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Religione e società

L’illusione della neutralità

«Vi do la mia pace»: la citazione evangelica, che giganteggiava sull’arco d’ingresso al Beirut Waterfront, dove Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa a conclusione della sua visita libanese, era riproposta un po’ dappertutto nei manifesti e negli striscioni che tappezzavano la capitale durante i giorni della permanenza del Papa.

 

 

Lo slogan, sicuramente indovinato, ha saputo esprimere bene il significato profondo del viaggio libanese e l’aspirazione di molti in Medio Oriente. Un’aspirazione però che deve fare i conti con una realtà politica sempre più difficile, segnata dal proliferare di conflitti e da una grave crisi sociale e culturale. L’esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente ha chiamato la Chiesa cattolica nella regione, nella multiformità dei suoi riti, a una seria riflessione al proprio interno e al tempo stesso ha indicato alcuni passi per un cammino comune con gli altri cristiani, gli ebrei e i musulmani. Nell’ambito civile il documento denuncia due mali opposti, «la laicità, con le sue forme talvolta estreme, e il fondamentalismo violento», mentre indica come soluzione, anche per il Medio Oriente, una «sana laicità».

 

 

Quello della corretta impostazione dei rapporti tra religione e politica è certamente un tema molto caro al Papa. Laicità però è parola scottante, vista la storia di questo termine spesso ambiguo. Un aiuto nella comprensione della sostanza della proposta  può venire dalla riflessione del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973). Di famiglia protestante, convertitosi al Cattolicesimo dopo un periodo scientista, vive dall’interno il travaglio della Chiesa francese che, sotto la minaccia del marxismo, è tentata dall’alleanza con i movimenti di destra. L’intervento del Vaticano, che nel 1926 mette in guardia dai pericoli di questa deriva, è l’occasione per Maritain di un profondo ripensamento. Esule nel Nord America durante tutto il secondo conflitto mondiale, Maritain s’interroga sulla possibilità di una conciliazione tra il Cristianesimo e il meglio della tradizione liberale.

 

 

L’illusione della “neutralità” dello Stato – osserva Maritain – è stata spazzata via dall’esperienza del nazi-fascismo, giunto al potere con metodi formalmente democratici, ma nemico mortale di questi. Al termine di sei anni di devastazione è dunque necessario formulare una visione forte della democrazia, che possa al limite giustificare l’esclusione dalla vita politica di quanti non vi si riconoscono. Infatti «la democrazia di domani dovrà avere una sua propria concezione dell’uomo e della società, e una propria filosofia e una propria fede, che la metteranno in grado di educare il popolo alla libertà e di difendere se stessa contro quelli che vorrebbero servirsi delle libertà democratiche per distruggere la libertà e i diritti umani».

 

 

Tuttavia tale concezione è aperta a diverse fondazioni speculative, essendo oggetto di un accordo pratico piuttosto che teorico. Uomini di diverse appartenenze possono così collaborare insieme, senza dover rinnegare preliminarmente la propria visione del mondo e le proprie convinzioni.

 

 

Maritain ricorda che non basta organizzare elezioni per essere democratici. È necessaria una salda concezione delle condizioni pratiche della socialità umana e dell’uso e del rispetto delle libertà in esse. Una provocazione estremamente attuale per l’Occidente della crisi economica, tentato dalla scorciatoia tecnocratica, e per i Paesi delle rivolte arabe, esposte al rischio dell’egemonia teocratica.

 

 

 

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