close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
abbonati
Consigli di lettura

Milano e l’Islam

Tappeto di Caccia, Persia (1542-1543), conservato al museo Poldi Pezzoli di Milano [Chiara Fiorentini]

Una storia che comincia nel Seicento, raggiunge il culmine con principesse risorgimentali ed enfants terribles, missionari ed esploratori, per perdersi nel colonialismo

Ultimo aggiornamento: 29/03/2018 12:06:38

Recensione di Massimo Guidetti, Milano e l’Islam. Conoscenza e immagine di arabi e turchi tra primo ’800 e primo ’900, Medusa, Milano 2016

 

«È regola [...] di ogni società che la sottile pellicola del presente integri ma non si sostituisca all’azione di immagini e rappresentazioni risalenti, indipendentemente dalla nostra consapevolezza» (p. 8). Così Massimo Guidetti, storico milanese scomparso nel maggio 2017, riassume in apertura la ragione del lavoro che lo conduce a indagare l’immagine dell’Islam e dei musulmani che si formò a Milano tra Ottocento e inizio Novecento. Si potrebbe pensare che al principio generale della continuità dell’immaginario, ben noto agli storici, faccia parziale eccezione per la realtà lombarda proprio il fenomeno della presenza islamica, a causa della sua consistente crescita negli ultimi anni. In realtà Guidetti dimostra – ed è il grande merito del libro – che non è affatto così: anche dove pensiamo di essere più originali, più spregiudicati e “moderni”, molte volte non facciamo altro che ripetere formule e immagini di chi ci ha preceduto.

 

1. Prendiamo ad esempio la geopolitica, disciplina quanto mai attuale. «Il sultano è là, tra l’Europa e l’Asia, nel suo smisurato palazzo bagnato dal mare, come una nave pronta a far vela, [...] non già più né due né uno, non più vero musulmano, non ancora vero europeo» (p. 138). A parte il finale, che tradisce la penna ottocentesca di De Amicis, il resto della frase – compreso pure il riferimento al sultano, dopo le derive autoritarie di Erdoǧan – potrebbe tranquillamente comparire in un approfondimento odierno sulla Turchia.

 

La chiave di lettura del “non ancora Europa, non del tutto Asia” si ripropone invariata da più di due secoli – e forse ci impedisce di comprendere davvero questo Paese. E poi c’è il genere delle previsioni che non si realizzano mai. A inizio Ottocento Ambrogio Levati, studioso oggi dimenticato, lavorando come molti su fonti di seconda mano, prevede che i wahhabiti, la cui istanza religiosa gli appare «quasi contro natura» (p. 29), saranno costretti a togliersi dall’isolamento e collegarsi con il resto del mondo. È la teoria “evoluzionistica” del regime saudita che continua a essere riproposta nei circoli politici occidentali, da ultimo con le annunciate riforme dell’erede al trono Muhammad Bin Salman... E l’Iran? Per Giulio Ferrario, altro milanese del primo Ottocento, i “filosofi persiani” potrebbero facilmente unirsi al concerto delle nazioni civilizzate, se solo si lasciassero alle spalle la religione, che sarebbero peraltro un corpo estraneo nella loro storia. Insomma, le nostre idee sui tre maggiori attori mediorientali (Turchia, Iran, Arabia Saudita) non sono poi molto mutate negli ultimi due secoli.

 

2. Una seconda caratteristica che colpisce leggendo il libro di Guidetti è la genericità dei giudizi di molti osservatori: quasi sempre la retorica e l’espressione fiorita sostituiscono la fatica del ragionamento e la raccolta paziente dei dati. Un esempio tra mille, tratto dalla relazione di viaggio sulla Somalia di Luigi Robecchi Bricchetti: «Nelle confraternite religiose o tarìche, dove il misticismo aleggia puro e sereno, sotto la tutela di uomini che, dato il livello morale comune, possono dirsi superiori, cioè che vedono un po’ al di là del limite naturale delle cose, l’animo è esaltato dalle dolci visioni e dalle beate allucinazioni dell’Islam» (pp. 115). Da queste parole non emerge alcun tentativo di comprendere il contenuto delle dottrine mistiche dell’Islam, che sono sbrigativamente liquidate, prima ancora di essere prese in esame, con l’endiadi “dolci visioni e beate allucinazioni”: fantasie di bambini, inadatte alla ragione positivistica. E se questo è vero per Robecchi Bricchetti, che pure fu uno dei ricercatori più curiosi e avventurosi del secondo Ottocento e figura di spicco della lotta antischiavista, figurarsi per il reporter alla De Amicis che «tutto sa affrettato e non si ferma mai su nulla» (p. 132, la citazione è, con compiacenza, dell’Illustrazione italiana) o per i coreografi a cui veniva chiesto di allestire un Oriente immaginario per il palcoscenico della Scala o per le esposizioni universali di fine secolo.

 

3. In questo panorama tutto sommato mediocre Guidetti individua però alcune personalità che entrano in una relazione più intensa con l’Oriente. E la cosa notevole è che ciò avviene sempre attraverso un incontro più profondo con l’Islam come religione. È il caso in particolare di Cristina Belgiojoso (1808-1871), protagonista dei moti risorgimentali e per qualche anno esiliata in Turchia. L’incontro con l’umile popolo delle campagne anatoliche, dove aveva acquistato una tenuta, e in particolare con le donne, la spinse a riconsiderare il Cristianesimo da cui si era allontanata. Così Guidetti riassume il suo itinerario: «un unico Dio regge tutti, ma è nella rivelazione cristiana che si esprime la sua pienezza amorosa. A incontrarla sono chiamati anche i musulmani e ad essa li potrà portare la dedizione umile e paziente delle loro donne. [...] L’esule italiana, che era giunta accompagnata dalla fama di amazzone e di guerriera, tanto che il comandante della guarnigione di Aleppo la invitò a passare in rivista le sue truppe, tornata in patria si occuperà ancora di questioni sociali e un poco di politica, ma resterà segnata dalla coscienza di questo scarto» (p. 80).

 

Questa parabola esistenziale, che riconduce i (post-)cristiani al Cristianesimo attraverso l’incontro con i musulmani, sarà poi quella di grandi figure come Charles de Foucauld e Louis Massignon, di cui è ben noto il ruolo nel preparare la sezione della dichiarazione Nostra Aetate dedicata ai musulmani.  E del resto già Alessandro Manzoni aveva affermato, se è vera la testimonianza di Gianmartino Arconati Visconti: «Valgon meglio quelli che credono davvero in Maometto, che coloro che non credono più in Gesù Cristo» (p. 99).

 

4. Un ultimo elemento che Guidetti mette in luce con estrema cura è quello che si potrebbe forse chiamare il problema dell’università. Per una serie di circostanze storiche, Milano, città “del fare”, non riesce nell’Ottocento e nel Novecento a dotarsi di un centro di studi orientali all’altezza dei tempi. L’insuccesso è tanto più grave dato che la città possedeva già dal Seicento, per intuizione del Cardinal Federico Borromeo, un’istituzione di altissimo livello in questo campo, l’Ambrosiana. A fine Ottocento, grazie alla lungimiranza di alcuni prefetti, l’Ambrosiana acquisisce un lascito di 1600 manoscritti yemeniti raccolti dal viaggiatore Luigi Caprotti. Questi documenti costituiscono tuttora il più importante fondo manoscritto europeo sullo Yemen, uno dei centri culturali del mondo arabo-islamico dove si sono preservate, grazie all’isolamento geografico, correnti di pensiero altrimenti estinte, come la scuola teologica mu‘tazilita[1].

 

I semi insomma, pur numerosi nel capoluogo lombardo, non riescono a germogliare e con l’inizio dell’età coloniale gli studi orientali finiscono accentrati a Roma, dove regna – così la primula rossa Renzo Manzoni – «la grossa e pur tanto disastrosa tribù dei competenti» (p. 109). Conclude Guidetti: «Milano [...] non seppe procedere oltre i frammentari giudizi elaborati nei decenni precedenti per intervenire in modo autorevole e originale nelle problematiche sorte nel primo decennio del secolo, tanto in materia di politica internazionale che di scelte culturali. La mancanza di questo retroterra si ripercosse sulla formazione dell’opinione pubblica, che si trovò a dipendere [...] dal folclore oppositivo rappresentato nelle successive esposizioni e narrato in maniera accattivante dalla più ovvia letteratura di viaggio alla De Amicis» (p. 208).

 

Tra gli esempi più evidenti di questa subalternità culturale spiccano nel libro le pagine sulla guerra di Libia («un affare assolutamente politico, al quale la religione come tale rimane perfettamente estranea», così l’Osservatore Romano dell’epoca), in cui l’opinione pubblica di quella che per molti versi era la capitale culturale d’Italia si trovò a dipendere da narrazioni semplificate (l’arabo traditore, la quarta sponda etc.) che l’editoria milanese riprese piuttosto acriticamente dalle sue fonti.

 

E oggi? La situazione è in parte mutata. Diverse iniziative sono già in atto e l’idea di un grande centro di studi orientali – dell’Islam e dell’oriente cristiano –, come esiste in tutte le metropoli europee, comincia a farsi strada. L’analisi di Guidetti non fa che confermarne l’urgenza. Milano diventi rapidamente un luogo in cui pensare l’Islam in cambiamento, l’Islam che ormai fa parte del paesaggio cittadino: questo l’ammonimento che il libro consegna. E speriamo possa essere raccolto.

 

 


 

Note

[1] Sulla storia di questa e delle altre principali collezioni italiane di manoscritti arabi (Vaticana, Marciana, Fondo Caetani) si può consultare Renato Traini, I fondi di manoscritti arabi in Italia, Istituto per l’Oriente, Roma 1971. L’Institute for Advanced Study di Princeton ha lanciato un progetto per la digitalizzazione dei manoscritti yemeniti in pericolo, in collaborazione con Hill Museum & Manuscript Library (HMML), iniziativa dei benedettini americani. Si veda Sabine Schmidtke, The Zaydi Manuscript Tradition, primavera 2017, https://www.ias.edu/idea/2017/schmidtke-zaydi-manuscript-tradition

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale