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Religione e società

L’evidente necessità di un diritto naturale. Un commento al discorso di Benedetto XVI al Bundestag di Berlino

Il discorso di Benedetto XVI al Reichstag di Berlino è destinato ad aggiungersi, in un’immaginaria antologia, ai testi che hanno caratterizzato l’orientamento intellettuale di questo pontificato, ponendo sul tappeto problemi cruciali per il rapporto tra fede cristiana e vita civile. Aveva iniziato la serie nel settembre del 2006 la controversa lezione di Ratisbona, in cui all’ordine del giorno era il legame che la tradizione cristiana ha stabilito tra ragione e divinità: il Dio dei cristiani non è una potenza arbitriaria, ma una ragione originaria, un logos, che chiede di essere riconosciuto dalla ragione umana e non può quindi essere imposto con la forza. Questo è il motivo fondamentale per cui, secondo Benedetto XVI, il cristianesimo nascente non si pose sulla scìa della religione popolare con le sue mitologie, ma piuttosto della religione filosofica, nella quale riconobbe una preparazione “naturale” alle sue esigenze. Nel presente discorso la riflessione giunge ad un punto cruciale: le conseguenze di tale concezione religiosa sulla vita civile e sulla concezione giuridica. Ripercorriamo anzitutto brevemente i punti salienti.

 

 

Nell’attuale epoca di espansione delle conoscenze e possibilità tecniche, sostiene il Papa, è diventato più urgente individuare i criteri del giusto e dello sbagliato in politica. Ora, è evidente che il consenso della maggioranza non è sempre sufficiente: lo dimostrano i casi in cui vige (anche con l’accordo dei più) un sistema totalitario contro il quale siamo d’accordo che è giusto ribellarsi. Se storicamente la soluzione più frequente al problema del fondamento del diritto è stato il rimando alla volontà divina rivelata, il Cristianesimo ha scelto un’altra strada, che prima di esso già avevano seguito lo stoicismo e la giurisprudenza romana: il diritto è fondato oggettivamente sulla natura, e soggettivamente sulla ragione umana che la può interpretare. Tale fondamento comunemente ammesso è entrato in crisi solo negli ultimi decenni, quando l’affermarsi di una visione esclusiva della ragione scientifica ha indotto l’idea che la natura è solo un insieme di dati di fatto da cui non si può trarre nessuna indicazione etica. Che di tale visione l’uomo non possa accontentarsi è dimostrato da fenomeni come l’ecologismo, in cui la natura viene assunta non solo come un dato di fatto, ma contemporaneamente come qualcosa di normativo; ma la soluzione radicale, conclude il Papa, non può che consistere nel considerare il mondo come una creazione di Dio: la ragione oggettivamente inclusa nella natura manifesta dunque anche norme che rispecchiano la ragione creativa divina.

 

 

Il punto che attira di più l’attenzione in una prospettiva interreligiosa è quello in cui Benedetto XVI sottolinea che «il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato». L’affermazione però, come mostra il contesto del discorso, non significa affatto che l’idea di diritto naturale sia “non religiosa”: essa infatti ha la sua ultima giustificazione solo nel concetto di creazione. Da questo punto di vista, il Papa non ha alcun timore di accettare quella che tante volte viene utilizzata come una critica contro l’idea di diritto naturale, che lo renderebbe (così si dice) inutilizzabile in una discussione laica. La differenza non è dunque tra un fondamento religioso e uno “solamente” razionale, ma piuttosto tra l’idea che l’ethos pubblico sia fondato su decreti di Dio inconoscibili all’infuori di una rivelazione storica, e quella secondo cui il fondamento sia inscritto da Dio in una creazione che è di per sé accessibile a tutti. Nel momento in cui viene notata la distinzione con altre tradizioni religiose, viene dunque parimenti gettato un ponte, che ci pare che andrebbe precisato e valorizzato.

 

 

In effetti, Benedetto XVI è assolutamente corretto nel sostenere che il Cristianesimo (per lo meno nella sua corrente principale) abbia scelto la strada del diritto naturale. Afferma nettamente il Corpus iuris canonici, per secoli fondamento dell’intera riflessione giuridica cristiana: «Nella Legge e nel Vangelo è contenuto il diritto naturale; tuttavia non tutto ciò che si trova nella Legge e nel Vangelo si può dimostrare che coincida con il diritto naturale. Vi sono infatti nella Legge alcuni precetti morali (come “non uccidere”), alcuni mistici (come i precetti sui sacrifici e altri simili a questi). I comandamenti morali spettano al diritto naturale e dunque mostrano di non aver subìto nessuna mutevolezza» (I,6,3). Non esiste dunque nessun precetto propriamente morale della Scrittura che non abbia un fondamento e una conoscibilità naturale. Certo, la storia della teologia cristiana ha attraversato un grande travaglio (sostanzialmente ancora in corso) per precisare il senso esatto di quest’affermazione di principio: ma l’affermazione appunto rimane.

 

Il dibattito cui esplicitamente invita il Papa (c’è da augurarsi che esso abbia davvero inizio e non sia sostituito da infinite parafrasi del suo discorso) riguarda però un altro punto: il modo in cui questa fondazione del diritto sia stata gradualmente messa fuori gioco nell’opinione pubblica europea, e il modo in cui possa essere recuperata. Sul primo versante la diagnosi è appena abbozzata: la causa prima è l’autonomizzarsi del «positivismo» (sembra doversi intendere in maniera generica una ragione funzionale-scientifica). Qui la discussione si preannuncia complessa e feconda, perché è difficile negare che la visione del mondo della scienza moderna (che viene riconosciuta irrinunciabile) è un prodotto della civiltà cristiana, e non solo accidentalmente.

 

 

Se l’Europa cristiana appare da tanti punti di vista anche come un’Europa decadente, le risposte vanno dunque forse cercate in un ritorno a quello spirito cristiano che contemporaneamente ha generato il diritto naturale e la scienza: compito difficile e affascinante! Sul secondo versante, quello dei segni di ritorno ad una normatività della natura, il discorso di Benedetto XVI è piacevolmente spiazzante: malgrado tutta la sua cautela, la rivalutazione che egli fa dell’ecologismo va nel senso contrario alle stucchevoli accuse con cui molta zelante cultura cattolica lo ha bersagliato, dimenticando peraltro che la tradizione cristiana ha saputo con precisione teorizzare che il valore dell’Universo nel suo complesso supera quello dell’uomo, il quale peraltro ne è il fine (impossibile ignorare che Tommaso afferma che «più perfettamente partecipa e rappresenta la divina bontà tutto l’universo, che qualsiasi particolare creatura», S.Th., I, q47 a1 co).

 

 

Un passaggio verso l’inizio del discorso merita un’ultima annotazione. In esso con la sua consueta discrezione Benedetto XVI suggerisce che l’evidenza della necessità di un diritto naturale è maggiore sotto una dittatura disumana che nella placida democrazia. Anche qui la diagnosi è perfetta: difficile dimenticare il luterano Bonhoeffer che rifletteva sul fatto che per combattere il nazismo la posizione cattolica sul diritto naturale era molto meglio attrezzata della sua propria (e per mediare tra le due rivendicò il valore delle «realtà penultime», un’espressione dopo di lui diventata quasi uno slogan). E tuttavia, gli odierni movimenti dei popoli e gli inevitabili confronti tra tradizioni religiose pongono forse il problema in un modo che non possiede né la sanguinosa urgenza del primo caso, né il sonnolento carattere accademico che il rischia il secondo. Forse proprio questo terzo ambito può costituire oggi uno dei laboratori più preziosi.

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