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Religione e società

L’inventore della laicità islamica

Stato civico, in arabo dawla madaniyya: per alcuni è l’alternativa islamica alla laicità occidentale. Nella nuova fase che le rivoluzioni mediorientali hanno inaugurato il vocabolo gode di grande fortuna, dalla Tunisia all’Egitto. Non è però privo di ambiguità. Se come insegna De Saussure ogni elemento linguistico si definisce per opposizione, qui tutto si gioca sull’altro termine del binomio: per alcuni infatti madanî si contrappone a militare e designa un governo fatto da civili, qualsiasi forma e ideologia adotti, per altri invece è l’opposto di dînî, “religioso” e indica un ordinamento non-teocratico di stampo liberale.

 

 

In realtà il concetto è anteriore alle rivoluzioni arabe. È nato infatti in Libano e si è diffuso dopo la guerra civile (1975-1990), principalmente a opera dell’imam sciita Muhammad Mahdi Shamseddine (Shams ad-Dîn). Nato nel 1936 in Iraq, ma originario della regione del Jabal ‘Amel nel Libano meridionale, Shamseddine apparteneva a una famiglia di alti dignitari religiosi, la cui genealogia risale fino a Muhammad Ibn Makkî al-‘Âmilî, celebre teologo del XIV secolo, noto come “il primo martire” (al-shahîd al-awwal) per essere stato ucciso dai mamelucchi sunniti.

 

 

Dopo gli studi presso la città santa di Najaf, Shamseddine restò per diversi anni in Iraq, entrando in contatto con il celebre imam Muhammad Bâqir al-Sadr, che sarebbe stato successivamente giustiziato da Saddam Hussein. Tornato in Libano nel 1969, Shamseddine sostenne Mûsâ al-Sadr nella creazione del movimento dei diseredati, che metteva l’accento sul tema della giustizia sociale, e partecipò alla creazione del consiglio supremo sciita, di cui fu eletto primo vice-presidente nel 1975 e quindi presidente dal 1994 fino alla morte avvenuta nel 2001. Autore di più di trenta libri, fu iniziatore e presidente dell’Associazione Filantropica Culturale. Una fondazione a lui intitolata continua oggi la sua opera.

 

 

Noto per le sue posizioni progressiste (si espresse ad esempio a favore della possibilità per le donne di ricoprire le più alte cariche in uno Stato islamico), Shamseddine fu molto attivo nel dialogo intra-musulmano, tra sunniti e sciiti, e in quello islamo-cristiano. Rifiutando la dottrina della wilâyat al-faqîh (“autorità del giurisperito”) egli sostenne la tesi della wilâya (“autorità, tutela”) della comunità musulmana su se stessa. In sostanza, nella fase dell’occultamento dell’Imam, che per la maggior parte degli sciiti dura dall’874 d.C. e avrà termine soltanto con la fine del mondo, la responsabilità politica non spetterebbe, come sostenuto in particolare dall’ayatollah Khomeini, agli uomini di religione, ma ricadrebbe sulla comunità islamica nel suo complesso. Sensibile alle particolarità del contesto libanese, Shamseddine propose la formula dello Stato civico come uno «Stato senza religione» in una società religiosa. In particolare dopo la fine della guerra civile e gli accordi di Ta’if del 1989, questa formula avrebbe dovuto permettere di rafforzare l’unità nazionale per giungere gradualmente a un superamento del regime confessionale vigente.

 

 

In un momento in cui da più parti si invoca il concetto di Stato civico, non è privo d’interesse ricordare che esso ha visto la luce in un contesto islamo-cristiano, nel tentativo di gestire una società plurale caratterizzata da una forte presenza pubblica di varie confessioni. Se si intende restare fedeli alla sua formulazione originaria, occorre infine riconoscere che esso presuppone e implica la pratica della libertà religiosa.

 

 

 


 

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