Missionario comboniano e tra i più autorevoli studiosi del mondo arabo-islamico, Abūnā (padre, in arabo) Giuseppe Scattolin vedeva nella mistica uno spazio privilegiato d’incontro tra tradizioni religiose. Lascia un’eredità scientifica e umana di grande ampiezza e profondità

Ultimo aggiornamento: 05/05/2026 16:06:17

Un breve accenno biografico

Abūnā Giuseppe Scattolin è stato uno dei più importanti missionari comboniani e studiosi del mondo arabo-islamico. Come il Giuseppe biblico e come Yūsuf, suo corrispettivo coranico, era un grande sognatore. Nel nostro ultimo incontro, a Rebbio, benché provato fisicamente, mi parlava ancora con entusiasmo del suo desiderio di vedere tradotti in italiano i principali testi del sufismo (mistica islamica) cosiddetto “classico”.

Giuseppe era nato a Pinzolo (Trento) nel 1942. Aveva compiuto gli studi di teologia a Roma negli anni ’60, in un clima di profondo rinnovamento che segnò in modo decisivo il suo approccio: da un lato un solido spirito critico, dall’altro una reale apertura all’alterità religiosa. Ordinato sacerdote nel 1968, partì poco dopo per la scuola di lingue di Bikfaya, in Libano, con una certezza chiara: imparare l’arabo[1].

Dopo la formazione linguistica, giunse in Sudan, dove entrò nel Dipartimento di Lingua e Letteratura araba della sede di Khartoum dell’Università del Cairo. Proseguì quindi con un dottorato al Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici (PISAI, 1986), sotto la direzione di Robert Caspar, dedicato al poeta sufi ‘Umar Ibn al-Fārid (m. 1234).

Il suo lavoro scientifico si concentrò all’epoca soprattutto sui versi di questo amato poeta e mistico, di cui ha offerto la più valida edizione critica esistente, insieme alla ricostruzione della trasmissione e ricezione del testo, nonché a una lettura fondata su un’analisi rigorosa del linguaggio, volta a restituire dall’interno la coerenza dell’esperienza spirituale espressa nei testi. A questo sì è unito inoltre un impegno nello studio sistematico del lessico dell’amore mistico e delle sue trasformazioni.

Dall’anno successivo al suo dottorato subentra allo stesso Caspar nell’insegnamento del sufismo al PISAI, incarico che ha ricoperto per quasi trent’anni, mantenendo però come base l’istituto Dār Comboni (Cairo), che resterà la sua casa per oltre quarant’anni di vita egiziana. Una scelta coerente con una convinzione per lui decisiva: insegnare il mondo arabo-islamico nel mondo arabo-islamico.

Nel corso della sua vita ha sempre coniugato l’insegnamento con una continua attività di ricerca e formazione, anche all’estero (Yale e Università di Londra), ma soprattutto ha costruito una fitta rete di relazioni nel mondo intellettuale arabo. Più dei riconoscimenti accademici, che pure non mancarono in Egitto e in Italia, Scattolin considerava centrali gli incontri spirituali. Tra questi ricordava, su questo stesso sito, l’invito, nel 2011, a parlare di mistica islamica – lui, sacerdote cattolico – davanti a un grande raduno sufi nell’Alto Egitto: un’esperienza che incarnava concretamente quella possibilità di dialogo tra religioni che aveva sempre cercato.

 

L’Antologia: un ricordo personale

Già negli anni ’90 Giuseppe aveva proposto al pubblico italiano una prima introduzione al sufismo attraverso una serie di volumi divulgativi, ma fu soprattutto con l’antologia al-Tajalliyāt al-rūḥiyya fī l-islām (2009), curata insieme ad Ahmad Hasan Anwar e introdotta dal Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyib, che questo progetto prese una forma più compiuta in arabo. L’opera, che raccoglie testi sufi dei primi secoli dell’Islam, si proponeva di unire rigore accademico e apertura a un pubblico arabofono ampio, mostrando al contempo la possibilità di un dialogo tra tradizione arabo-islamica e “occidentale”.

Questo progetto trovò poi un ulteriore sviluppo nell’impresa, ancora più ambiziosa, di un’antologia in lingua italiana, pensata come lavoro collettivo e destinata a raccogliere testi sufi non solo della tradizione araba, ma anche di quella persiana e turca. Ha visto finora la luce solo il primo volume (Manifestazioni spirituali nell’Islam. Parte I: Nascita e sviluppo del sufismo nei secoli I/VII–III/IX, 2021), 582 pagine che testimoniano non solo la vastità del progetto, ma anche la rete di allievi e studiosi che Giuseppe ha contribuito a formare.

Sarò sempre grato per la possibilità che mi offrì di lavorare con lui a questo primo volume. Tutto avvenne con sorprendente rapidità, fin dal nostro primo incontro al Cairo: avevo venticinque anni ed ero giunto a Dār Comboni per perfezionare il mio arabo. Ero, naturalmente, impaziente di conoscere e di imparare da uno dei maggiori studiosi di sufismo. Abūnā Scattolin mi accolse con grande semplicità e, già in quel primo incontro, mi parlò del lavoro che stava portando avanti per l’edizione italiana riveduta e ampliata delle Tajalliyāt. Mi propose di tradurre alcuni passaggi dell’Interprete dei desideri (Tarjumān al-ashwāq) del celebre sufi Ibn al-ʿArabī (m. 1240), destinati al terzo volume dell’opera. Accettai con gioia, per poi ritrovarmi a curare con lui l’intero primo volume.

Lavorando insieme, una cosa mi colpì più di tutte: quanto Giuseppe era divenuto, a tutti gli effetti, egiziano. Lo si percepiva anche nelle bozze, negli “scarti” d’italiano, nelle inflessioni e nelle arabizzazioni. Dopo quarant’anni al Cairo, aveva davvero realizzato il suo desiderio di “incarnarsi” in quella lingua e quel mondo che tanto amava.

Lascerò ad altri, più competenti, una valutazione complessiva del suo contributo al dialogo interreligioso, su cui scrisse sia in italiano che in arabo, con l’importante Ta’mmulāt fī l-tasawwuf wa-l-hiwār al-dīnī – min ajl thawra rūhiyya mutajaddida (“Riflessioni sul sufismo e il dialogo interreligioso – Per una rivoluzione spirituale continuamente rinnovata”). Mi limiterò qui a tratteggiare, a mo’ di divertissement islamo-cattolico, alcune delle sue convinzioni profondamente cristiane, che sapeva però leggere alla luce della sua vasta conoscenza del sufismo.

Anzitutto, la mistica come luogo privilegiato di incontro, capace di aprire all’alterità e di generare un autentico nutrimento reciproco, indispensabile per una convivenza pacifica nel villaggio globale. Giuseppe amava infatti ripetere che il futuro «o sarà mistico o non sarà», facendo eco a una linea di pensiero – quella di Karl Rahner – che vede nell’esperienza viva e diretta di Dio l’unico fondamento possibile dell’identità religiosa. La mistica, per lui, era prima di tutto un percorso interiore, un “intra-dialogo” necessario per aprirsi poi all’incontro con l’altro, principio necessario per salvaguardare “l’umano in noi.” La mistica, dunque, come ricerca del Vero e del Reale: una ricerca dinamica e dialogica, che unisce senza irrigidirsi in un concetto statico. In questa prospettiva, l’esperienza religiosa si amplia, si approfondisce e si apre all’orizzonte plurale delle religioni.

Tra gli approcci alla teologia delle religioni, prediligeva una prospettiva pneumatologica, aperta e dinamica. «Lo Spirito soffia dove vuole», scriveva, «credo sia meglio lasciarlo soffiare […] e preghiamo che esso penetri all’interno di tutti». Un’immagine evangelica che accostava volentieri agli insegnamenti del prologo del Mathnawī di Jalāl al-Dīn Rūmī, dove l’essere umano è la canna recisa dal canneto: separata dalla sua origine, solo se svuotata di sé può lasciarsi attraversare dal soffio divino e risuonare nel canto nostalgico del ritorno al Vero.

Allo stesso tempo, da profondo conoscitore della tradizione più marcatamente ascetica dell’Islam, insisteva sulla centralità del pentimento (tawba) e della sincerità dell’intenzione (sidq al-niyya) come prerequisiti fondamentali di ogni percorso interreligioso autentico: non può esserci vero dialogo senza confessare come la storia concreta delle tradizioni religiose sia stata da sempre attraversata da violenze e contraddizioni, e che siamo dunque tutti complici del male e bisognosi di redenzione.

Rifiutava ogni forma di tribalismo religioso e aspirava a una santità universale: i santi del futuro, sosteneva, dovranno essere fratelli e sorelle di tutti, oltre ogni “appartenenza”. Sintetizzava questa sua idea attraverso una delle tante hikāyāt (parabole edificanti della tradizione islamica) che attribuiva, con libertà tipicamente sufi, al Dalai Lama: «Quando gli chiesero quale fosse la religione migliore, rispose: quella che rende le persone migliori». In questo senso, amava riassumere il suo ideale in una sorta di “pentagramma umano”: misericordia e amore, verità e giustizia, e infine pace. Si può forse leggere in questa sintesi un doppio incrocio e un esito: da un lato, la misericordia – nucleo semantico del Corano – e l’amore – cuore del Vangelo; dall’altro, la prassi della verità, che libera l’ecclesia cristiana, e quella della giustizia, principio ordinatore della umma islamica. Infine, il risultato: pace. Oggi, in effetti, servirebbe.

Proprio il giorno del dies natalis di Giuseppe, al 236° incontro dell’American Society for Premodern Asia, tenutosi a Los Angeles, un professore musulmano mi ha chiesto se conoscessi un sacerdote del Cairo che aveva lavorato su Ibn al-Fārid: stava per citarlo e voleva sapere come pronunciarne correttamente il nome in italiano: “Jusebbi Scattòlin?”. Appresa la notizia della sua morte, ho ripensato al nostro ultimo incontro e ho riletto gli ultimi messaggi scambiati: a gennaio 2026 gli avevo inviato la foto di una moschea, ormai in rovina, che si confonde con la montagna di al-Muqattam, sopra il Cairo. Gli scrivevo: «Moschea Shahin al-Khalawati al Cairo, o quello che rimane… poco sotto, so bene che lo sai, si trova la tomba di un famoso mistico…». La sua risposta non tardò ad arrivare: «Grazie. Il mio Ibn al-Farid. Auguri e preghiere».

A giugno tornerò al Cairo, per una conferenza dal titolo Of Priests and Sufis (“Di Sacerdoti e di Sufi”). Saprò di chi parlare durante l’intervento, e quale mausoleo tornare a visitare, recitando quei versi che i pellegrini ancora oggi pronunciano presso quella tomba, e con cui Giuseppe aveva aperto uno dei suoi studi più noti:

Passa presso il cimitero ai piedi di al-ʿArīd,
e dì: pace su di te, o Ibn al-Fārid!
Tu hai mostrato, nel tuo Nazm al-sulūk, meraviglie,
hai disvelato un mistero profondo, custodito con cura.
Hai bevuto da un mare d’amore e di intimità,
e ti sei abbeverato a un oceano immenso e senza fine. [2]

Riposa in pace, Abūnā

 

Alcuni degli articoli che padre Giuseppe Scattolin ha scritto per Oasis

Sufismo e dialogo interreligioso: per una rivoluzione spirituale continua

Il sufismo spiegato da un prete

Quella domanda che fonda l’essere umano

Esplorando l’interiorità umana

 


[1] Si veda il suo racconto autobiografico: Giuseppe Scattolin, Spiritual Paths as Ways of Dialogue, in Christian W. Troll e C. T. R. Hewer (a cura di), Christian Lives Given to the Study of Islam, Fordham University Press, New York 2012, pp. 200-210.

[2] The mystical experience of ‘Umar Ibn al-Fārid or the realization of self (anā, I): the poet and his mystery, «The Muslim World», vol. 82, nn. 3-4 (1992), p. 274. L’originale arabo esiste in numerose varianti.