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Religione e società

La cittadinanza: cuore del problema dell’integrazione

Non servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi e una cultura della convivenza

Intervento dei Franco Anelli - rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano - all'evento “Islam in Europa: la sfida della cittadinanza” (23 novembre 2016). La conferenza ha concluso il progetto conclusivo del Progetto di Oasis “Non un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca”, con il sostegno di Fondazione Cariplo

 

 

 

 

 

Eminenza Reverendissima, Reverendo Imam, Onorevole Chaouki, Caro Direttore, Cari studenti e gentili ospiti, è un onore e un grande piacere l’occasione di ospitare questo incontro e ringrazio Fondazione Oasis per aver scelto la nostra Università. Trovo di grande importanza la scelta coraggiosa del tema perché il termine “sfida” è diffuso e abusato. Parlare di sfida a proposito della cittadinanza significa andare a fondo del problema. Il tema della cittadinanza impone scelte di grande rilievo dal punto di vista dell’organizzazione di un contesto sociale. Cittadinanza è una categoria giuridica, semplice da comprendere: basti guardare le norme, di non complicata interpretazione, che regolano l’acquisizione della cittadinanza. Sottogiacenti a essa ci sono categorie sociali, morali, ideali ed etniche, che attengono al modo in cui si costruisce una “comunità di destino”, per usare un’espressione del cardinal Scola. Come si aggrega e come si riconosce tra i suoi membri questa comunità? Se guardiamo alla storia ci rendiamo conto che la cittadinanza ha avuto nei secoli un valore discriminante decisivo. Come in nessun’altra civiltà, lo ha avuto nella civiltà romana. A scuola tutti abbiamo imparato il motto orgogliosamente pronunciato dal cittadino romano civis romanus sum, che non era solo una qualificazione rispetto a un ordinamento, ma era la separazione tra l’essere soggetto e oggetto. La cittadinanza si perdeva nell’esilio per sfuggire a una pena, o quando si era venduti per debiti; la si acquistava quando si era liberati dalla schiavitù. Era la porta di passaggio tra la soggettività e l’essere una res. La scelta di Caracalla del 212 d.C. di estendere la cittadinanza a tutti fu una scelta dettata da un calcolo politico, dalle circostanze che impedivano all’Impero di reggersi senza includere nella cittadinanza tutte quelle popolazioni che ne erano divenute parte, ma che erano nelle periferie dell’Impero, per usare un termine oggi usato, e carico di significato. Ancora adesso la cittadinanza è un discrimine tra le persone. Thomas Marshall, uno dei teorici della nozione di cittadinanza, negli anni ’40 ha delineato una specie di climax: egli sostiene che ci siano diritti civili, politici e sociali. I diritti civili sono quelli che, nel progresso dell’umanità, per primi e più diffusamente si concedono, che appartengono a tutti gli individui e che è difficile negare; quelli politici sono il risultato dell’appartenenza a una comunità, ma che danno il potere di partecipare alle decisioni collettive; i diritti sociali consentono di partecipare del benessere comune, ed è il passaggio più delicato e quello che più difficilmente una comunità è capace di concedere. Lo intravvediamo nella nostra Costituzione. L’articolo 3, quello che afferma il principio di eguaglianza, dice che “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge”, mentre l’articolo 2 dice che “la Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo”. Ci sono dunque diritti inviolabili dell’uomo, il primo gradino della scala di Marshall, e l’eguaglianza che è concessa ai cittadini. Queste distinzioni sono ancora presenti nella nostra Carta fondamentale. Discutere della cittadinanza significa veramente discutere della piena comprensione e accoglienza di un soggetto in una comunità e ha delle reminiscenze storiche ed etniche. [...] La migrazione è un fenomeno sociale totale. Cioè è poliedrico, estremamente complesso, ha una serie di relazioni complicate che però nello status di cittadinanza precipitano e si aggregano. Questa sera perciò si discute dell’essenza del rapporto tra una comunità e l’“altro” che bussa alla porta di quella comunità. Probabilmente uno degli approcci per discuterne è avere la consapevolezza di quello che sosteneva Alexander Langer nel 1994: “La convivenza plurietnica può essere percepita e vissuta come arricchimento e opportunità in più, piuttosto che come condanna. Non servono prediche contro il razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi e una cultura della convivenza”. È la costruzione di queste esperienze, di questi progetti e, in fondo, di una cultura – questo è il compito dell’università – la premessa per poter discutere in modo serio e propositivo anche di cittadinanza, che è una forma dal punto di vista giuridico, ma ha una sostanza molto vitale etnicamente, eticamente e culturalmente estremamente impegnativa. L'intervento è stato pronunciato durante la conferenza Islam in Europa: la sfida della cittadinanza, nell'ambito del progetto "Non un'epoca di cambiamento, ma un cambiamento d'epoca".

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