Le proteste in Iran non accennano a placarsi, e la loro repressione ha già provocato molti morti. Dopo aver azzerato lo spazio per posizioni politiche critiche, il sistema è impossibilitato a trovare una soluzione condivisa con gli oppositori dello stato rivoluzionario. Ai vertici iraniani non resta che la repressione. Fino a quando questo circolo vizioso potrà andare avanti senza che il meccanismo si rompa definitivamente?

Ultimo aggiornamento: 24/10/2022 15:19:12

A più di tre settimane dalla morte di Mahsa Amini la protesta in Iran non solo non si è placata, ma cresce. Mentre le manifestazioni si intensificano e coinvolgono settori sempre più ampi della popolazione, la repressione colpisce: domenica si contavano già più di 130 morti e diversi arresti. All’origine delle proteste risiede la contrarietà di molte donne iraniane nei confronti dell’obbligo di indossare il velo, motivo per cui Mahsa Amini è stata arrestata e con ogni probabilità picchiata a morte.

 

Non sappiamo, naturalmente, dove porteranno queste manifestazioni. È tuttavia importante provare a inquadrare ciò che sta avvenendo all’interno del (lento?) processo di decomposizione della legittimità di un regime rivoluzionario che, non a caso, fa ricorso sempre più sistematico agli strumenti repressivi.

 

Guardando anche soltanto agli ultimi quindici anni della storia iraniana, ci si accorge che sono numerose le circostanze in cui i cittadini si sono riversati nelle strade e nelle piazze per esprimere la propria insoddisfazione. Il momento più eclatante è senza dubbio quello del 2009, quando, dopo un voto contestato, la presidenza della Repubblica fu affidata per un secondo mandato a Mahmoud Ahmadinejad. Guidati da Mehdi Karroubi e Mir Hussein Moussavi, centinaia di migliaia di iraniani contestarono la regolarità del voto prendendo parte a enormi manifestazioni di piazza, represse nel sangue dai Guardiani della Rivoluzione e dai paramilitari basiji con l’avallo della Guida Suprema, Ali Khamenei, il quale confermò la validità delle consultazioni. Risultato: Ahmadinejad governò per altri quattro anni ma al costo di 300 morti e più di 4000 persone arrestate.

 

Le presidenze pragmatico-moderate di Hassan Rouhani (2013-2021) generarono molte aspettative di apertura del sistema, che sarebbe dovuta passare anche dalla firma dell’accordo sul nucleare con il gruppo dei Paesi P5+1 (i cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania). L’accordo venne effettivamente raggiunto senza però portare i benefici sperati dagli iraniani, peraltro per colpe più imputabili a Washington che a Teheran. L’economia iraniana continuò a soffrire, solo alcune sanzioni vennero rimosse, per poi essere comunque reintrodotte da Donald Trump nel 2018 dopo il ritiro statunitense dal JCPOA e l’inizio della politica di maximum pressure. In questo contesto, già nel 2017 si erano sviluppate proteste in oltre cento città iraniane. Innescate dal malcontento verso le politiche economiche del governo, le proteste del 2017-2018 finirono per investire anche la politica estera della Repubblica Islamica, accusata di occuparsi più dei problemi della Siria (riferimento al sostegno a Bashar Assad che costò soldi e vite umane a Teheran) che di quelli dell’Iran. Almeno 22 persone rimasero uccise durante queste manifestazioni, mentre furono circa 3700 gli arresti

 

Nel 2019 ci furono nuove proteste in tutto il Paese, questa volta contro l’aumento dei prezzi dei carburanti deciso dal governo. La repressione portò all’arresto di 7000 cittadini iraniani e, secondo i dati di Amnesty International, alla morte di almeno 304.

 

Oltre a manifestazioni di carattere generale, ve ne sono state altre che si sono sviluppate attorno a temi specifici e di carattere regionale, come avvenuto nell’estate del 2021 nella provincia ricca di petrolio del Khuzestan, al confine con l’Iraq, dove la protesta fu innescata dalla gestione di una grave crisi idrica. Se da un lato le autorità cercarono di fornire le risorse necessarie per affrontare la drammatica situazione, dall’altro anche questa volta le forze dell’ordine repressero le manifestazioni nel sangue.

 

Le proteste di oggi da un lato si scagliano contro l’obbligo di indossare il velo, di cui si erano avute avvisaglie già in luglio in occasione della “giornata dell’hijab”, e dall’altro solidarizzano con la ventiduenne curdo-iraniana Mahsa Amini e con le altre vittime della repressione, che è resa più insopportabile dal doppio standard con cui è applicata (o meno). Basta fare un giro su Twitter e soprattutto su Instagram per constatare come alle figlie o nipoti di maggiorenti del regime siano permessi comportamenti ben più ambigui di quelli che hanno portato alla morte di Mahsa Amini.

Del resto, lo iato tra le élite al potere e la popolazione comune è enorme, come evidenziato da un sondaggio del 2020 che ha coinvolto più di 50 mila iraniani, dei quali oltre il 90% residenti nel Paese: i risultati mostrano che, proprio nella Repubblica Islamica, il 78% delle persone crede in Dio, ma soltanto il 27% compie le cinque preghiere giornaliere canoniche dell’Islam, nonostante più del 60% degli intervistati affermi di essere cresciuto in una famiglia di credenti e praticanti. Tutto ciò si traduce nel fatto che il 68% degli intervistati ritiene che le prescrizioni islamiche dovrebbero essere escluse dalla legislazione anche qualora i religiosi avessero una maggioranza parlamentare. Posizioni che forse spiegano la scelta del regime di investire pesantemente, sia in termini politici che economici, su un aspetto simbolico come l’imposizione del velo: secondo l’avvocato per i diritti umani Nemat Ahmadi, l’Iran spende 193 milioni di dollari all’anno per attività promozionali legate all’hijab.

Per comprendere la crisi di legittimità in cui versa il sistema è utile guardare all’andamento delle elezioni: pur non trattandosi di un sistema libero, esse ci forniscono alcune indicazioni sulle scelte del regime e sulle sfide cui questo fa fronte. Come noto, il sistema iraniano prevede che tutti i candidati alle cariche pubbliche passino preventivamente al vaglio del Consiglio dei Guardiani, organo formato da 12 giuristi, di cui sei nominati direttamente dalla Guida Suprema. In occasione delle elezioni presidenziali del 2021, su oltre 500 candidati soltanto 7 furono ammessi alle elezioni e tra questi non vi era alcuna figura di spicco in grado di competere veramente con Raisi. Gli elettori iraniani agirono di conseguenza e in larga parte disertarono le urne, facendo segnare l’affluenza più bassa della storia della Repubblica Islamica (48%). Non che nel 2017 fosse andata meglio, con più di 1600 candidati e solo 6 ammessi, ma almeno all’epoca tra di essi figuravano il presidente uscente Rouhani, lo stesso Raisi e l’ex sindaco di Teheran Mohammed Bagher Qalibaf.

In generale, la tendenza evidenziata anche in corrispondenza di altri appuntamenti elettorali, come quelli relativi all’Assemblea degli Esperti e del majlis, è la restrizione progressiva dei requisiti per poter essere ammessi alle elezioni. Un record negativo si è avuto durante le elezioni per l’Assemblea degli Esperti del 2016, quando fu ammesso solo il 20,1% dei candidati. Qual è il significato di questa tendenza? Nonostante la natura teocratica del regime, in Iran la presenza contemporanea di organi a legittimazione popolare e organi a legittimazione religiosa (che limitano i primi) ha permesso la creazione di uno spazio politico all’interno del quale, fissati i paletti del “credo rivoluzionario”, nel corso degli anni hanno potuto trovare posto orientamenti e posizioni politiche diverse, come reso evidente per esempio dalla scelta del duo Zarif-Rouhani di guardare all’Occidente da una prospettiva diversa da quella di Ahmadinejad. Il divieto di candidarsi imposto a molte persone, inclusi numerosi ex parlamentari o ministri, va letto nella stessa ottica dell’applicazione più rigida della legislazione sul velo: lo spazio politico per il dissenso, già esiguo, si restringe fino quasi a scomparire.

 

Mentre molti giovani manifestano contro il regime, Khamenei replica il solito registro: sono americani e israeliani a organizzare le proteste, che sarebbero perciò tutt’altro che spontanee. Su una cosa Khamenei ha però ragione: le proteste non riguardano il velo ma la natura stessa della Repubblica Islamica. Il rahbar l’ha esplicitato in un tweet: molte donne iraniane non indossano «perfettamente l’hijab [ma] sono tra i più risoluti sostenitori della Repubblica Islamica». 

 

Molte donne iraniane non indossano perfettamente l’hijab [ma] sono tra i più risoluti sostenitori della Repubblica Islamica. Ayatollah Ali Khamenei

 

Dopo aver azzerato lo spazio per posizioni politiche critiche, il sistema è impossibilitato a trovare una soluzione condivisa con chi è accusato di mettere in discussione le fondamenta stesse dello Stato sorto dalla rivoluzione del 1979. Ai vertici iraniani non resta che la repressione. Così, il fluire della vita politica è puntellato da manifestazioni represse nel sangue, ciò che contribuisce a indebolire ulteriormente la legittimità delle autorità, che di conseguenza fanno ancora più affidamento sulla repressione. Fino a quando questo circolo vizioso potrà andare avanti senza che il meccanismo si rompa definitivamente? È un quesito che si aggiunge a quello sul futuro di un Paese appeso alla sorte di una Guida Suprema anziana e malata e in attesa di capire che piega prenderanno gli infiniti negoziati sul nucleare.

 

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Scenari in edicola con il quotidiano Domani dal 14 al 21 ottobre 2022 e disponibile qui

 

 

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