Dissidente storico esule a Parigi, Michel Kilo attende la fine della guerra per tornare a casa

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Ultimo aggiornamento: 02/07/2024 12:52:32

Dissidente storico esule a Parigi, Michel Kilo attende la fine della guerra per tornare a casa. Convinto che nel popolo sia maggioritaria la spinta democratica originaria nonostante le capillari infiltrazioni jihadiste, spera nella caduta di Assad. Quindi nell’inizio di quella libertà per cui lotta fin da giovane.

 

Intervista a cura di Maria Laura Conte

 

Sul suo volto di ultrasettantenne sono riconoscibili i segni profondi di una vita intera spesa per un ideale assunto fin da ragazzo: la passione, mai doma, per il suo Paese e per il destino del suo popolo. Risponde alle domande di Oasis seduto al tavolino di un caffè in Boulevard Montparnasse.

 

Lei ha una lunga storia di opposizione al regime di Asad. Da dove nasce in Lei questa posizione?

Da giovane ero comunista, e sono restato per tutta la vita discepolo di Karl Marx. Ma del Marx giovane – non di quello sovietico –, del pensatore che ha tentato di definire le condizioni reali nelle quali l’essere umano può liberarsi. Ho dedicato tutta la mia vita a questa questione centrale: la libertà dell’essere umano, a partire dalla sua volontà e dalle sue capacità.

 

E come si riflette questa scelta nel suo sguardo sulla Siria?

Per me il regime siriano è il contrario della libertà, è un regime che ha annullato la società per rafforzare il proprio potere, che ci ha obbligati a vivere a ogni livello in condizioni disumane. Ha sottratto agli esseri umani tutto ciò che avevano. Siamo schiavi di un uomo che si crede Dio. Il Dio che è in cielo ci lascia la possibilità di vivere come vogliamo, e alla fine ci farà delle domande. Ma il nostro dio che è alla presidenza non perdona, vuole obbligarci a vivere una vita da schiavi.

 

Come l’ha cambiata, se l’ha cambiata, l’esperienza del carcere?

In un regime come quello che ho descritto, la vita a casa era una sorta di prigione e la vita in prigione era la vera vita. Il regime in Siria ha elaborato dei progetti economici. Sono tutti in perdita, tranne le carceri, perché i carcerati e i loro parenti sono obbligati a dare ai dirigenti tutto ciò che hanno. La vita in prigione è perciò la vita naturale e la vita all’esterno è la vita sotto sorveglianza. È questa, potremo dire, l’essenza della vita sotto il regime: i cittadini sono in prigione, anche quando sono a casa propria. In Siria ci sono organizzazioni popolari per la sicurezza. Ai nostri figli a scuola si facevano domande del tipo «che canale guardiamo alla televisione?», «che cosa diciamo a casa?». L’Unione degli scrittori osserva gli scrittori, l’Unione dei lavoratori osserva i lavoratori. Si è sempre sorvegliati, oppure ci si sorveglia da sé. Se si scrive un articolo, si scelgono le parole: una parola è pericolosa, l’altra può essere interpretata in modo errato. Si diventa guardiani della propria prigione. Quando mi hanno liberato mi hanno detto: «Fa’ attenzione, la tua vita vale 3 centesimi siriani», cioè il prezzo di una cartuccia. Davanti a casa nostra c’era sempre una macchina con due o tre persone dentro e potevamo vedere ogni notte le loro sigarette accese. Credo che tutti i siriani trascorrano la propria vita nella paura.

 

Nel 2005 lei ha lanciato la Dichiarazione di Damasco che puntava a unire le opposizioni al regime, al di là delle differenze ideologiche, intorno a un progetto condiviso di Stato democratico. Una piattaforma del genere è ancora valida?

È sempre giusto chiedere la democrazia, la libertà personale. Per noi la democrazia significa vita, rinascita della nostra società. La democrazia e la libertà personale sono la sola soluzione, oggi, domani e sempre. Aristotele ha definito l’uomo come un essere sociale, un soggetto libero che merita la libertà. Credo che l’errore del marxismo sia stato quello di legare l’uomo alla sua origine sociale, quando l’esistenza umana andava legata alla libertà, come in Aristotele. Per me è questa la vera definizione della società civile. La dichiarazione di Damasco è stata costruita attorno a questa idea: come liberare l’uomo e come convincere il cittadino siriano che ha diritto a essere un soggetto libero e che la sua libertà deve essere rispettata dal potere.

 

La descrizione che fa della Siria, dell’oppressione, della paura, della sorveglianza, fa pensare alla vita sotto i totalitarismi comunisti…

Di fatto è la stessa esperienza, con la differenza che nei Paesi comunisti c’era una ‘asabiyya [spirito di clan] politica, mentre da noi c’è una doppia ‘asabiyya, una ‘asabiyya confessionale che si esprime come una ‘asabiyya politica. In Siria la battaglia è diventata molto rapidamente confessionale perché il regime è costruito su basi confessionali. È un regime che si esprime politicamente in modalità diverse, ma che si comprende come un regime mafioso.

 

Il giornalista italiano Quirico, rapito e tenuto prigioniero dai ribelli per alcuni mesi, ha dichiarato all’indomani della sua liberazione che «è come se Dio avesse consegnato la Siria al demonio». Che cosa pensa della presenza jihadista in Siria?

Credo che sia una realtà. Nella storia moderna non c’è Stato dispotico che non abbia prodotto integralismo. Quello che mi ha stupito è il fatto che la rivoluzione siriana si sia mossa verso la libertà per sette mesi. Non ha detto: «il Corano è la soluzione», ma «la libertà, la democrazia, la cittadinanza sono la soluzione». In questa rivoluzione ho visto gli ideali di tutta la mia vita e continuo a mantenere legami molto intensi con decine di migliaia di persone che credono ancora nella libertà. Ma il regime ha concentrato i suoi sforzi sulla trasformazione di questa rivoluzione in una guerra confessionale. Ha quasi annientato la società civile. Per i primi sette mesi Bashar al-Asad ha usato la forza per obbligare la società a tornare a una logica confessionale. Era il suo piano sin dall’inizio. Ora si vede il risultato: la società è diventata molto violenta e allo stesso tempo ha perso il senso della politica. Ci sono isole separate di libertà rappresentate dai giovani, ma il resto della società civile si sente minacciata dall’ascesa di gruppi organizzati stranieri che puntano alla costruzione di uno Stato religioso. È un fatto che era totalmente estraneo alla domanda dei siriani.

 

Alcuni analisti cominciano a valutare la possibilità di una partizione della Siria su base comunitaria. Che cosa ne pensa?

Ci sono molte possibilità. Tuttavia, una possibilità diventa un fatto quando se ne realizzano le condizioni, e non credo che finora questo sia il caso. La partizione non è un obbligo, è una scelta.

 

La guerra in Siria cambierà gli equilibri in Libano e nel resto del Levante?

Sì, nel mondo intero, non solo nella regione. La Siria è diventata il campo di molteplici conflitti. Gli americani fanno il loro gioco contro l’Iran, i sauditi contro gli sciiti, i turchi contro gli iraniani, gli iraniani contro i turchi, gli americani contro i russi, i russi contro gli americani. Siamo vittime di conflitti internazionali. Fino a qualche mese fa in Siria non c’erano organizzazioni terroristiche ben organizzate e armate. Ora ce ne sono, e sono venute dall’esterno. Il regime si è rafforzato accettando l’intervento iraniano, libanese di Hezbollah e russo. È il regime che ha favorito l’interferenza straniera in Siria, non l’opposizione.

 

I siriani hanno ancora fiducia nelle armi?

Al momento i siriani non hanno scelta: la loro unica opzione è difendersi contro le armi, contro la carestia. Una bambina è morta sei giorni dopo la nascita senza aver mai assaggiato una sola goccia di latte perché la madre non mangiava da 15 giorni. E la madre è morta quattro giorni dopo la figlia. C’è una vera e propria carestia a Damasco. Un chilo di zucchero costava 25 lire siriane prima della rivoluzione, ora ne costa 4.000. Un chilo di riso costa 3.000 lire, prima della guerra ne costava 15. Ci sono persone che non mangiano pane da tre mesi.

 

Pensa che l’accordo tra gli Stati Uniti e la Russia possa rappresentare l’inizio di una nuova fase?

No, non credo. Noi pensiamo, in coscienza, che gli americani ci abbiano tradito. I russi sostengono in tutto e per tutto il regime, gli americani giocano con la nostra catastrofe. Non ho fiducia in loro. Milioni di siriani non hanno fiducia in loro. Credo che in fin dei conti saranno gli israeliani a diventare padroni della nostra regione. L’Oriente è completamente distrutto: l’Iraq, la Siria, il Libano che ora è sull’orlo del baratro… il Golfo è inerme e l’Arabia Saudita è l’ultimo Paese ad avere le capacità di fare politica. L’Egitto non ha più alcun ruolo, è un Paese morente, mentre una volta era il centro del mondo arabo. Non c’è Egitto nel mondo arabo e non c’è Egitto in Egitto. Se la Rivoluzione in Siria fallisce, è la fine del mondo arabo. Lo dico all’Arabia Saudita: stiamo morendo per voi, difendiamo la vostra esistenza. In ogni caso, non credo che i siriani accetteranno un accordo russo-americano.

 

Che cosa pensa quando sente dire che il regime protegge i cristiani?

Ho detto che il dispotismo produce il confessionalismo. Prima del regime i cristiani erano una parte del popolo, non un confessione. È stato il regime a spaventare le minoranze. In ogni caso credo che la maggior parte dei giovani cristiani sia ancora contro il regime. Sono cristiano e vivevo in un quartiere cristiano di Damasco. Dei giovani che avevano cominciato a lavorare nell’opposizione venivano a chiedermi consiglio. Migliaia di cristiani sono stati messi in prigione e centinaia sono morti torturati o nelle strade. I cristiani fanno per lo più parte della classe media, tengono alla pace sociale e non amano le rivoluzioni. Il regime ha giocato sulla paura delle minoranze, le ha spaventate, ha cercato di metterle sotto pressione perché si armassero e partecipassero al conflitto, ma i cristiani non hanno accettato. Non credo ci sia una guerra civile. C’è una guerra organizzata dal capo di Stato contro la società. I cristiani non hanno lasciato il Paese perché sono contro i sunniti e con gli alawiti, hanno lasciato il Paese perché temevano per la propria vita, come le centinaia di migliaia di sunniti che non hanno partecipato alla guerra contro il regime. C’è una guerra organizzata dal regime contro il popolo, una guerra che è peggiore della guerra civile: la metà della popolazione siriana vive ora in povertà, o all’estero, o dispersa nel proprio paese, mentre l’altra metà aspetta la morte.

 

I cristiani di tutto il mondo sono stati profondamente toccati dagli attacchi a Malula e Saydnaya, che fanno seguito al rapimento dei due Vescovi e di padre Dall’Oglio. C’è un futuro per i cristiani in Siria?

Credo che la vita dei cristiani in Siria dipenda dalla vita della Siria in generale. Non siamo una confessione, non abbiamo club cristiani, un’organizzazione politica, uno status sociale, politico o economico specifico in quanto cristiani. Il nostro popolo non è diviso in confessioni.

 

I Fratelli musulmani siriani sono poco conosciuti perché durante il regime erano obbligati alla clandestinità. Qual è oggi la loro ideologia, il loro peso, e le loro relazioni con le correnti salafite e la galassia jihadista?

I Fratelli musulmani sono legati ai democratici e attualmente lavorano con noi. Non rappresentano un pericolo per la Siria. In passato hanno tentato di formare delle unità di combattimento, ma credo che ora si siano molto indeboliti.

 

Conserva un ricordo particolare della sua giovinezza che sia rappresentativo di una Siria che vorrebbe veder rivivere?

La mia giovinezza era la scuola. Firmavo sempre col nome “Muhammad Michel Kilo” e non c’è mai stato un solo professore che abbia dubitato della mia identità cristiana. Non posso immaginare la Siria divisa. Ho chiamato ‘Umar mio figlio, che adesso è professore universitario in Francia. Anche nei nomi si può leggere l’unità del popolo siriano.

 

Quando tornerà in patria?

Quado cadrà il regime.

 

Previsioni?

Fra un anno, spero.

 

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