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Religione e società

Inculturazione e inter-culturalità in Giovanni Paolo II e in Benedetto XVI

Trent’anni sono trascorsi da quando il termine “inculturazione” è stato utilizzato per la prima volta in un documento pontificio (Catechesi tradendae, n. 53, ottobre 1979). Da allora il termine e il concetto di inculturazione si sono guadagnati un posto di primo piano nei discorsi dei Papi dedicati alla missione, all’evangelizzazione e al dialogo interculturale e interreligioso.

 

 

Sin dalle sue origini – a partire dal passaggio dal mondo giudaico al mondo ellenistico – la Chiesa conosce la molteplicità delle culture. Nel corso del XX secolo l’irruzione della complessità e del pluralismo culturale è stata accolta, pensata e analizzata dal Magistero della Chiesa. A questo proposito il Concilio Vaticano II tratta abbondantemente dei rapporti tra fede e cultura nella Costituzione Gaudium et Spes (cfr. n. 53), che fornisce peraltro un’analisi minuziosa di come, nel mondo moderno, lo sviluppo scientifico e l’emergere delle scienze sociali, combinati con fenomeni come l’industrializzazione e l’urbanizzazione abbiano fatto nascere una nuova forma di cultura di massa.

 

 

Il senso della parola inculturazione è andato poco a poco formandosi insieme ad altri vocaboli come “acculturazione”, “transculturazione” “enculturazione”. L’acculturazione è l’incontro delle culture e il cambiamento provocato da tale incontro. La transculturazione designa invece un insieme di elementi presenti in tutte le culture oppure il trasferimento etnocentrico e unidirezionale di taluni elementi da una cultura all’altra. Infine la nozione di enculturazione, coniata da Herskovits nel 1948 (Man and His Works, New York 1952) rinvia al processo di apprendimento con il quale un individuo fa sue le caratteristiche della cultura in cui è immerso e, in senso più esteso, alla trasmissione della cultura da una generazione all’altra. Enculturazione è sinonimo di “socializzazione”.

 

In Redemptoris Mission, al numero 52, Papa Giovanni Paolo II riprende la definizione dell’Assemblea straordinaria del Sinodo del 1985 per definire l’inculturazione come «l'intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l'integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture». L’inculturazione si caratterizza dunque per un doppio movimento: da una parte un movimento dialogico diretto verso le culture, che passa per l’incarnazione del Vangelo e la trasmissione dei suoi valori; d’altra parte un movimento orientato verso la comunità ecclesiale che si traduce nell’introduzione al suo interno di valori presenti nella cultura che essa incontra. Si dà allora una fecondazione reciproca.

 

 

In altri termini, l’inculturazione pone due problemi correlativi : quello dell’evangelizzazione delle culture e quello della comprensione culturale del Vangelo. È proprio questo movimento che faceva dire a Giovanni Paolo II nel 1982: «La sintesi tra cultura e fede non è solo un'esigenza della cultura, ma anche della fede... Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del MEIC, 16 gennaio 1982).

 

L’inculturazione cioè non un atto ma un processo che si iscrive nel tempo. Si tratta di un processo attivo che esige riconoscimento reciproco e dialogo, coscienza critica e discernimento, fedeltà e conversione, trasformazione e crescita, rinnovamento e innovazione.

 

 

In realtà, se vogliamo capire cosa è veramente in gioco nel processo chiamato “inculturazione”, chiarire i rapporti tra fede e cultura e cogliere il modo in cui la fede cristiana si diffonde nel mondo entrando in contatto con tutte le culture, siamo condotti a chiederci cosa designa lo stesso termine “cultura”. Che cos’è in fondo la cultura? In che termini ne parla il Magistero della Chiesa? Potremmo affermare, con una prima definizione, che la cultura è l’insieme dei mezzi dispiegati dall’uomo per diventare più virtuoso e più ragionevole al fine di accedere pienamente all’umanità. Nel suo significato più integrale la cultura si definisce per un’apertura al divino e, ultimamente, per una dimensione religiosa. Nel 1993, nel quadro di un discorso pronunciato ai Vescovi dell’Asia, l’allora Cardinal Ratzinger dichiarava: «non dovremmo più parlare di “inculturazione”, ma di incontro di culture o di “interculturalità”».

 

 

Per Benedetto XVI, l’interculturalità «appartiene alla forma originaria del cristianesimo» e implica sia un’attitudine positiva verso le altre culture e verso le altre religioni che ne costituiscono l’anima sia un’opera di purificazione e una “taglio coraggioso” indispensabile a ogni cultura che voglia restare aperta e viva.

 

 

Così descritto, l’incontro tra culture è reso possibile da due presupposti. Il primo è l’universalità della legge naturale. Malgrado tutte le differenze che li separano, gli uomini hanno in comune un’unica natura: la loro ragione è aperta alla Verità. Il secondo presupposto è l’idea secondo la quale la fede cristiana, che nasce dalla rivelazione della verità, produce quello che potremmo chiamare “la cultura della fede”, la cui caratteristica è quello di potersi trovare in qualsiasi popolo o soggetto culturale. Non esiste dunque una fede neutra, astratta da ogni tipo di cultura, che possa innestarsi in differenti contesti religiosamente indifferenti. La fede cristiana non si identifica con nessuna cultura determinata. Essa è intrinsecamente legata un certo pluralismo.

 

 

Il dialogo tra le culture e le religioni – uno dei cardini del pontificato di Giovanni Paolo II – caratterizza oggi l’azione di Benedetto XVI, che, ben prima della sua elezione, ha dedicato buona parte della sua riflessione a questo tema.

 

 

Nel 1975 l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi affrontava già la questione del rapporto tra Vangelo e cultura. È proprio nella scia di Evangelii Nuntiandi che Papa Giovanni Paolo II ha utilizzato l’espressione “inculturazione” per sottolineare il fatto che, essendo vissuto da uomini e donne sempre legate a culture specifiche, il Vangelo trascende tutte le culture.

 

 

Il tema dell’apertura delle culture ai valori universali è stato sviluppato nel documento Fede e inculturazione (1988) della Commissione teologica internazionale, di cui il Cardinal Ratzinger è stato presidente dal 1982. Si attribuisce al concetto di inculturazione una varietà di significati che includono non solo lo sforzo della Chiesa per far penetrare il Vangelo in ogni contesto socio-culturale, ma anche la sua influenza sulle culture alla quale è legata «l’idea di crescita, di reciproco arricchimento delle persone e dei gruppi, in virtù dell’incontro del Vangelo con un ambiente sociale».

 

 

Il Cardinale Joseph Ratzinger ha dunque sostenuto la necessità di abbandonare la prospettiva dell’inculturazione per passare a quello dell’interculturalità. Benedetto XVI conferma il fatto che l’inculturazione della fede è una necessità senza compromettere la specificità e l’integralità della fede. Tuttavia, per lui, il rapporto tra la Chiesa e le culture implica altri aspetti, in particolare un’opera di evangelizzazione che richiede un’azione di discernimento critico. Esprimendo una preoccupazione che gli è propria, Benedetto XVI ha invocato a più riprese «una riflessione che mostri la ricchezza dell'unica verità nella pluralità delle culture» (Discorso in occasione del XXV anniversario del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, 11 maggio 2006).

 

 

Qualcuno ha detto che una pagina di storia vale più di un volume di teorie. Ma, considerando il fatto che teoria e prassi sono correlative, propongo, per concludere, di considerare il modello dell’inculturazione alla luce del modello dell’Incarnazione, la cui peculiarità è quella di assumere per trasfigurare.

 

 

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