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Islam

ISIS è “sintomo di una malattia, non la malattia stessa”

Breve rassegna della stampa araba

Una umma fabbricatrice di morte

 

 

Al-Hayat, 4 luglio 2016. Di Jihad al-Khazin

 

 

Noi siamo una umma che si suicida ogni giorno, che trova sempre un nuovo modo di suicidarsi, lo sperimenta e il giorno successivo passa a un altro. Chi non è morto di spada è morto di qualcos’altro, e a noi non resta che dare l’annuncio del decesso e poi le disposizioni per la sepoltura. Se la decisione spettasse a me, porterei i cadaveri in una fornace come fanno in Occidente per far sì che la umma diventi polvere dispersa anziché una tomba sulla quale i nemici scrivono parole di vendetta e gioia maligna.

 

 

È finito il tempo della rinascita araba (nahda); a una generazione ne è succeduta un’altra, siamo passati dalla catastrofe (nakba) alla disfatta (naksa), e i sogni di unità, prosperità e pace sono andati perduti. Alla pace è seguita la sottomissione, e nessuno ci ha voluti. Abbiamo mendicato un futuro migliore dai Paesi che ci hanno colonizzato, rubato il passato e il presente e poi abbandonati sulla via dell’annichilimento. Nel momento in cui nessuno ci ha considerati, ci siamo rivolti gli uni contro gli altri, ci siamo uccisi a vicenda e abbiamo distrutto il futuro come nessun nemico ha mai fatto. Poi abbiamo accusato un nemico inesistente attribuendogli la responsabilità per ciò che abbiamo commesso noi.

 

 

Una nazione verso l’annichilimento, che non sa fare altro che cantare e danzare sulle tombe delle vittime. Perché abbiamo lasciato una discendenza? Perché abbiamo tanto desiderato mettere al mondo i figli? Per gettarli nella pattumiera della storia? Che cosa diranno dei padri i figli quando cresceranno? Cresceranno o saranno inghiottiti dalle profondità marine?

 

 

Dopo Farouq Umar [bin al-Khattab, secondo califfo ben guidato, Ndt], Mu‘ammar Gheddafi. Dopo Khalid bin al-Walid [ibn al-Mughira, condottiero arabo delle origini, Ndt], Saddam Hussein. Dopo Muhammad ‘Abduh e Jamal al-Din al-Afghani, al-Zarqawi e al-Baghdadi. Dov’è il “sostegno sicuro” [Corano 2,257 e 31,21, Ndt]? Si troverà un giorno? Abbiamo gettato le basi dell’astronomia e abbiamo perso la strada di casa. Abbiamo scoperto lo zero, l’abbiamo dato ad altri e noi siamo rimasti a zero. Abbiamo fatto evolvere la medicina e i medicinali e ci siamo ammalati. Nella matematica abbiamo contribuito all’algebra e la geometria e abbiamo finito per essere frazioni decimali del mondo. […]

 

 

E il futuro? Il futuro è di chi lo costruisce. Noi viviamo nel passato. Una parte di esso è stato glorioso e ha prodotto invenzioni. Nella nostra storia abbiamo quanto basta per andar fieri, se non fosse che andiamo fieri di una gloria inesistente, di vittorie che non sono mai arrivate, e di eroismi leggendari. […]

 

 

Vignetta di Al-Quds al-‘Arabi, 3 luglio 2016.

 

 

Attacco terroristico in Bangladesh

 

 

 

 

 

 

 

La mappa del sangue?

 

 

Al-Sharq al-Awsat, 4 luglio 2016. Di Ma’mun Fandy

 

 

Non avrei mai immaginato di guardare un giorno la cartina del mondo arabo e vederne i confini tracciati con il sangue, da Baghdad a Damasco fino a Tripoli di Libia e Tripoli del Libano. […] È giusto domandarci chi sia il responsabile di questo spettro spaventoso, se la nostra cultura, le nostre politiche oppure i media, che diffondono quotidianamente queste immagini anche durante la fascia oraria protetta.

 

 

[…] Qual è la soluzione? Ridisegnare i tratti culturali delle nostre società? Dare l’esempio ai nostri figli e alle nostre figlie? Oppure adottare politiche specifiche per mettere fine a questa condizione di apatia di fronte alla mappa del sangue, politiche che facciano i conti con le radici del problema? L’esempio è senz’altro fondamentale, l’uomo politico deve avere il coraggio di correggere il nostro percorso culturale, anche se così facendo andrà contro corrente. […]

 

 

I nostri responsabili devono pensare a nuove politiche di istruzione, che subisce il peggiore degli sfruttamenti. […] Le nostre istituzioni religiose devono occuparsi della direzione spirituale e di ampliare gli orizzonti della conoscenza delle diverse religioni presenti nelle nostre società. Queste istituzioni devono prendere coscienza del ruolo che è stato loro affidato e non devono usurpare i ruoli altrui. Il problema principale delle nostre società è che la maggior parte di noi non svolge correttamente il proprio ruolo perché è impegnato a svolgere quello degli altri. L’uomo politico fallisce in politica perché vuol essere un uomo di religione, mentre l’uomo di religione fallisce nel presentarsi come modello spirituale perché vuol essere un policy maker. La mappa del sangue che disegna i confini dei nostri Paesi non richiede una soluzione semplice e banale che identifichi la crisi con l’Isis o con gli estremisti: tali manifestazioni sono i sintomi di una malattia, non la malattia stessa. Dobbiamo riflettere a lungo sulla portata e sulla profondità della crisi.

 

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