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Religione e società

L’alleanza inedita di Piazza Taksim

Turchia. La relazione centro-periferia non funziona più come chiave per comprendere l’evoluzione politica attuale. I manifestanti di Gezi Park, laici urbani e fedeli devoti fianco a fianco, chiamano in campo la nozione di società post-secolare, tra germi di novità e resistenze pratiche.

In quello che è forse uno dei più influenti articoli accademici sulla Turchia, Şerif Mardin afferma che la chiave per capire la politica turca è la relazione tra centro e periferia[1]. Secondo Mardin, sotto l’Impero ottomano l’Islam forniva il principale collegamento tra il centro imperiale e i sudditi musulmani, mentre l’autorità politica si legittimava come protettrice dello spazio islamico. Con le radicali riforme secolarizzanti varate dalla Repubblica turca negli anni ’20 e ’30, questo legame fu in buona parte reciso e l’Islam divenne il linguaggio delle masse periferiche contro una burocrazia centrale estranea – cioè laica e occidentalizzata – che imponeva le sue riforme dall’alto.

 

Estendendo questa prospettiva oltre i decenni fondativi della Repubblica, Mardin sostiene che la stessa dinamica spiega l’attrattiva di massa esercitata dal populismo conservatore negli anni ’50 e la risposta dell’esercito con il colpo di Stato del 1960, che ripristinava i privilegi del centro laico. Da quando l’influente saggio di Mardin è apparso su Daedalus nel 1973, molti studiosi di politica turca hanno interpretato altre interazioni tra attori religiosi e laici come variazioni sul tema della lotta asimmetrica tra il centro urbano, istruito e occidentalizzato, la cui base del potere politico è rappresentata dall’esercito, dalla magistratura e dalla burocrazia, e la periferia devota del Paese, le piccole città, i quartieri di migranti nelle aree urbane, ai quali l’Islam fornisce un ethos profondamente radicato e che trovano la propria rappresentanza politica nei partiti religiosi e conservatori.

 

L’immagine offerta dalle proteste di Gezi Park nell’estate del 2013, l’ondata più significativa di proteste popolari della storia turca recente, è però difficilmente conciliabile con la configurazione del modello centro-periferia. A scendere in piazza sono state per lo più manifestanti di provenienza urbana, istruiti e laici, critici delle politiche sempre più autoritarie dell’AKP, il partito islamico che si è imposto come forza egemonica della politica turca nel corso dei suoi tre mandati consecutivi al governo. Sembra che il centro sia ora saldamente occupato dagli attori islamici e che i cittadini laici, non potendo più rivolgersi ai loro capisaldi tradizionali (esercito e alta magistratura) abbiano fatto ricorso alle proteste di piazza per difendere le proprie libertà. È dunque possibile che le relazioni centro-periferia continuino a offrire la chiave della politica turca, ma con l’importante differenza che quanti in precedenza occupavano il centro e quanti stavano in periferia si sarebbero ora scambiati le posizioni?

 

 

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[1] Şerif Mardin, Center-Periphery Relations: A Key to Turkish Politics?, «Daedalus» 102 (1973), 1, 169-90.

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