca 2017, p. 161.