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Asia

La democrazia si conferma a Giacarta (per ora)

Seggio per le elezioni indonesiane del 2009 [Josh Estey/AusAID]

In Indonesia il procedimento di voto «più complicato della storia mondiale» ha premiato il partito del presidente in carica alle elezioni del 2009. E anche la lettura dei risultati non può sfuggire a una certa complessità. Ma almeno un dato è chiaro: il processo di “islamizzazione” della società non sta comportando una “islamizzazione” della politica

Questo articolo è pubblicato in Oasis 10. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 15:01:37

Quest’anno gli indonesiani hanno partecipato alla terza tornata elettorale nazionale dalla caduta del dittatore Suharto nel 1998. In aprile hanno eletto i rappresentanti per i parlamenti nazionali, provinciali, regionali e distrettuali per i successivi cinque anni. Dei più di 171 milioni di aventi diritto, nelle elezioni nazionali hanno espresso il loro voto 122 milioni di elettori, il 71% del totale; 17,5 milioni di voti sono stati dichiarati nulli. In luglio il popolo ha scelto il presidente e il vice-presidente, anch’essi per un periodo di cinque anni.

 

 

Queste elezioni sono state vinte dal presidente in carica, Susilo Bambang Yudhoyono, con un impressionante 61% dei voti, tanto che non è stato necessario un secondo turno contro la sfidante, la figlia di Sukarno, Megawati Sukarnoputri, che aveva raccolto il 26% dei consensi. Come è avvenuto anche nelle precedenti libere elezioni, le operazioni di voto si sono svolte pacificamente e non ci sono stati né morti né sollevazioni. Sembrava che la gente sapesse perfettamente per chi voleva votare. I risultati delle urne sono stati accolti con allegria e buon umore. E questo è avvenuto nonostante il fatto che tecnicamente le elezioni del 2009 siano state le peggiori elezioni libere mai svoltesi in Indonesia.

 

 

Secondo le stime venti milioni di persone non hanno potuto esercitare il diritto di voto perché non iscritte alle liste elettorali. Di contro, nelle liste figuravano spesso persone morte da lungo tempo. La legittimità di queste elezioni è stata assicurata soltanto dal fatto che non ci sono stati evidenti tentativi di manipolare i risultati. Neppure gli sconfitti hanno accusato il comitato elettorale di aver cercato di falsare i risultati. Inoltre i risultati finali ufficiali non si sono allontanati molto dai conteggi veloci fatti da cinque gruppi indipendenti e resi pubblici poco dopo la chiusura dei seggi.

 

 

Le elezioni parlamentari di quest’anno sono state ancora più complicate di quelle svoltesi cinque anni or sono (sono state descritte come «le elezioni più complicate mai svoltesi al mondo»). Ogni elettore ha ricevuto quattro schede elettorali, ciascuna di circa 80 x 80 cm, sulle quali si doveva votare per uno dei 38 partiti ammessi secondo il sistema proporzionale. Inoltre, una sentenza della Corte costituzionale permetteva agli elettori di scegliere i singoli candidati nella lista del partito votato e questo ha reso il calcolo dei risultati estremamente difficile. Il 10% di voti nulli testimonia delle difficoltà che questo sistema ha causato agli elettori. Tuttavia, gli elettori hanno dimostrato di essere sufficientemente in grado di esprimere le loro intenzioni. L’81% ha votato per i nove partiti che sono riusciti a entrare nel parlamento nazionale (superando lo sbarramento del 2,5%), mentre i rimanenti 29 partiti hanno ricevuto il 19% dei voti. Questo dimostra che la popolazione è stata tutto sommato capace di riconoscere quali fossero i “veri” partiti.

 

 

Senza dubbio è uscito vincitore il Partito Democratico del presidente in carica, Susilo Bambang Yudhoyono, che ha visto crescere i propri consensi dal 7% del 2004 al 21,7% dei voti validi nelle elezioni nazionali. Tuttavia non è emerso nessun partito veramente dominante. Il vecchio partito al governo sotto Suharto, il Partai Golkar, ha ottenuto il 15% (scendendo dal 20%), mentre il PDI-P, il partito di Megawati Sukarnoputri, ha ottenuto il 14% (precedentemente aveva il 18%). Ma il risultato più notevole delle elezioni parlamentari è stata l’ulteriore calo dei partiti politici islamici. Nel 1999 questi partiti insieme avevano ricevuto il 37% dei voti popolari, nel 2004 sono saliti di un 1% fino al 38%, mentre quest’anno hanno ottenuto solo il 25%. Questi risultati sono molto interessanti, ma non si prestano a generalizzazioni semplicistiche. Facciamo un passo indietro. Le uniche elezioni generali libere prima del 1999 si sono tenute sotto un governo democratico nel 1955. In quel momento i partiti islamici, sicuri della loro vittoria, avevano fatto una campagna molto insistente per la trasformazione dell’Indonesia in uno stato islamico. I risultati furono molto deludenti per loro. Mentre più dell’85% degli indonesiani statisticamente professa l’Islam, i partiti islamici ottennero solo il 43% del voto popolare.

 

 

Questo dimostrò che l’appartenenza formale a una religione non ha una relazione diretta con i comportamenti politici e sociali degli indonesiani. Ciò che è decisivo è la loro “identità culturale” – Clifford Geertz l’ha chiamata politik aliran, letteralmente «la politica delle correnti (culturali)». Ci sono alcuni indonesiani la cui identità è fortemente influenzata dall’Islam ed essi potrebbero votare per partiti islamici. Ma così non è per molti altri che hanno orientamenti politici differenti. Ciò vale soprattutto per i giavanesi (gli abitanti originali di Giava centrale e orientale di lingua giavanese, che costituiscono il 40% di tutti gli indonesiani e hanno da sempre ricoperto un ruolo dominante nella politica in Indonesia). Per loro l’Islam non faceva molto più che prendersi cura di un limitato numero di necessità rituali, mentre le loro affiliazioni religiose e culturali più profonde erano determinate da tradizioni più antiche, in parte hindu. A questi giavanesi – spesso chiamati abangan – e ovviamente anche a molti altri indonesiani non piaceva l’“Islam politico”. Per questo essi votarono “nazionalista” o – al tempo – comunista.

 

 

Penetrazione Sociale ma non Politica

 

 

Sotto il Generale Suharto, che governò l’Indonesia dal 1966 al 1998, le cose cambiarono nettamente. Suharto, pur reprimendo con fermezza l’Islam politico, incoraggiò un Islam devozionale, anche come barriera contro ogni possibile rinascita dei comunisti. Dagli anni ’70 in poi ogni villaggio, ogni ufficio governativo, ogni università statale, ogni scuola e ogni grande industria ebbe la sua moschea e le persone venivano incoraggiate a svolgere i propri doveri islamici e a partecipare alle preghiere del venerdì in una moschea. Alcuni hanno chiamato questa islamizzazione interna ancora in corso “la fine degli abangan. Per questo, per più di trent’anni l’Indonesia è stata testimone di una lenta penetrazione della pietà islamica. Il fatto interessante è che, come i risultati delle ultime tre elezioni hanno provato, questa “islamizzazione interna” non si è tradotta in un sostegno all’Islam politico. Le ragioni di questo fenomeno in un certo senso sorprendente sono complesse. È evidente che i partiti islamici non sono riusciti a convincere l’elettorato della propria competenza a risolvere i numerosi problemi del paese, mentre molti non si sono fidati della loro base ideologica. I partiti islamici non hanno politici di fama paragonabile a quella dei tre più grandi partiti laici. Il gran numero di partiti islamici rende loro difficile promuoversi in nome della solidarietà islamica.

 

 

Agli indonesiani naturalmente non piace essere trattati in modo paternalistico riguardo alle loro scelte politiche. Benché le due più grandi organizzazioni islamiche, la Nahdlatul Ulama e la Muhammadiya – che si vantano di avere rispettivamente 40 milioni e 28 milioni di membri – sostenessero indirettamente Yusuf Kalla, il vice-presidente in carica, Kalla si è piazzato miseramente terzo (su tre candidati), con un magro 13%. Molti osservatori indonesiani ritengono che gli scarsi risultati dei partiti islamici dimostrino come i vecchi schemi culturali prevalgono ancora. Perciò, anche se i figli degli abangan sono ora musulmani devoti, nutrono ancora una certa avversione ai partiti politici islamici o religiosi in generale. Questo potrebbe essere rilevante per la questione di quanto l’islamizzazione dei musulmani indonesiani in corso potrà cambiare vecchi orientamenti culturali come la tolleranza e l’avversione al fanatismo. D’altra parte, però, non bisogna eccedere nella valutazione del declino dei partiti islamici.

 

 

Sia i Democratici di Yudhoyono che il Golkar hanno solide credenziali islamiche, dal momento che sono guidati da uomini che hanno costruito la loro carriera nelle organizzazioni giovanili e studentesche islamiche. Anche il PDI-P di Megawati ha ora uno speciale Dipartimento per gli Affari Islamici. Lo stesso vale personalmente per Susilo Bambang Yodhoyono. Pur provenendo da una formazione tipicamente “giavanese” (cosa che implicherebbe un rapporto freddo con l’Islam formale), è unanimemente accettato come buon musulmano e alle elezioni ha ricevuto l’appoggio dei piccoli partiti islamici. Yodhoyono, oltre a essere conosciuto per la sua devozione (intendendo con ciò il suo rispetto dei doveri islamici), si è deliberatamente astenuto da qualsiasi affermazione che potesse essere interpretata come una critica all’Islam. Naturalmente ha condannato gli attentati terroristici, ma ha evitato di metterli in qualsiasi relazione con l’“Islam”; non solo, ma non ha mai criticato i gruppi islamici estremisti né ha mai esortato i musulmani a essere più tolleranti (è questa una delle critiche più serie contro “SBY” sollevata da molti cristiani).

 

 

Molto evidente è stato il suo silenzio di fronte alle brutalità delle bande islamiche contro la setta islamica eterodossa della Ahmadiyah (in contrasto con il suo vice palesemente musulmano Yusuf Kalla, che ha chiesto pubblicamente che gli ahmadi fossero lasciati in pace fintantoché non provavano a diffondere i loro insegnamenti). Questi risultati sollevano due interrogativi. Che cosa vogliono dire per l’attuale democrazia indonesiana? E in secondo luogo: quali ne sono le prospettive a lungo termine? Oggetto della domanda è la democrazia nel pieno senso della parola, come essa si realizza ora in Indonesia, la quarta più grande nazione al mondo e lo Stato con il più alto numero di musulmani. Democrazia perciò non solo nel senso che ci sono libere elezioni – cosa che avviene anche nella confinante Malaysia – ma anche che diritti umani e libertà di religione e coscienza sono salvaguardati. Per il momento la democrazia non ha seri nemici in Indonesia. Non c’è un solo gruppo politico che si opponga alla democrazia o ad alcuni dei suoi elementi essenziali.

 

 

Alcuni ex-militari delle generazioni precedenti, in una strana alleanza con alcuni impenitenti seguaci di Sukarno (“democrazia guidata”), si lamentano a bassa voce del “liberalismo occidentale” e sostengono la necessità di tornare a un “vero sistema presidenziale”, ma non vengono molto ascoltati, di sicuro non dalla gente comune né dagli intellettuali indonesiani. In effetti l’Islam indonesiano è sempre stato favorevole alla democrazia, contrariamente alla “saggezza popolare” che vedrebbe l’“Islam” e la democrazia come incompatibili. Durante la democrazia parlamentare degli anni ’50 il partito islamico di destra Masyumi (insieme al piccolo Partito Socialista filo-occidentale e ai partiti cattolici e protestanti) fu tra i difensori più fermi della “democrazia occidentale” (il Masyumi e il Partito Socialista furono sciolti da Sukarno nel 1960). Tra il 1998 e il 2001 vennero approvati quattro emendamenti fondamentali alla Costituzione originale del 1945, fortemente dirigista e stravolta sia da Sukarno che da Suharto. Gli emendamenti, volti a rafforzare i contenuti democratici della Costituzione, comprendevano l’inserimento di una lista completa di diritti umani, l’elezione del Presidente da parte del popolo e il decentramento dei poteri del governo centrale. Essi furono introdotti dall’MPR, il più alto corpo costituente, sotto la presidenza del Professor Amien Rais, ex leader della Muhammadiyah. In Indonesia ci sono anche alcuni gruppi islamici fondamentalisti che vorrebbero che il Paese diventasse uno Stato islamico, ma essi agiscono al di fuori della sfera politica. Alcuni di essi, influenzati dal salafista pakistano Abû A‘là Mawdûdî e dai Fratelli Musulmani degli egiziani Hasan al-Bannâ’ e Sayyid Qutb, rifiutano ogni costruzione politica “occidentale”. Il gruppo più nutrito di coloro che rifiutano l’occidente è l’Hizbut Tahrir (HT), un’organizzazione internazionale fondata a Gerusalemme nel 1952, che mira alla restaurazione del califfato.

 

 

L’HT non è un partito politico ed è difficile fare una stima della sua forza numerica. I musulmani comuni lo prendono abbastanza sul serio e paragonano i suoi metodi di infiltrazione nella umat, la comunità islamica, a quelli dei comunisti. L’HT, almeno in Indonesia, rifiuta la violenza e, per quanto ne so, non ha mai torto un capello a nessuno. Un caso particolare è quello del partito a forte connotazione islamica PKS (Partito del Benessere e della Giustizia). Il PKS, che ammette un legame spirituale con i Fratelli Musulmani, è spesso sospettato, anche da parte degli intellettuali musulmani, di avere un’agenda segreta di stampo fondamentalista islamista. Loro stessi non parlano molto dei loro fini ultimi. Continuano a sostenere di non essere interessati a uno Stato islamico, ma a una società islamica. Il loro programma di partito insiste molto sulla lotta alla corruzione e l’abolizione della povertà. Hanno avuto un successo sensazionale, partendo dall’1,4% delle elezioni del 1999, salendo al 7,5% nel 2004 e diventando, con il 22%, il più grande partito della capitale Giacarta. Prima delle elezioni di quest’anno molti pensavano che avrebbero ricevuto fino al 20% dei voti. Ma, benché siano stati l’unico partito islamico a crescere nelle elezioni del 2009, hanno ottenuto soltanto un deludente 7,9% e hanno perso Giacarta, passata ai democratici di SBY. La loro fulminea ascesa è stata dunque fermata e non sembra che possano in qualche modo rilanciarla nel prossimo futuro.

 

 

Opposizione Giavanese

 

 

Storicamente l’opposizione alla democrazia in Indonesia non è mai venuta dall’Islam, ma dalla cultura giavanese con la sua credenza nei poteri metafisici dei capi – e dai militari. Oggi, il più grande nemico della giovane democrazia indonesiana è rappresentato dalla corruzione e dalla politica del far soldi che imperversano nei parlamenti nazionali e regionali. Se il popolo restasse deluso dalla democrazia, potrebbe cercare alternative altrove. L’Indonesia si svilupperà in una solida democrazia nel vero senso della parola o l’islamizzazione interna in corso eroderà lentamente il corpo democratico? I segni dell’islamizzazione abbondano. Il numero di donne che indossano il foulard islamico sta aumentando costantemente e compaiono anche alcuni burka. Mentre non c’è possibilità che la legge sciaraitica venga adottata a livello nazionale, stanno aumentando i regolamenti locali e regionali su base islamica. Le minoranze sono preoccupate perché lo Stato spesso non osa applicare la legge contro le violenze di massa motivate su base religiosa, ad esempio quando la folla ingiunge di chiudere le cosiddette “chiese illegali”. Al momento la setta islamica della Ahmadiyah è ancora minacciata dai musulmani radicali. Questo porterà a una lenta erosione della libertà religiosa? Ci sono anche altri fattori preoccupanti. In Indonesia ci sono più di 40.000 collegi islamici (pesantren).

 

 

Tra questi, si sospetta che circa 50 insegnino un Islam di tipo jihadista. Queste scuole forniscono un crescente potenziale per le attività terroristiche e sembra che il governo non sappia come comportarsi. In un articolo («Jakarta Post», 16/08/2009), Achmad Munjid, uno dei dirigenti del Nahdlatul Ulama, ha messo a tema la crescente preoccupazione dei musulmani indonesiani di città rispetto alla propria identità islamica. Che lavorino, si riposino, cucinino o facciano politica, lo vogliono fare da musulmani e non in modo occidentale, secolarizzato.

 

 

È l’inizio di uno scontro di civiltà? Questa ossessione per l’identità religiosa potrebbe a lungo termine riuscire in ciò che la religione non è mai stata in grado di fare prima, e cioè a oscurare la ricca eredità di valori culturali, sociali e umani della società plurale indonesiana. I musulmani indonesiani potrebbero lentamente cadere nella trappola ideologica dell’islamismo. Munjid nota che questa preoccupazione per l’identità islamica rende le persone più facilmente manipolabili dagli interessi di potere.

 

 

Una “più profonda” islamizzazione non significa necessariamente la fine della democrazia, della libertà di religione e della salvaguardia dei diritti umani. Molti intellettuali indonesiani considerano la giustizia sociale e il benessere come fattori decisivi. Se gli indonesiani faranno esperienza del fatto che, in democrazia, possono sperare in un futuro migliore, quantomeno per i loro figli, non daranno ascolto agli estremisti. D’altra parte un’ulteriore riluttanza dello Stato nell’applicazione della Costituzione e nel controllo della violenza a sfondo religioso, unita all’impressione che la funzione più importante dei parlamenti sia quella di far arricchire i propri membri, potrebbe spingere la gente a cercare alternative più radicali.  

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Franz Magnis-Suseno, La democrazia si conferma a Giacarta (per ora), «Oasis», anno V, n. 10, dicembre 2009, pp. 84-87.

 

Riferimento al formato digitale:

Franz Magnis-Suseno, La democrazia si conferma a Giacarta (per ora), «Oasis» [online], pubblicato il 1 dicembre 2009, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/la-democrazia-si-conferma-a-giacarta-per-ora.

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